Mac DeMarco: “This Old Dog” (2017) di Massimiliano Speri

Pochi, tra i giovani autori emersi negli ultimi anni, possono vantare una produzione riconoscibile, coerente e di qualità come quella del canadese Mac DeMarco, che con il suo psycho-pop indolente, dolciastro e autoironico è riuscito ad imporre uno standard già oggetto di imitazioni. La ragioni di questo successo risiedono in egual misura in un songwriting accattivante, in una ricetta per gli arrangiamenti di sicura presa e nell’eccentricità del personaggio, che con il suo porsi demenziale e sopra le righe non può non suscitare simpatia. La forza della sua immagine pubblica non deve però mettere in ombra le doti prettamente musicali del Nostro, performer talentuoso e sapiente organizzatore del proprio materiale, abile nel risemantizzare certi cliché del pop di consumo in un contesto giocosamente slacker. Questo suo terzo album segna al contempo una continuazione e un’evoluzione del suo programma: da un lato troviamo confermati i suoi marchi di fabbrica (suoni finto-glitter, tastierine vintage fuori fase, chorus onnipresente), dall’altro assistiamo ad un mutamento d’approccio, più vicino al cantautorato elegante che alla morbida psichedelia finora predominante. Infatti, è la chitarra acustica lo strumento-guida di queste tredici canzoni, in cui l’elettronica non è più un punto di partenza teorico ma semmai una guarnizione decorativa. Si avverte inoltre un mood differente rispetto al passato, con un tono generale più trasognato ed un’agrodolce malinconia a farsi strada tra le righe, come se si spiasse un ultimo tramonto estivo attraverso le persiane di una casa che si sta per lasciare: un cambio di rotta (invero già in nuce nei precedenti lavori) probabilmente legato alla maturazione umana dell’autore, ormai più prossimo ai 30 che ai 20. Come sempre, Mac DeMarco fa tutto da solo nel suo studio personale, curando la produzione e suonando le parti di tutti gli strumenti come un Todd Rundgren d’altri tempi. Ancora una volta, a trionfare sono le melodie, orecchiabili e mai banali, incorniciate dalla sardonica vocalità del cantante. I risultati migliori arrivano quando le due anime del disco convivono in maniera più limpida: il folk elettronico dell’iniziale, deliziosa My Old Man, i sommessi chiaroscuri della breve Sister, l’irresistibile twee pop di A Wolf Who Wears Sheep Clothes, il pianismo lo-fi della ballatona finale Watching Him Fade Away. Altrove, pur ribadendo l’eccellenza sia di scrittura che di confezione, si ha l’impressione che l’autore si limiti a sciorinare ciò che ci si aspetta da lui, giusto in un’ottica più sbilenca: brani come One More Love Song e On The Level potrebbero tranquillamente essere delle outtakes da “Salad Days” (il che, sia chiaro, non è necessariamente un male). Un discorso a parte meritano i sette minuti di Moonlight On The River, placido abbandonarsi al traino della corrente, con un’inquieta coda strumentale a turbarne l’irreale rilassatezza. Nel complesso si ha la piacevole conferma di un talento indubbio, ma anche la sensazione di una possibile stanca in agguato, come se dopo aver cristallizzato la propria formula DeMarco faticasse a portarla altrove. Per il momento non resta che goderci questi soffici quaranta minuti, aspettando le prossime mosse di questo vulcanico genietto del pop contemporaneo

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