Magma: “Mekanïk Destruktïw Kommandöh” (1973) – di Gianluca Chiovelli

Fondati da Christian Vander come Univeria Zekt Magma Composedra Arguezdra, nel 1969, i Magma esordiscono l’anno seguente con un doppio omonimo. La formazione è quanto mai ampia: a Laurent Thibault, Francis Moze e Lucien Zabuski (Zabu) si aggiungo René Garber (poi sostituito da Teddy LasryClaude Engel, Klaus Basquiz, Richard Raux, Francois Cahen, Jacky Vidal. Il disco narra della discesa sulla Terra di un manipolo alieno proveniente dal pianeta Kobaïa voglioso di salvare il nostro pianeta: il gruppo di kobaiani che, naturalmente, favella in kobaiano sono i Magma stessi: Christian Vander è Stroht Wurdau Glao Zebehn Strain, Blasquiz Klotz Zaspiaahk. Nel 1973 escono dal gruppo Lasry, Moze, Engel, Cahen e Seffer sostituiti da Jannick Top, Stella Vander e Benoit Wideman: si appronta “Mekanïk Destruktïw Kommandöh”. Non sembri inutile questo resoconto: anzi, la debordanza onomastica, l’invenzione di una lingua extraterrestre (un pastiche dalle ascendenze germaniche) e la trama fantapicaresca, delineano una comicità apparentemente rabelaisiana (la scena alternativa francese attinse con gusto all’anarchia di tale autore) e un’attitudine da comune artistica anarchica e libertaria. 
Nei Magma non si ritrova la consueta formula fantasy-escapista (fate, gnomi, derivazioni tolkieniane, folclore anglosassone), né il free-jazz dei Soft Machine o certi arzigogoli tecnici del progressive più avanzato. Siamo qui a una eccitante difficoltà di caratterizzazione. Rimandare all’ascolto è la soluzione migliore. In caso contrario, per dare un’idea pur vaga della loro musica occorre avvalersi di folli approssimazioni. In alcuni estratti di “Mekanïk Destruktïw Kommandöh”, a esempio, si avvertono costanti riferimenti alla coralità medioevale (e infatti Piero Scaruffi ha citato appropriatamente i “Carmina Burana” di Carl Orff. Il kobaiano, inoltre, si presta egregiamente quale surrogato del latino). Hortz fur den Steckehn West, Da Zeuhl Wortz Mekanik, Mekanïk Destruktïw, sono caratterizzati da ritmi e cambi incalzanti, sostenuti dalla magniloquenza di tastiere e fiati; la vocalità, spesso travolgente, a volte, invece, riesce a straniarsi sino al grottesco (Christian Vander oscilla tra falsetti micidiali e simulazioni di yodel). In alcune vorticose avanzate si intuisce Frank Zappa. Il risultato, in bilico fra cabaret e ispirazione alta, rischia sempre il kitsch ma è impossibile non lasciarsi coinvolgere da tali elucubrazioni. Tutte queste considerazioni, peraltro, sono vere a un primo livello di ascolto; in realtà la loro musica è portatrice di una sottile inquietudine (e, da tale punto di vista, più ricca rispetto alle intemperanze fricchettone dei Gong). Le successive produzioni (“Köhntarkösz” e “Wurdah Ïtah”, colonna sonora del film di Yvan Grangier “Tristan et Yseult”, inedito da noi) confermeranno la presenza di una patina perturbante e obliqua che sarà presente, in misura più o meno evidente, anche nella produzione di artisti che ai Magma si rifaranno (Zao, Eskaton, Dün, Weidorje, Shub Niggurath). Tale qualità, quasi inavvertibile, è il vero marchio di fabbrica del Gruppo (e del genere zeuhl che da essi promana) e riuscirà a coinvolgere ambiti diversi da quelli transalpini (Ruins in Giappone, Runaway Totem in Italia).

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