Magazzini italiani 6#: Jazz, Elettronica, Rock’n’roll – di Ignazio Gulotta

Sei diverse proposte, tutte molto interessanti, che provengono da artisti di estrazione e stili spesso distanti fra loro. Si comincia col notevole album dei friulani fratelli Seravalle che con “Tajs!” ci danno un saggio pregevole della loro musica sperimentale e libera, poi abbiamo due esempi di jazz vocale al femminile con l’esperta Antonella Vitale e con l’originale e frizzante proposta del canto a cappella del Quinto Elemento. Dall’Abruzzo un giovane cantautore, Pruia, alle prese con il mondo animale e con una proposta che non manca di coraggio e originalità. E poi anche un po’ di rock per chi ama battere i piedi e fare quattro salti, in attesa che finalmente si possa ritornare a dimenarsi nei locali, ecco i piacentini Ghiblis e il loro scatenato punk’n’roll e i livornesi Beatersband che in chiave surf e beat rileggono classici del rock vintage straniero e italiano. La musica italiana non mainstream continua a produrre roba buona e in grado di riempire le nostre giornate di buona musica.
Officina F.lli Seravalle: “Tajs” (Lizard 2019). Recuperiamo con più di un anno di ritardo questo lavoro dei fratelli Alessandro e Gianpietro Seravalle, impegnati sperimentatori che si alternano su strumenti tradizionali, chitarre, pianoforte, innumerevoli diavolerie elettroniche. Al disco hanno collaborato al sax Clarissa Durizzotto e alla voce nel brano iniziale Danzatori di Nebbia Claudio Milano, che ha dato il notevole contributo delle sue sperimentazioni vocali per interpretare un suo testo aspro, ma anche denso di filosofica visionarietà, su un tappetto sonoro tormentato e nevrotico. Ma il brano ci introduce in un periglioso e avventuroso viaggio sonoro costituito dalle dieci tracce del disco, che ascoltate tutte di seguito sembrano farci oscillare fra le nevrosi del presente e gli incubi di un futuro distopico. Musicalmente lo spirito sperimentale e d’avanguardia si fonde con ardite visioni psichedeliche, come nell’ipnotica Aritmetica dell’Incurabile, brano di intensa bellezza con un finale davvero maestoso, o nel conturbante viaggio spaziale di Saturno, con impennate free jazz come nel fervore metropolitano disegnato dal sax in NYC Subway Late at Night o nella convulsa Decosruzione, dove sax ed elettronica interagiscono efficacemente. In Insonnia invece ci avviciniamo dalle parti dell’ambient più oscuro e occulto. E poi ci sono i campionamenti, le dichiarazioni di Bettino Craxi durante Tangentopoli in Vuoto Politico (impossibile trovare un titolo più appropriato) sono contrappuntate da ritmi palpitanti, suoni e rumori che via via si fanno più inquieti e angosciosi, seguono poi citazioni da Emil Cioran e dall’Orwell di “1984”, tanto per capire da quale contesto storico-culturale viene fuori “Tajs”, che in friulano sta sia per tagli che per bicchiere di vino. L’officina dei due fratelli friulani funziona magnificamente, certo non è musica che tranquillizzi, anzi sconvolge, inquieta, ci prospetta un buio futuro distopico, ma è una musica di grande impatto, visionaria e splendidamente suonata.

