“Mad Dogs & The Englishmen” (1970): un orgasmo di proporzioni bibliche – di Lino Gregari

Mentre scrivevo su Alex Chilton e i suoi Big Star, continuavo a pensare a Joe Cocker e al suo “Mad Dogs and Englishmen” del 1970, che stava alla base di tutto ciò che usciva dalla mia tastiera e, alla fine, non ho resistito alla tentazione di avventurarmi per le ripide strade di questo monumento live che ha spalancato i cuori e le menti di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di approcciarlo in gioventù. Perché sia chiara una cosa, certi dischi, certe esperienze, le devi affrontare da giovane: se ci arrivi quando ormai il tuo spirito si è quietato, quando sei entrato a far parte del gioco… beh allora potrai arrivare ad apprezzarli, forse anche ad amarli, ma non entreranno mai veramente dentro di te, non forzeranno il tuo essere cercando di cambiarlo; sarà un ascolto attento certo, ma senza quella violenza emotiva che fa galoppare il cuore dei giovani virgulti in cerca di qualcosa che è impossibile definire. Guccini ci prova nella sua affascinante Eskimo
Perchè a vent’anni è tutto ancora intero / perchè a vent’anni è tutto chi lo sa /
a vent’anni si è stupidi davvero / quante balle si ha in testa a quell’età… 
senza tuttavia riuscire a spiegare, e neppure a comprendere in fondo, in senso di inadeguatezza che ti porti appresso con la tua gioventù. E quindi eccomi a raccontare di un disco che ho amato alla follia, cercando di riportare alla luce una piccola parte di quelle sensazioni, così primordiali da lasciarmi oggi alquanto stupito.

