Magazzini italiani 7#: musicisti indipendenti oltre il confinamento – di Ignazio Gulotta

In questa nuova puntata della rubrica dedicata alla musica italiana indipendente parliamo di due cantautori fuori dagli schemi, Lanzafame-drummakkine e Andreotti, accomunati da una punta di bizzarria ed eccentricità, della musica sperimentale di matrice prog di Stefano Panunzi e degli affascinanti haiku musicali di Gabriele Bombardini, chiude questa piccola rassegna la riproposizione dell’ultimo disco dei torinesi Gli Angeli, campioni negli anni Ottanta dell’hardcore punk di casa nostra. Insomma anche stavolta ce n’è per tutti i gusti, a dimostrazione della vitalità della scena italiana che vuole rialzarsi con forza dalle sabbie mobili di questo lungo periodo di confinamento. A noi non resta che ascoltare e sostenere la musica italiana di qualità, che spesso sta da tutt’altra parte rispetto a quella propinataci da radio, tv e giornali.
Lanzafame-drummakkine: “Torino è in Piemonte” (Synth Tonic Records 2021). Dietro il bizzarro moniker c’è il bolognese Marco Donelli che debutta con questo “Torino è in Piemonte” – titolo tratto da un verso di Lucio Dalla – e del quale è autore di musiche e testi, con l’aiuto di Gabriele Pacelli che ha curato gli arrangiamenti e il missaggio e ha suonato la tromba. “Torino è in Piemonte” è un disco di cantautorato, sia pur eccentrico e venato di un pizzico di follia. I testi non seguono un racconto, ma sono come appunti di immagini, sensazioni, accostamenti imprevedibili e improbabili attraverso i quali emergono paesaggi e personaggi dominati dall’incertezza e dalla contraddittorietà, uomini e donne che cercano di salvarsi in un mondo dominato dall’assurdo e in cui ognuno è sempre in bilico fra salvezza e caduta. Lo stesso comunicato stampa definisce i testi di Lanzafame come seghe mentali, del resto Le seghe mentali dell’Orso Grizzly è una delle canzoni più riuscite e che ti resta immediatamente in testa come un surreale tormentone, definizione azzeccata a patto però di sottolineare la leggerezza naif e l’autoironia con cui l’autore affronta e canta una materia tanto ardua. È il caso di Muccioli, il cui bel testo racconta con grazia e affetto una storia di dipendenza o Detesto che scava nei complessi sentimenti che si aggrovigliano quando una storia d’amore sta per finire. Gli arrangiamenti, nei quali un ruolo importante svolge la drum machine coi suoi ritmi sincopati e meccanici sottolineano proprio l’aspetto della leggerezza e dell’ironia, così L’intervista oscilla fra glam e motorick, mentre La Spia opta per morbide sonorità del synth e la cover di Dalla, La Mela da Scarto, è resa personale da ritmi rallentati e dall’uso di field recordings.

Angeli: “Voglio di Più” (Area Pirata 2021). Questa pubblicazione di Area Pirata è la ristampa del secondo lavoro degli Angeli, storica formazione hardcore torinese, uscito nel 1999 e ora per la prima volta edito in vinile. A fondare la band sono state due figure importanti dell’underground musicale italiano: Roberto Tax Fasano (Negazione, Fluxus, MGZ) alla chitarra e voce e Massimo Ferrari (Indigesti, Negazione, Persiana Jones) alla batteria, cui si è aggiunto Marco Conti al basso. “Voglio di più” uscì quando ormai il movimento hc-punk aveva perso buona parte della sua vitalità, però a risentirlo oggi, ha mantenuto intatta la sua carica rabbiosa ed esplosiva: certo di acqua ne è passata sotto i ponti, ma i motivi di insoddisfazione e di ribellione non sono certo venuti meno per le giovani generazioni, il problema è se queste ultime riusciranno ad apprezzare la musica corrosiva degli Angeli o questa resterà confinata a chi visse quella stagione e rimpiange il tempo di quando era incendiario? Dal punto di vista musicale oltre a ritmi forsennati, chitarre taglienti e voce urlata, i testi sono in italiano. C’è da dire che il disco sente l’influenza di quanto avveniva oltreoceano e in particolare del grunge e, del resto, nella finale Cazzi Miei, il titolo esplicita il clima del disco: Nevermind viene più volte espressamente citata.

