Macbeth: Il Bardo analizza il Male – di Cinzia Pagliara

Il Bardo analizza il Male in quasi tutte le sue storie, e sicuramente in tutte le sue Dark Tragedies, ma in Macbeth, dramma che oscilla tra storia e leggenda, tra barbarie e civiltà (come la Storia, come tutta la Storia, anche la nostra) Shakespeare si sofferma sui meccanismi interiori che portano a compiere il male.
Potrebbe, in un certo senso, considerarsi un dramma che celebra l’unione della Scozia all’Inghilterra sotto un unico Re (come avvenuto con re Giacomo), ma come sempre il principale interesse dell’autore non è la politica, ma piuttosto evidenziare la debolezza dell’animo umano: la trasformazione del protagonista da nobile eroe a spietato tirannoMacbeth è un coraggioso generale scozzese che sulla strada di ritorno da una vittoriosa campagna contro i ribelli incontra tre streghe che si rivolgono a lui prima con l’appellativo di signore di Cawdor e poi con quello di Re. Riceve subito dopo, come ricompensa per l’onore dimostrato in battaglia, il titolo di signore di Cawdor e viene quindi spinto dalla diabolica moglie (nessun nome per Lei, solo Lady Macbeth: i due non potrebbero esistere se non insieme) a pugnalare nel sonno il Re Duncan, ospite nel loro castello. “Brutto è bello, bello è brutto” cantano le streghe, in versi trocaici dal suono disumano, mentre elencano gli spaventosi ingredienti delle loro pozioni. Presagio sottovalutato del fatto che non c’è nulla di certo, che le leggi morali non seguono un corso, che regna il caos (riecco la Storia… anche la nostra). Ma c’è di più in questa tragedia, perché Macbeth non è un malvagio assoluto come Iago, è anzi un uomo fondamentalmente buono: il passaggio dal bello al brutto (e viceversa) può dunque avvenire senza soluzione di continuità. Avviene perché l’uomo (non il generale) Macbeth viene sopraffatto dalla ambizione, dalle profezie delle streghe (le promesse di successo e fama di oggi, non sono la stessa forma di stregoneria?) e dagli incitamenti della moglie, alla quale è legato da un rapporto morboso e quasi asessuato: Lady Macbeth, a differenza delle altre eroine shakespeariane, è fortemente mascolina e in questa tragedia, cosa altrettanto inconsueta, mancano immagini riferite al sesso. Lady Macbeth è spietata, spaventosa nell’uso delle parole:
“io avrei strappato il capezzolo dalle morbide gengive del bambino che mi guardava sorridendo, e gli avrei fatto schizzare il cervello, se avessi giurato, come voi avete giurato”.
Ancora una volta il Bardo offre passaggi di tale forza poetica da lasciare affascinati e, già nel 1765, Samuel Johnson sottolineava la forza magnetica del dramma. Tuttavia nemmeno Lady Macbeth riesce a sottrarsi alla tortura subdola e potente del rimorso, che la porta prima alla follia (quanto diversa dalla dolcissima pazzia di Ofelia) e poi alla morte.

“via maledetta macchia! Via, dico… L’inferno è buio… una, due… ecco, allora è il momento di farlo.
Vergogna mio signore, vergogna… ma chi avrebbe pensato che quel vecchio avesse dentro tanto sangue …”

E Macbeth,che non può esistere senza di Lei, prega il dottore:
“Non puoi strappare dalla memoria un dolore che vi ha messo le radici, cancellare le angosce scritte nel cervello?”
La regina muore, dando spazio a un dolore che crea alcuni dei versi più belli della letteratura:
”Spengiti, spengiti, breve candela! La vita non è che un’ombra che cammina: un povero attore che si pavoneggia, e si affretta sulla scena del mondo, per un’ora, e poi non se ne sente più parlare; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di affanni, che non significa nulla.”

Macbeth ha con crudeltà creato, nel corso della sua vita, il vuoto intorno a sé e alimentato l’odio dei suoi nemici; sa quindi cosa lo aspetta, e tuttavia, nel finale, indossa l’armatura confidando nella predizione che non potrà essere ucciso da nessun uomo nato da donna e che non dovrà temere nulla finché la foresta di Birnam non si sarà spostata fino al castello di Dunsinane… ma perfino i boschi si muovono, in cerca di verità e giustizia: i soldati raggruppati per la vendetta, si spostano nascondendosi con i rami che hanno staccato nella foresta, e solo alla fine Macduff svela a Macbeth di essere stato “tratto anzitempo, con un taglio, dal grembo di sua madre“. IL generale-re viene ucciso, e nessuno pronuncerà elogi sulla sua tomba. Infettato dal male, sembra quasi avere desiderio di distruggersi: nella sua costante ricerca di giustizia-giusta, Shakespeare non ne permette il riscatto e, come disse Samuel Johnson:
“lo spettatore gioisce alla sua caduta”.
Qualche curiosità teatrale: Ingmar Bergman nel 1948 ne fece una versione con una scenografia in cui da un albero pendevano impiccati e carcasse di bue, segno del male come aspetto ineluttabile dell’esperienza umana. Akira Kurosawa nel 1957 riportò la storia nel Giappone dei Samurai, mentre Orson Walles nel 1936, trasformò le predizioni delle streghe in riti Voodo (al Theater Project of Harlem). In questo articolo abbiamo anche pubblicato la versione di Roman Polanski, del 1971In Macbeth apparenza e realtà si fondono, si confondono e si sovrappongono: come nella Storia. Anche nella nostra, in cui i mari sono cimiteri umani, e file di dispersi fuggono da guerre che altri hanno creato, prima di provarne paura e ribrezzo. Chissà quale profezia sarebbe adatta a noi… intanto, come Macbeth, ci siamo svegliati nella paura consapevole e colpevole, pensando al domani.
“Ogni domani striscia via fino all’ultima sillaba del tempo prescritto, e tutti i nostri ieri hanno rischiarato, a degli stolti, la via che conduce alla polvere della morte.”

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