Mad River (1968/1970) – di Maurizio Fierro

Perché poi succede sempre così quando si incontrano dei “viandanti” che si assomigliano: si fa un pezzo di strada insieme, questo si fa. Per un breve periodo si condividono scorci di esistenza in una sorta di stupore estatico. Si sa già che non durerà, ma in quel tempo sospeso forse qualcosa di bello accadrà. È quello che capita a un misconosciuto cantante di una misconosciuta band e a uno strano scrittore, in una di quelle narrazioni underground dai contorni sfumati di cui non si conosce mai abbastanza bene l’inizio né tantomeno la fine. Quando nella primavera del 1967 arrivano a Berkeley da Yellow Springs, nell’Ohio, David Robinson, Rick Bochner, Lawrence Hammond, Thomas Manning e Gregory Leroy Dewey sono cinque musicisti poco più che ventenni, specializzati soprattutto in cover blues e R&B. Si fanno chiamare Mad River Blues Band (che poi accorceranno in Mad River) e si sono divertiti a trasporre in musica il poema di William BlakeThe Fly”, inserito dal poeta londinese in “Song of Experience”, raccolta che in quel periodo sta interessando anche un eccentrico compositore losangelino, David Axelrod, che da lì a poco evocherà il misticismo visionario di Blake con una interpretazione originale. I cinque si stabiliscono nell’appartamento della sorella di Dewey e cominciano a frequentare Haight-Ashbury, il free shop dei Diggers e gli altri luoghi simbolo della controcultura hippy nella San Francisco dalle idee libertarie e dallo stile di vita in voga.
Durante un evento di protesta al Constitution Park di Berkeley (ribattezzato Provo Park in onore dell’omonimo movimento anarchico di Amsterdam, quello di piazza Spui, simbolo della gioventù, con al centro la statua raffigurante il monello di strada, l’Het Lieverdje, dove i due leader del movimento, Robert Jaspers Grootweld e Roel van Duijn, mettono in atto le provocazioni dei loro piani bianchi, ispirati alle opere del pittore e architetto ribelle Constant Nieuwenhuis, una sorta di socialismo applicato ai mezzi di trasporto e alle abitazioni) ad Hammond e soci viene presentato un tizio alto, allampanato, che ha tutta l’aria di un hippy alcolizzato. Il tizio indossa uno strano cappello, ha un gran paio di baffi, è di una decina d’anni più vecchio di loro, abita dalle parti di North Beach e dice di essere uno scrittore e di far parte dei Diggers. Si chiama Richard Brautigan, e la Four Season Foundation, una piccola casa editrice di San Francisco, ha appena pubblicato il suo “Trout Fishing in America”, che lo scrittore aveva nel cassetto da anni… un puzzle di invenzioni narrative e metafore ardite, un po’ racconto, un po’ saggio, con una bella struttura narrativa che non c’è. Il pescare dall’immaginario popolare a stelle e strisce diventa l’occasione per continue digressioni, fino al punto di trasformare il tutto in uno stato mentale, oppure in uno sberleffo, chissà.
A Brautigan quei ragazzi vanno subito a genio, e suggerisce loro di suonare in un concerto gratuito che si terrà il giorno dopo a San Francisco, al parco di Panhandle, adiacente al Golden Gate Park dove, fra gli altri, si esibiranno i Quicksilver Messenger Service e i Jefferson Airplane. Hammond e gli altri accettano il consiglio e, una manciata di ore dopo, sono pronti a suonare. Brautigan è anche lui fra il pubblico, e quando finalmente tocca a loro, ai Mad River, rimane colpito da quel sound cupo, dalle atmosfere tetre così ben evocate dal timbro di voce quasi disperato di Lawrence Hammond e dagli improvvisi scrosci di chitarra di David Robinson e Rick Bockner… ma sono soprattutto i testi di Hammond ad affascinare Brautigan. Lo scrittore li trova stravaganti, capaci di raccontare un’America diversa e si riconosce in quell’umore triste e nero, nel disincanto di quelle parole, che sono anche un po’ quelle dei suoi romanzi rimasti nel cassetto, e che riflettono uno sguardo obliquo sul mondo, una protesta contro il futuro, una sorta di iconoclastia che volta le spalle alle suggestioni del “Love and Peace” dominante. Da quel momento inizia una frequentazione assidua. C’è feeling, empatia, una misteriosa affinità fa oscillare le nature di Hammond e Brautigan. Forse ognuno dei due si riconosce nello sguardo dell’altro, leggendovi un’illazione di rabbia costante.
