Macron… “Moi non plus” – di Ignazio Gulotta

C’è una presa di posizione dei media siriani che a proposito di quanto sta accadendo in Francia parlano di “primavera francese” e ironicamente e beffardamente sembrano invocare un intervento umanitario analogo a quello che il governo di Damasco – e potremmo aggiungere Tripoli o Baghdad – ha subito, con le terribili conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Eppure a pensarci bene non si tratta solo di una battuta sarcastica e amara, né tanto meno paradossale, ma è invece l’esplicito svelamento del carattere neocoloniale della teoria della guerra umanitaria, ossimoro creato dal fondatore di Medici senza Frontiere Bernard Kouchner. Insomma, se Assad o Gheddafi erano, almeno a giudizio della stampa mondiale, invisi e nemici dei loro popoli, ora lo stesso giudizio pende sul capo di Emmanuel Macron, il leader forse più vezzeggiato e ammirato da quella stessa stampa. Specializzata nel demonizzare i leader nazionalisti che vogliono sottrarsi al dominio delle multinazionali straniere. Ma adesso, in questi tumultuosi giorni di fine autunno la ruota sembra girare e, ora è lui, Macron, a essere finito vittima di una delle rivolte più clamorose scoppiate in Europa dopo gli anni fatidici del ‘68. Il “brillante giovanotto” che ha tutto per piacere alla gente che conta: ha sconfitto il mostro fascio-razzista di Marine Le Pen, ha sposato in pieno la causa europeista e le rigide regole economiche imposte dalla UE, è fermamente sostenitore delle politiche antirusse e filosionista, ha destituito l’odiato leader nazionalista libico Gheddafi e ci ha provato con Assad, fa una politica interna decisionista e autoritaria, e una politica economica liberista atta a favorire i ceti ricchi e a dare competitività al suo paese tramite una politica di abbassamento dei salari e di riduzione dello stato sociale. Adesso però il premier francese è messo all’angolo da una insubordinazione che dalle periferie sta arrivando al cuore della Francia. Una rivolta dal carattere sfuggente alle tradizionali categorie politiche e sociologiche che ci portiamo dietro dal Secolo passato: basti pensare al simbolo scelto, i gilet gialli, colore irriducibile a qualunque simbologia politica del passato e, se guardiamo ai 25 punti che costituiscono il programma delle loro rivendicazioni, troviamo elementi tipici di un programma di sinistra radicale: aumento dei salari e delle pensioni, assunzioni nel settore pubblico, costruzione case popolari, stop alle privatizzazioni, divieto di agire per le lobbies, lotta ai monopoli nei media… ma anche uscita dalla NATO e dall’UE, fine del saccheggio dell’Africa e del sistema del franco africano che tiene per il collo i “Continente nero”. Accanto a queste rivendicazioni ci sono anche quella di tasse non superiori al 25%, impedire l’immigrazione che il paese non è in grado di accogliere… tutti argomenti, soprattutto quest’ultimo, che ha aspetti molto controversi e dibattuti, ma che senza alcun dubbio sono molto sentiti dalla popolazione più povera e che le forze che si dicono di sinistra o centrosinistra (ma lo sono davvero?) non hanno saputo affrontare in modo convincente. Del resto anche la composizione sociale del movimento dei gilet gialli appare molto complessa e di difficile determinazione e, la difficoltà di comprendere il fenomeno, che evidentemente ha sorpreso gli analisti e i politici è evidente leggendo le pagine dei giornali. La stessa cosa è accaduta in Italia con la crescita esponenziale dei consensi verso i 5 stelle e la Lega, movimenti molto diversi ma che ora si trovano insieme in un governo che sta mandando in tilt tutti i presunti cervelloni del Belpaese, assolutamente incapaci di valutare il fenomeno e in cui l’atteggiamento prevalente e ottuso è quello di maledire e criminalizzare chi non rientra dentro gli ottusi schemi della loro presunta ragionevolezza. C’è però un altro punto che è stato sottovalutato o passato in secondo piano ed è quello che riguarda le richieste dei gilet gialli in campo politico e costituzionale: essi infatti chiedono una riscrittura della costituzione e l’istituzione di referendum popolari, in direzione quindi di una maggiore rappresentatività popolare e di inclusione di forme di democrazia diretta. Sono rivendicazioni importanti e che ci offrono un’interessante chiave di lettura della rivolta francese, che forse ha proprio nel tema della scarsa rappresentanza del popolo e dell’altrettanta poca corrispondenza fra le istanze diverse della società e il potere politico una delle sue motivazioni. Mi spiego meglio, al momento dell’elezione di Macron, oltre al patetico sollievo per la mancata vittoria della Le Pen, vi fu un immediato e ridicolo entusiasmo che si riversò sul neo eletto presidente, con in prima fila alcuni leader italici che si annunziarono subito urbi et orbi l’essersi messi in marcia sulle orme di Macron, del quale magnificarono le doti, l’eccellenza del suo programma e la nascita di un grande leader europeo… ma sarebbe bastato leggere qualche cifra per rendersi conto che il Nostro era soltanto quella che il fin troppo dimenticato Mao avrebbe definito una “tigre di carta”. Macron infatti si è trovato a governare con un grandissimo potere, quello che gli è conferito dalla Costituzione vigente, ma con una piena adesione dei francesi