Magia Nera: “L’ultima Danza di Ophelia” (2017) – di Lino Gregari

Ben quarantotto anni fa, nel 1969, tra le mille bands che si agitavano nel nascente marasma Hard & Progressive di fine decennio, c’era anche un gruppo spezzino di chiara ispirazione Hard Rock dal nome alquanto evocativo: Magia Nera. “Il primo nucleo del complesso si chiamava la Nuova Esperienza -racconta Bruno Cencettie oltre a me alla chitarra, c’erano Andrea Bottazzi al basso, e Piero Figoli alla batteria, che ben presto abbandonò il gruppo. Fu lui, in realtà grande appassionato di alchimie e culture esoteriche, a coniare il nome definitivo della band”. Nonostante il buon impatto con il pubblico, certificato dal positivo resoconto di un totem di quel periodo come Ciao 2001, e con un importante contatto con la Magma, neonata label di Aldo De Scalzi, l’esordio discografico del gruppo non avvenne mai, a causa di una serie di divergenze musicali evidentemente superiori alla voglia di dare il via all’avventura e, complice un incendio che distrusse i nastri fin li registrati, il progetto venne abbandonato. Il tempo però smussa gli spigoli, ammorbidisce anche le linee più intransigenti, e così accade che in questo 2017, grazie a Giorgio Mangora, e alla sua Akarma Records, ecco apparire sul mercato “L’ultima Danza di Ophelia”, pregevole excursus in bilico tra Progressive e Hard Rock distribuito dalla genovese Black Widow Records, sempre attenta a cogliere l’attimo che separa il successo dalla indifferenza. La Band è in gran parte quella originale, con il solo innesto del tastierista Andrea Foce, presenta i ritrovati Lello Accardo (basso), Bruno Cencetti (chitarre), Emilio Farro (voce) e Pino Fontana (batteria), e propone un disco gradevole composto da dieci tracce ben amalgamate (alle quali va aggiunta nella versione Compact Disc una bella cover di Gypsy degli Uriah Heep) che a distanza di così tanto tempo dimostrano che gli spezzini avrebbero potuto tranquillamente dire la loro in quel glorioso contesto che furono i Settanta. L’iniziale L’ultima Danza di Ophelia mette subito in evidenza la compattezza del suono, al quale dà il giusto apporto l’ormai ruvida e vissuta voce di Emilio Farro: contrariamente a ciò che sarebbe facile supporre, il vocalist risulta perfettamente calato nel sound del Gruppo, al pari delle chitarre di Bruno Cencetti (ascoltate la bella Il Passo del Lupo) e alle tastiere di Andrea Foce, capaci di creare il solido substrato sul quale il Gruppo costruisce il suo attuale suono. Un brano come La Strega del Lago, che richiama alla mente i primi Uriah Heep, è esplicativa in questo senso, e propone un suono così caldo e classico da strappare a tutti gli appassionati più di un sorriso. Anche la seguente La Tredicesima Luna ripercorre sentieri già battuti da un pubblico avvezzo a queste lande, ponendo tuttavia l’accento su anfratti rimasti in ombra: si riscoprono sonorità ormai poco presenti nella monocorde proposta progressiva odierna. La lunga suite che segue, Dieci Movimenti in Cinque Tracce, è davvero cosa d’altri tempi, capace di mescolare in modo pregevole Folk, Hard Rock e momenti di puro Progressive, tornando a rinverdire i fasti di un periodo che la Band ha sperato di poter cavalcare. Quello che a tutti gli effetti è il loro esordio discografico si dimostra in realtà un tassello che tutti conoscevamo da tempo, mancante purtroppo per molti anni nel nostro background musicale. Sulle note della conclusiva traccia cinque: Movimenti nove, dieci della suite, scandita dall’iniziale ticchettio di un orologio senza tempo, arriviamo alla fine di un lungo percorso che è riuscito, attraverso cinque decadi, a traghettare la Magia Nera sulle sponde dei nostri lidi. A noi il compito di scoprire le loro carte.

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