Stefano Panunzi: “Beyond the Illusion” (Autoproduzione 2021). Stefano Panunzi, tastierista romano qui al suo terzo disco solista, definisce “Beyond the Illusion” un collage lunatico, definizione calzante e sulla quale non si può non concordare dopo aver ascoltato le dodici tracce del disco. Incisione in certo qual modo caleidoscopica, ricca di suggestioni e influenze, a volte perfino spiazzante e sfuggente, ma sempre intrigante e affascinante. Pertanto non è facilissimo definire e inquadrare il disco dentro un preciso genere, anche se la matrice è fondamentalmente quella progressive e art rock dalla tendenza più sperimentale, quella che non si rinchiude dentro il canone del genere, ma è capace di attingere anche altrove; dall’ambient al pop alla new wave al jazz. Al disco collaborano diversi musicisti di grande spessore come Tim Bowness, Grice Peters, Gavin Harrison per citare i primi che vengono in mente. Bravo Panunzi a curare gli arrangiamenti, a non farsi prendere dalla voglia di strafare, essi sono infatti molto misurati, equilibrati al fine di rendere ogni suono essenziale e coerente con quanto si vuole comunicare, e questo avviene sia in una traccia vibrante come I Go Deeper sia laddove, come in Mystical Tree, alle ritmiche convulse si contrappone la tromba alla John Hassel di Luca Calabrese, a costruire paesaggi rarefatti e lunari. Qui le atmosfere si fanno più intensamente cupe e inquiete. Del resto sin dall’iniziale e splendida traccia When Even Love Can Not, uno strumentale in cui Panunzi è accompagnato solo dal violino di Monica Canfora, si comprende come il disco sia un viaggio a tratti psichedelico dentro le complesse e contraddittorie emozioni del nostro tempo. Personalmente preferisco i brani strumentali, ma non mancano canzoni che, soprattutto quelle cantate da Grice, evocano gli anni Ottanta.

Andreotti: “1073” (MiaCameretta Records 2021). Vien quasi voglia di definire questo secondo lavoro del cantautore Andreotti, il primo si intitolava “1972”, un inno alla semplicità o, se preferite all’austerità, fin dalla scarna scheda biografica che ben poco ci dice, se non che è nato nel 1993. Il disco è una raccolta di canzoncine pop dagli arrangiamenti di stampo vintage che citano sovente musicisti degli anni passati, ma è la voce molto particolare e a tratti sgraziata del cantautore romano a dare un tocco di bizzarria a queste canzoni dal sapore retro. Sensazione che viene avvalorata dai testi e dal loro continuo riferimento alle figure dell’immaginario pop dei decenni passati. Ecco così che le tracce hanno titoli come Neruda, Batistuta, Righeira, Batman o Porno Amatoriale. A questo punto non resta che fiondarsi nel mondo stralunato di Andreotti e dei suoi testi lunatici e surreali, prendere o lasciare di fronte a versi come «io sono Batman e ho perso il pinguino in un parco qui vicino» o «vado a pisciare e poi possiamo parlare anche se io vorrei tanto scopare» Fra momenti di malinconia, Righeira e Batistuta, riferimenti al cantautorato dei Sessanta, ancora Batistuta e Solo Mita, un po’ di erotismo disincantato, John Wayne e Righeira, il disco scorre via fresco e piacevole, ma non escludo che qualcuno si irriti.

Gabriele Bombardini: “Short Stories” (Blooms Recordings 2020). Diciannove piccoli frammenti intitolati semplicemente Short Stories seguiti dal numero ordinale progressivo compongono questo lavoro del musicista sperimentale ravennate Gabriele Bombardini. Il quale ha realizzato tutte le sue composizioni, da lui giustamente paragonate agli haiku giapponesi, non solo per la forma breve, ma per la capacità di evocare emozioni, immagini e sensazioni pur nella loro essenziale brevità. Bombardini suona pedal steel, chitarra elettrica 6/12 corde, Korg MS-10, basso, ma è soprattutto la pedal steeel a essere la vera protagonista di “Short Stories”. Il suo suono languido, meditativo, ha una potente forza evocativa che finisce per associare paesaggi esotici, inutile negare che il suo suono come prima cosa fa venire in mente le isole hawaiane, a un fondo di nostalgia e malinconia: e qui il primo nome che viene in mente è quello di Mike Cooper. Merito di Bombardini è però quello di non legarsi se non in parte a quel modello, ma di riuscire a disegnare paesaggi sonori vari dentro i quali l’ascoltatore, al quale è richiesto un approccio quasi mistico a queste storie brevi, potrà tracciare un suo personale percorso emozionale. Ma non è difficile entrare nel mondo suggestivo e delicato di “Short Stories”, tanto gli arrangiamenti e i suoni minimali e raffinati di Bombardini riescono a tessere una fragile e intima trama che non può che imbrigliare la sensibilità di chi si pone attento e partecipe all’ascolto.

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