piuttosto bassa; egli infatti al primo turno aveva ottenuto solo il 24% dei voti, con un’affluenza al voto del 77%: il che vuol dire che solo un francese su cinque lo ha convintamente votato. Vero poi che al ballottaggio ha surclassato Le Pen, ma in quel caso ha raccolto più i voti di chi temeva la leader della destra populista che quelli di chi lo amava. Saggezza avrebbe voluto che in tale situazione Macron avesse svolto una politica attenta e rispettosa delle posizioni politiche delle minoranze invece, come recitava una recente vignetta “ha fatto il Renzi”, ha attuato politiche di destra antisindacali e contro i lavoratori, ha favorito i ceti ricchi e potenti abbassando loro le tasse; in campo internazionale ha intessuto rapporti sempre più stretti con USA, Germania e Israele, ha appoggiato il regime ucraino, finendo così con lo scontentare buona parte della Nazione. Si è fatto acceso sostenitore delle politiche economiche della UE, dimentico che il suo Paese anni prima aveva perfino bocciato – e di questo dovremmo essergli grati – il progetto di Costituzione europea. Sta proprio qui la crisi dei regimi democratici europei che si sta manifestando con la crescita dei movimenti anti-establishment dalle diverse coloriture politiche e in Francia, nel movimento di massa dei gilet gialli: le élites al governo, sia di centro che di sinistra, si sono mostrate sempre meno in grado di rappresentare gli interessi del popolo, sono apparse legate ai grandi potentati economici e finanziari e non soltanto incapaci di orientare le loro politiche a una più equa redistribuzione del reddito ma, al contrario, a drenare sempre più ricchezze ai lavoratori per trasferirle alle élites, nella falsa convinzione che il maggior benessere dei ricchi finisca poi per favorire anche quello dei meno abbienti. In questo contesto, le politiche liberiste e di austerità non sono certo un’esclusiva francese… e allora è doveroso chiedersi come mai analoghe rivolte non si siano avute per esempio nel nostro Paese, dove la crisi economica ha colpito in modo altrettanto violento, dove i governi hanno attuato politiche restrittive dei diritti dei lavoratori e dove il potere di acquisto di salari e stipendi si è ridotto negli ultimi due decenni ben più sensibilmente che Oltralpe. Una prima risposta potrebbe essere che da noi vi è stato un completo azzeramento della capacità contrattuale e conflittuale dei lavoratori (qui, con il decisivo contributo degli stessi sindacati e dei partiti eredi della sinistra), è stato sempre più ridotto il diritto allo sciopero, con una serie di leggi e regole che lo hanno nei fatti reso un’arma spuntata. In Italia è praticamente impossibile scioperare per più di un giorno, mentre in Francia abbiamo assistito in questi anni a scioperi anche nei servizi dalla durata e dalla durezza per noi ormai impensabile: questo ha fatto sì che i lavoratori abbiano perduto sempre più la loro capacità di lotta, anche perché il ruolo del sindacato è parso sempre più timido e incapace di indirizzare una battaglia seria e determinata per difendere i diritti dei lavoratori. In Francia invece, Paese in cui la tradizione rivoluzionaria è sempre stata radicata, il ruolo della CGT è parso ben più deciso e combattivo tanto che, nel caso dei gilet gialli, si è schierato con decisione dalla parte dei rivoltosi; stessa cosa ha fatto il movimento di Melenchon che oggi appare credibile proprio per non aver voluto dare il suo appoggio a Macron al ballottaggio presidenziale: scelta che oggi si dimostra quanto mai giusta. En passant notiamo anche che la leader del movimento di sinistra tedesco Aufstehen, Sarah Wagenchnecht, ha espresso il suo appoggio ai gilet gialli e abbia allargato la sua riflessione sulla necessità che le forze che si oppongono al liberismo da sinistra lavorino a forme di organizzazione nuove che coinvolgano coloro che non si ritrovano più nella politica dei partiti tradizionali. Ora, a fronte del dilagare della protesta e dopo aver adottato misure repressive particolarmente violente contro i dimostranti (anche lesive della dignità dell’essere umano), Macron si è presentato in tv con un discorso che, oltre ai rituali appelli contro l’uso della violenza, conteneva un parziale riconoscimento dei propri errori ed alcune concessioni ai rivoltosi (quell’ammissione degli errori che il nostro ormai bollito Renzi non è mai stato capace di fare nemmeno di fronte a continue e rovinose débâcles). Basterà? Presto per dirlo, ma certo è che per un leader che ha fatto del decisionismo e dell’“uomo solo al comando” il suo credo principale si è trattato di un’autentica disfatta. Il consenso di Macron è ormai ai minimi storici e rischia anche di restare isolato sul piano internazionale, laddove molti suoi amici, fautori come lui delle politiche liberiste, stanno vivendo momenti molto brutti e, anche sull’UE si allungano ombre inquietanti per l’attuale leadership. Forse la rivolta dei gilet gialli potrebbe rappresentare una seconda avvisaglia, dopo quella delle elezioni del 4 marzo in Italia, di un nuovo “fantasma che si aggira per l’Europa”, uno spettro i cui contorni ancora non sono ben definiti, sperando che, sempre per citare l’uomo del libretto rosso“grande la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”.

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