Il musicista comincia a indossare anche lui cappelli eccentrici, quasi a dare a quei copricapo un ruolo sociale e simbolico, e lo scrittore è presente quando i Mad River pubblicano la loro prima registrazione, un EP di tre canzoni per la Wee Records, un’etichetta indipendente dell’East Bay. Uno dei tre brani è una versione ridotta di Wind Chimes, uno stupendo pezzo strumentale con divagazioni orientaleggianti e cori Hare Krishna, loro cavallo di battaglia nelle performances dal vivo. Poi ci sono due canzoni scritte da Lawrence Hammond: A Gazelle (che poi diventerà Amphetamine Gazelle) e Orange Fire, che evoca un attacco di napalm dal punto di vista di un bambino vietnamita. Vengono prodotte un migliaio di copie del disco e una di queste capita fra le mani di Tom Big Daddy Donahue, il padre della radio underground e ras della KMPX, la stazione radio di San Francisco che sfrutta le bande libere, e che propone i Mad River sulle sue frequenze in FM fino a incuriosire la prestigiosa Capitol Records, che paga un anticipo e decide di dare una chance alla band.
L’album di debutto omonimo esce nel 1968, e aggiunge altre tracce a quelle presenti nel primo EP: Eastern Light, impreziosita dal piano di Hammond e dai riff chitarristici di Robinson, le acide Merciful Monk e High all time, la lunga The war goes on, con tutti i riferimenti del caso alla guerra in Vietnam, e Hush, Julian. Ne salta fuori un lp quasi sperimentale, che sfugge a tentativi di classificazione e che conferma l’audacia anticonvenzionale della band, con un ben riuscito mix di blues e acid rock. Hammond e soci dedicano il disco a Brautigan ma, nonostante le loro sempre più frequenti esibizioni dal vivo nella bay area, l’album si rivela un clamoroso flop commerciale, anche perché la Capitol ha leggermente accelerato le tracce. No, non è un errore, si pensa che venti minuti per lato sia la migliore resa per l’alta fedeltà… ma il risultato finale è poco lusinghiero per l’insieme e, soprattutto, per la voce di Lawrence Hammond. Nel frattempo il loro amico scrittore è sulla bocca di tutti. Trout Fishing in America” è già un clamoroso caso editoriale e Brautigan sta diventando un’involontaria icona della controcultura al pari di Ken Kesey. La sua frequentazione con i Mad River e il suo feeling con Hammond, in particolare, continua. Nell’appartamento di Oak Street, a Haight Hashbury, dove la band si è trasferita da Berkeley stabilendo il suo quartiere generale, capita spesso di vederlo con la poetessa della controcultura beat Lenore Kandel, oppure insieme a Emmett Grogan, uno dei mitici fondatori dei Diggers.
Dopo l’insuccesso dell’esordio la Capitol si defila e tuttavia arriva un’altra opportunità per i Mad RiverJerry Corbitt, degli Yougbloods riporta la band a Berkeley per registrare un secondo lp. Scottati dal cattivo esito commerciale del primo album, Hammond e soci pensano di distaccarsi decisamente da quel climax e il secondo lavoro, “Paradise Bar and Grill” del 1969, abbandona i toni cupi e anticonvenzionali del primo album per un sound più variegato, che miscela performances elettriche e acustiche con venature bluegrass. Una serie di brani firmati da Hammond (da Copper Plates a Revolution’s In My Pockets, fino a Paradise Bar and Grill) e che ricorda il mood acid rock del primo lavoro solo nella bella Leave Me Stay. L’album, che si chiude con la dolente Cherokee Queen, scritta dallo scrittore Carl Oglesby, attivista ed ex presidente della Students of a Democratic Society, è dedicato ai compagni della band, Greg Druian e Tom Manning, che nel frattempo hanno abbandonato il gruppo, e vede il debutto discografico di Richard Brautigan nella terza track, Love is not the way to treat a friend, una performance registrata durante le sessioni del primo album, ma poi mantenuta per il secondo. Registrato dal vivo, Brautigan legge i suoi versi sulle note di un duetto per chitarra acustica di Robinson e Hammond.
Anche questo secondo lavoro non soddisfa critica e mercato, inducendo Lawrence Hammond a sciogliere il gruppo. Da quel momento inizierà la fase dell’oblio per gli ex Mad River. Mentre degli altri componenti si perderanno le tracce… Lawrence Hammond tornerà al suo amore per le ballate folk, tentando una carriera solista per la Takoma Records che porterà ad alcuni 45 giri come “Trucker’s Nightmare” del 1973, e che culminerà nell’album “Coyote’s Dream” del 1976. Con il suo amico Richard Brautigan si perderanno di vista… musicista e scrittore prenderanno stradee diverse. Dopo essere stato considerato un cantore della Beat Generation, la notorietà di Brautigan comincerà anch’essa a declinare: comprerà casa a Bolinas e, sempre più prigioniero dei suoi stati di paranoia alcolica, si allontanerà dalla cacofonia mediatica in una sorta di autoesilio fino a quando, il 26 ottobre 1984, porrà fine alla sua esistenza suicidandosi con una pistola presa in prestito da un amico.

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