Il mese di agosto del 1970 fa da cornice all’uscita di questo storico doppio vinile: sono gli anni d’oro dei Live, un punto di arrivo per tutte le Band degne di considerazione. Arrivare a proporre un doppio disco dal vivo significa aver raggiunto la vetta, essere considerati degni di accedere ai livelli più alti del consenso pubblico e, di conseguenza, a quelle del mercato. Ma non tutti i dischi sono uguali ovviamente, e ciascuno reca con se la sua dose di vita vissuta che, per quel che riguarda Joe Cocker e i suoi Mad Dogs è davvero particolare. È trascorso poco tempo da Woodstock, e Joe è ormai una star internazionale, che accende gli animi del pubblico, iniziando a raccogliere i frutti di un impegno costante. Lo stesso Cocker racconta: “Solo pochi giorni prima della esibizione con la mia band, The Grease Band, a Woodstock, ci eravamo esibiti nel più grande concerto della mia carriera fino a quel momento come headline, nella mia città natale di Sheffield, una città di operai. Dopo anni di duro lavoro su e giù per la Gran Bretagna con i miei due primi album da solista, stavo conquistando un posto al sole. Ben 600 persone acclamarono il mio ritorno a casa. Sapevamo che in America saremmo andati a suonare in un imponente open air festival ma come potevamo aspettarci ciò che vivemmo a Woodstock?. Dopo tanti anni, lo confesso, mi ci vollero molti mesi per riprendermi…” 
Sulle ali dell’entusiasmo Joe vola a Los Angeles nel marzo del 1970, e qui incontra il manager Dee Anthony che gli propone un tour ”lampo” di 3 mesi, per non incorrere in problemi inerenti a permessi di lavoro. Anthony fa notare a Cocker che gli impegni pregressi lo obbligano a rispettare un contratto, firmato a suo nome e non a nome del gruppo immediatamente dopo Woodstock, che prevede il tour entro l’estate 1970 (Anthony aveva rilevato il contratto di Joe dal precedente manager del cantante senza consultare l’artista). Non resta che accettare, anche perché il cantante di Sheffield non ha nessuna intenzione di pagare di tasca sua: a Cocker non gli frega nulla delle beghe tra manager, i contratti per lui sono carta per pulirsi il culo… ma sui soldi non si scherza, non dopo tutto ciò che ha fatto per arrivare dove è arrivato. Quindi… fiato alle trombe: facciamo questo cazzo di tour e andiamo a prenderci la nostra parte di gloria. Facile a dirsi, ma a farsi risulta cosa assai complessa. Il tempo stringe, e la Band che deve accompagnarlo neppure esiste ma, in fondo, chissenefrega, non sarà certo questo dettaglio a fermare un Gallese purosangue con il fuoco nell’anima. Il giorno dopo l’incontro con il manager, Cocker se ne esce con l’idea di contattare il pianista e arrangiatore Leon Russell, cresciuto alla scuola di Phil Spector, il cui lavoro con Delaney & Bonnie, specialemente nel brano In the Ghetto, aveva colpito il cantante. Leon è un personaggio molto particolare, decisamente eclettico, e vede di buon occhio la cosa, anche perché, la sua neonata etichetta (Shelter) necessita di una buona dose di visibilità, per cui si getta a corpo morto nell’avventura. Ora, il corpo di Russel non è proprio una piuma, in tutti i sensi, e il risultato non può che essere una formazione di una decina di musicisti e coristi che si mette subito al lavoro negli studi A&M di Hollywood, l’etichetta statunitense di Cocker (la stessa che licenzia la Shelter di Russell). Apriti cielo… gli Dei scendono sulla terra!
Non può esserci altra spiegazione, visto che già dalla prima prova esce un singolo esplosivo, destinato a splendere per l’eternità: “The Letter/ Space Captain” arriva come un fulmine a ciel sereno e ribalta completamente il concetto di Band di supporto. Joe è la star da presentare al pubblico, ma Cristo Santo, quelli che si muovono con lui sul palco risplendono come lucciole in un prato buio
Il tutto è composto da 36 persone fra musicisti, tecnici audio, tecnici vari, managers, mogli, amanti, e figli vari: un carrozzone ambulante che rende perfettamente l’idea del delirio vitale nel quale il tutto era immerso. E poi c’è il nome: Mad Dogs & Englishmen, lucida fotografia in grado di sintetizzare perfettamente la generosa pazzia del momento. Non esiste altro! Un momento iconico, perfetto, che esplode in una grande palla di luce cosmica: il delirio di un ensemble unico che riceve energia direttamente dallo spazio che lo sovrasta, e la condivide con gli attoniti spettatori. Nessuna altra spiegazione è possibile. Le serate al Fillmore East di New York City, sono perfette ed esplosive, e vengono scelte per fermare su nastro il materiale che diventerà il doppio album dallo stesso nome della band. Poi arriva il 16 maggio, che porta con se l’ultimo trionfale concerto a San Bernardino: game over. I giochi sono finiti, il tour si conclude tra gioia e dolore, tra amori nati e finiti, accompagnati da tutti quei casini che accadevano nelle tourneè degli anni settanta; Joe e Leon tirano un sospiro di sollievo, e mollano tutto con una dose di malcelata gioia. Ancora non sanno di essere stati interpreti di un momento assolutamente unico e irripetibile, con una formazione che resterà nella storia come uno dei primi super gruppi dell’epoca: Chris Stainton all’organo e al piano, Don Preston alla chitarra ritmica, Carl Radle al basso, Jim Gordon e Jim Keltner alle batterie, Chuck Blackwell e Sandy Kenikoff alle percussioni, Bobby Torres alle congas, Jim Price alla tromba, Bobby Keys al sax tenore. Dietro a loro, il coro era composto da Rita Coolidge, Claudia Linnear, Daniel Moore, Donna Weiss, Pamela Polland, Matthew Moore, Nicole Barclay e Bobby Jones… e questo è quanto.
Prendete in mano il vostro strumento “scribacchini del Rock”: munitevi di carta e penna e celebrate l’avvento di un evento memorabile. Voi, che avete avuto la fortuna di assistervi, tramandate ai posteri questo orgasmo di proporzioni bibliche: lasciatevi trasportare in un volo pindarico, che vi porti a contatto con tutti coloro che possono solo leggere di una serie di concerti epici e fottutamente lisergici. Rendete grazie al vostro Dio, fratelli di penna, e osannate in giusta dose chi, inconsapevolmente, ha prodotto carburante culturale per generazioni di pubblico assetate di eccessi musicali.

Il buon Joe dichiarò anni dopo: “alla fine del tour mi rifugiai in una villa di Laurel Canyon e ci rimasi praticamente per tutto il resto dell’anno, completamente fuso e schifato dalle macchinazioni cui ero stato sottoposto e dalle pressioni subite. Il piacere di quel tour lo avrei riscoperto solo anni dopo guardando per la prima volta da solo il film che per anni mi ero rifiutato di vedere. Poi, alla fine dell’anno, feci le valigie e volai a casa a Sheffield dai miei genitori per cercare di tornare a essere un uomo qualunque”
No carissimo Joe, non sarai mai un uomo qualunque: troppa l’energia che ci hai donato. Se come un novello Mosè hai aperto l’oceano per noi, ora che lo abbiamo attraversato non possiamo certo far finta di nulla. Non cerchiamo un profeta, non ne abbiamo bisogno: vogliamo la tua essenza, vogliamo farla nostra e continuare a sentire dentro di noi quell’esplosione di energia che da sola è in grado di annichilire ogni quotidiana banalità. Personalmente, continuo a provare le stesse sensazioni, ogni volta che questo vinile gira sul mio piatto, per cui non aspettatevi il solito elenco di canzoni con le parole di circostanza che accompagnano ogni singolo brano. Siete grandi no? Cercate – sullo scaffale o in un negozio di dischi vero o virtuale – ascoltate questo cazzo di disco… e arrangiatevi.

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