The Ghiblis: “Domino” (Area Pirata, 2020). Debutto sulla lunga durata per il combo piacentino dei Ghiblis, band strumentale che ha sposato i dettami del surf rock, ma sporcandolo con influenze diverse che rendono “Domino”, un disco di forte impatto e di grande godimento. E davvero le parole risulterebbero superflue tanto il disco è capace di evocare luoghi, sentimenti, visioni, atmosfere. Se diciamo surf il pensiero va certo alle estati, alle onde dell’oceano, ai fuggevoli amori estivi, ma le canzoni dei Gihblis sono speziate da un alone di nostalgia che sottende i brani, come la forsennata La Nana o Landing Place, che ci fanno piombare nei Sixties. In altri casi sono le colonne sonore dei poliziotteschi a ispirare composizioni effervescenti e psichedeliche come La Danza del Toro o la stupefacente e narcotica Slow Grind o la nervosa title-track. Non mancano echi fiammeggianti della frontiera, con Calexico e Sacri Cuori come guardaspalle, come in The Dachschund Walk e No Shortcuts, ma un pizzico di esotismo latino spezia anche il rock’n’roll di Oki Doki. Finale in bellezza con Yesega Wat: qui in evidenza è il fraseggio del sax di Dandy Lo che ci rimanda all’ethio jazz. Lasciarsi trasportare dalle onde sonore create dai Ghiblis potrebbe essere un toccasana per affrontare tempi tanto malinconici e claustrofobici.

https://areapiratarec.bandcamp.com/album/domino

Il Quinto Elemento: “Introducing” (Filibusta Records 2020). Album d’esordio per un quintetto tutto al femminile di jazz a cappella, scommessa non facile che però le Nostre, Irene Giuliani,  Mya Fracassini, Elisa Mini, Paola Rovai e Stefania Scarinz, riescono a vincere rifuggendo da una strada facile e mainstream alla Neri per Caso, per dedicarsi a un intreccio complesso delle voci, realizzato con bravura e una sottile vena (auto)ironica che rende il tutto molto godibile, come dimostra il brano Introducing, nel quale riescono a costruire il brano sulla presentazione di ogni singolo elemento del quintetto. Ma il brano citato è anche un’efficace guida per scoprire quali sono le differenze nei gusti e nelle influenze musicali delle cinque cantanti, perché “differenti convergenti così sono gli elementi“. Due sono le tracce inedite: opera di Irene Giuliani, la già citata Introducing e la conclusiva e altrettanto autoreferenziale Farnetico; poi si va dalla bossanova di Eu Sei Que Vou Te Amar di De Moraes e Jobim, al Chick Corea di You’re Evrything all’ironica Anatrolley che adotta la tecnica scat, dalla romantica e crepuscolare Al Tramonto alla classicissima Over the Rainbow, per poi concedersi a un funambolico e divertentissimo pop con Wannabe delle Spice Girls e stravolgere il soft punk dei Prozac+ in una versione da corale settecentesco di Acida. Eleganza, talento, ironia e la capacità di muoversi agilmente fra differenti stili sono le carte vincenti del quintetto.

Antonella Vitale: “Segni Invisibili” (Filibusta 2020). Nei suoi venticinque anni di attività, iniziati col jazz, la cantante Antonella Vitale ha poi allargato il suo campo d’azione al soul, alla canzone d’autore senza farsi ingabbiare in un unico stile. Di questo eclettismo è testimone il suo ultimo lavoro “Segni Invisibili” che contiene sei brani originali e due cover. L’iniziale Eschilo attraverso il soul interpreta un testo sul male di vivere e la fragilità dell’esistenza (“Vivere non mostrandomi frena la mia libertà / Pesa in me la fatica di essere“). Torbidi suoni elettronici ci immettono nell’atmosfera intima e inquieta di In Superfice, arrangiamenti molto discreti con un sax che lamenta melodie notturne e distanti caratterizzando la lunga e sofferta Amara, sentimento sottolineato dai tre minuti di Gustav Mahler inseriti nella seconda parte. Incoerenza vira su ritmi funk; pianoforte e voce per Tra le Nuvole, sorta di omaggio alla grande musica leggera italiana; anche la title-track sposa la vena malinconica e intimista che percorre il disco e mette in mostra il canto jazz di Antonella Vitale e la capacità di dialogare sia col sax che col pianoforte. Chiudiamo con le due belle cover: Tu Non Mi Basti Mai è una versione sommessa e sentita del brano di Lucio Dalla, mentre Per Me è Importante rilegge i Tiromancino in chiave jazzata e con un pizzico di elettronica. Disco elegante e notturno con testi di stampo cantautoriale e con arrangiamenti di Giancarlo Massetti che sottolineano la varietà dei sentimenti espressi dalla voce e dai testi.

