Macy Gray: “Stripped” (2016) – di Nicola Chinellato

C’è qualcosa che non ha funzionato nella parabola artistica di Macy Gray, un’anomalia di funzionamento in una macchina apparentemente rodata e pronta a far sfracelli. Era il 1999, infatti, quando “On How Life Is” e i sette milioni di copie vendute (trainate dal singolo I Try) facevano della Gray la stella nascente del movimento nu-soul. Ma fu un unicum, un exploit estemporaneo che si afflosciò fin dal successivo “The Id” (2001) nonostante l’album prevedesse la presenza di ospitate importanti, da Erykha Badu a John Frusciante. Il successo della cantante originaria dell’Ohio si rintuzzò così di disco in disco, malgrado una proposta mainstream in bilico fra pop e soul ma sempre di un livello qualitativo superiore alla media.
Oggi, Macy Gray imbocca una strada diversa, accantona ogni tentativo di scalare le classifiche e di rinverdire il fasti di quindici anni fa, e torna all’amore di sempre, quel Jazz di cui ha spesso parlato come elemento formativo della propria caratura professionale, citando, guarda caso, Billie Holiday come modello da imitare. Questo nuovo full lenght nasce quindi dall’esigenza di riappropriarsi di un’identità, se non proprio commerciale, quanto meno artistica, come se Macy volesse dimostrare che al di là del cospicuo (ma effimero) successo degli esordi, ciò che conta davvero è l’estro creativo, la capacità cioè, di giocare con il pop e il soul ma anche quella di calarsi poi con efficacia, nei panni di raffinata musicista Jazz. In tal senso, “Stripped” centra il bersaglio, offrendoci una scaletta di livello, in cui la cantante rivisita alcune hit del passato, ripropone canzoni altrui e si misura con materiale originale scritto per l’occasione. Registrato in due giorni all’interno di  una chiesa sconsacrata di Brooklyn, il disco vede la collaborazione di un quartetto Jazz di tutto rispetto che schiera Ari Hoening alla batteria, Daryl Johns al basso, Russell Malone alla chitarra e Wallace Roney alla tromba. Quattro musicisti, la cui performance vellutata, tutta spazzole, punta di plettro, morbide rilegature pianistiche e sinuosi assoli, asseconda meravigliosamente la voce di Macy Gray, all’apparenza flebile e aspra, ma ricca di misurato pathos. Piacciono, e molto, i nuovi brani (su tutti l’iniziale Annabelle) ma di sicuro l’elemento di maggior interesse del disco è la reinterpretazione Jazzy di alcune canzoni del passato, come la celeberrima I Try (che anche in questa veste si presenta bellissima) e la struggente The First Time, forse la vetta qualitativa del disco.
Non mancano, come si diceva, anche delle coverRedemption Song di Bob Marley, eseguita con il pilota automatico, e l’inusuale Nothing Else Matters dei Metallica, già presente in “Covered” del 2012 e oggetto di una rilettura che lascia piacevolmente stupiti. Un ritorno alle radici della musica nera dunque, per un disco intenso e ottimamente suonato che il pubblico ha voluto premiare restituendo a Macy Gray la vetta delle classifiche: non quelle pop di qualche anno fa, ma la terza piazza della Billboard Jazz Albums. Un ottimo risultato che forse segna l’abbrivio di un nuovo percorso artistico.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *