“Maceria” – di Francesco Picca

Oggi, questo bar, è deserto. O meglio, è un deserto. Maceria amava il deserto. Perché, sosteneva, non c’erano impedimenti alla vista, non c’erano ostacoli. Gli ostacoli, per Maceria, erano un grosso problema. Quando poteva, quando gli riusciva, li tirava giù a spallate, ripetute e poderose. Altrimenti si adattava, come un timoniere con la barra di bolina. E noi, tutti, ci si adattava al mare che ingrossava. E si aspettava, tutti insieme, ciascuno rovistando in tasche sempre troppo vuote, scimmiottando un affannoso contributo a una soluzione. Perché, un ostacolo per Maceria, era un punto morto nell’esistenza di noi tutti. E allora bisognava passare oltre. Macerie. Questo restava, dopo ogni spallata, dopo ogni treno di onde contrarie. Macerie e silenzi. In quei silenzi s’infilava Bruco, che tesseva sguardi, e ricuciva il tempo e le parole.
Due birre e quattro bicchieri, un po’ di tabacco, le solite battute e una risata sguaiata. Maceria segnava il passo. E la sua rivoluzione mai compiuta era un’occasione di comunanza, unica, formidabile, che non richiedeva troppo impegno, se non il ritrovarsi, ogni sera, nel solito angolo di quel giardino. Beccaccia studiava, si preparava a dovere. Elaborava teorie post rivoluzionarie che, secondo lui, ci avrebbero salvato dal fuoco reazionario. A noi, però, interessava bruciare. A noi, così poco inclini alle ovvietà, calzava perfettamente l’incertezza di quella rotta segnata da Maceria. Poco ci importava delle conseguenze. Sapevamo di essere nel giusto perché il giusto, per noi, era la sua passione furibonda, quella passione soffiata con forza in ogni parola, quella di ogni pugno sul tavolo, quella di ogni litigio e del vuoto lacerante che ne seguiva. Questo era Maceria. Era passione devastante. E devastanti erano anche i suoi amori.
Fulminanti, come una morte improvvisa, eppure cosi vitali, cosi necessari. Amori consumati in fretta, in piedi, come il pasto di un fuggiasco. Ci s’innamorava tutti, tutti insieme. Insieme a lui. Le sue notti insonni erano anche le nostre, così come i suoi pianti, e le bestemmie, e le sbronze purificatrici. Ora c’è il problema di conciliare due birre e tre bicchieri. Ed è la prova che ogni amicizia sottende a regole matematiche. È questo, forse, uno di quegli ostacoli che Maceria avrebbe assecondato, navigando di bolinaDue birre e tre bicchieri. Un problema aritmetico, per noi esistenziale. Non ci sono spallate risolutorie. Non c’è nemmeno lo sguardo mediatore di Bruco che da un’ora è voltato verso ovest, quasi di spalle a noi, incastrato nella sedia, avvinghiato ai braccioli di plastica, con gli occhi a fessura e una smorfia di pietra. Aspetterà l’ultimo bagliore e poi andrà via, senza dire nulla, come ha fatto anche ieri sera. Beccaccia ha pensato di riconciliarsi con Maceria.
Lo ha fatto in sua assenza, ma ha scelto una modalità che Maceria avrebbe apprezzato come il più desiderato dei regali. Beccaccia ha scelto un muro e vi ha scritto il primo documento politico condiviso. Il primo in assoluto. Sintetico, inequivocabile. Ha impastato giornate intere di discussioni e le ha rese immortali con un manifesto inattaccabile. Ha espresso la nostra ansia di non sopravvivere al prossimo ostacolo, e al tempo stesso ci ha indicato la soluzione. Uscendo dal giardino del bar imbocco quei sette gradini a destra. Comincio col piede sinistro, e col sinistro arrivo in piazza, e faccio perno, per una svolta a sinistra. Quindici metri di vicolo senza finestre. Nemmeno una porta. Solo due lampioni, a metà di quel corridoio disabitato. Due lampioni spenti da sempre. Rallento, e mi soffermo a leggere: “Maceria Vive”. (Scritta, oggi rimossa, in Vicolo Tavernelle nel centro storico di Cesena).

Tratto da: “Lacca” di Francesco Picca  (Bertoni Editore 2019).
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