The Beatersband: “Vol. Due” (Area Pirata, 2020). Semplicemente intitolato “Vol. Due” il secondo disco dei livornesi Beatersband conferma la loro attitudine vintage riproponendo cover di brani dell’epoca d’oro del beat riletti nella chiave di un punk’n’roll decisamente divertente e ben suonato. Il disco procede come una ventata di aria fresca, i solchi scorrono veloci e attraenti, grazie al bel ritmo impresso ai musicisti e alla voce solista affidata alla brava Donatella Guida che nel trio suona anche la chitarra: gli altri componenti sono il bassista Leonardo Serrini e il batterista Francesco Tucci. In stile Ramones apre la cover di Will You Still Love Me Tomorrow, portata al successo dalle Shirelles. Calendar Girl di Neil Sedaka si impenna su un giro di basso trascinante e potrebbe star bene sia nella colonna sonora di “Grease” che nella discografia dei Blondie; Don’t Worry Baby dei Beach Boys rinverdisce il surf con il tipico tiro punk. Senz’altro azzeccate, così come le altre due cantate in inglese, ma quelle più divertenti e per certi versi sorprendenti sono le tre cover italiane, una del classico del beat all’acqua di rose Datemi un Martello, portata al successo da Rita Pavone, riletto con una giusta dose di ironia, l’altra Quelli della Mia Età di Françoise Hardy che da lento malinconico diventa un twist da festa adolescenziale e, soprattutto, l’ardita sfida niente di meno che al Demetrio Stratos di Pugni Chiusi, ma il risultato finale conferma di essere di fronte a una band che sa il fatto suo.

https://thebeatersbandvintagepunkrocknroll.bandcamp.com/album/vol-due?afbclid=IwAR35Tj9UVA7hzqMO1pZg69FCLI7JpmQ7-qXS_0zEwKxqPkaTUUpAr1A5XGY

Proia: “Animalia” (Autoproduzione, 2020). Giacomo Proia, in arte solo Proia, è un cantautore abruzzese che dopo un periodo vissuto a Milano ha deciso di ritornare fra le montagne del suo Appennino dove ha aperto un ostello che, causa covid, è adesso diventato il suo studio di registrazione. Lo stile di Proia è decisamente minimalista, molto discreto, sommesso, strumentazione ridotta all’essenziale con un ruolo importante per l’elettronica a disegnare principalmente le atmosfere dei brani. Non manca certo di originalità la proposta di Proia che fin dall’iniziale Maiale, il cui testo elenca le varie parti dell’animale e i modi per cucinarlo, non lascia indifferenti e suggerisce un legame ancestrale col mondo animale, che è poi il filo conduttore del lavoro. Lo stesso autore ha dichiarato che: “Le mie canzoni cercano indizi dello scorrere della vita, e lo fanno nella dimensione animale“. Dal punto di vista musicale gli arrangiamenti si accordano con il tono riflessivo ed esistenzialista dei testi, la voce a volte ricorda quella di Francesco Bianconi ma senza quell’autocompiacimento che caratterizza il leader dei Baustelle, come in DrosophilaMelanogaster. “Animalia” è un disco che per spirito di ricerca e voglia di non adagiarsi su formule stereotipate non merita di finire sperso nel mare magnum del cantautorato di casa nostra e Proia è un autore che andrà seguito nei suoi passi futuri, come dimostra la suggestiva traccia finale La Ribellione dei Fagiani, uno strumentale che racchiude in sé le inqueitudini e le atmosfere del disco.

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