M. Night Shyamalan: “Glass” (2019) – di Nicholas Patrono

Qualcuno fermi Shyamalan. In alternativa, qualcuno gli regali un buono per un corso di sceneggiatura, oppure lo convinca ad affidare la scrittura dei suoi film a qualcun altro. È dai tempi de “Il Sesto Senso” (1999) che il regista pare essersi fissato con il plot-twist finale, il colpo di scena che arriva all’ultimo minuto del film e rimescola le carte in tavola. A quanto pare, Shyamalan ha deciso che nei suoi film deve esserci per forza un twist a sorpresa negli ultimi minuti, anche se significa sacrificare tutto il resto. Il regista è arrivato a sacrificare più di una trama, in nome di questa ideologia volta a sorprendere lo spettatore a tutti i costi. Succede ad esempio in “Unbreakable” (2000), film tutto sommato godibile e sorretto da un’idea interessante, smontato proprio alla fine da un twist che non aveva senso di esistere. Succede l’esatto inverso in “The Village” (2004), il cui finale è tanto scontato da risultare prevedibile dal primo fotogramma. Merita una menzione speciale “Signs” (2002), in cui degli alieni allergici all’acqua decidono di invadere un pianeta composto per il 70% da acqua: qui il colpo di scena smonta l’intera struttura del film. Nonostante le evidenti pecche, Shyamalan ha vissuto un iniziale periodo di successo, merito soprattutto del suo unico lavoro valido sotto ogni aspetto, “Il Sesto Senso”. Il regista ha poi vissuto un periodo di grave crisi tra il 2006 e il 2013, in cui ha collezionato una serie di flop e prodotto film di infimo livello: “Lady in the Water” (2006), “E venne il giorno” (2008), “L’Ultimo dominatore dell’Aria” (2010) e “After Earth” (2013). Quattro prodotti di cui la critica ha ampiamente parlato, e non in termini positivi. Il ritorno al thriller con “The Visit” (2015), “Split” (2016) e “Glass” (2019) sembra aver giovato a Shyamalan, se non altro in termini di incassi. Ciò che il regista pare non aver imparato è come sceneggiare decentemente un film, e difatti non si smentisce con “Glass”. Nato per concludere una trilogia iniziata con “Unbreakable”, che tutto sommato si lasciava guardare, e proseguita con “Split”, in cui si salvava soltanto uno strepitoso James McAvoy nei panni del tormentato protagonista, “Glass” promette di essere qualcosa che non è. L’idea di base è, in verità, interessante: Shyamalan crea dei supereroi ben diversi dalle indistruttibili, perfette e immortali icone Marvel come Iron Man, Hulk, Thor. Il malinconico David (Bruce Willis), vittima di una vita infelice, il fragile Elijah (Samuel Jackson), reso rancoroso con l’intero mondo dalla sua osteogenesi imperfetta, e il sofferente Kevin (James McAvoy), con le sue 23 personalità e una vita terribile da condurre, sono tutti personaggi ben caratterizzati e ben riusciti. Il punto è che i motivi d’interesse finiscono qui. Guardando “Glass” si ha l’impressione di vedere i due film precedenti, ma estremizzati e portati all’eccesso. Ci sono poche idee, anche interessanti, ma appunto poche, mischiate in un calderone di scempiaggini e gravi incongruenze. E non è solo la coerenza interna a scricchiolare. Il ritmo zoppica, certe sequenze avrebbero potuto essere molto più corte. I dialoghi richiedono un mucchio di tempo, perché tutti quanti, prima di parlare, aspettano inspiegabilmente almeno 5 o 6 secondi. Come se non bastasse, il finale è un deludente anticlimax, che congeda più di un personaggio in maniera inadeguata. Ma ciò che colpisce maggiormente, ciò che permette allo spettatore di uscire dal cinema e discutere con gli amici di questo film, è ancora una volta il colpo di scena “alla Shyamalan”. L’impressione è che il regista si sia accorto di un errore fondamentale che aveva commesso all’inizio della stesura della storia e che abbia voluto rimediarvi, trovando una specie di soluzione, che allo stesso modo fungesse da plot-twist. Ci si riferisce, nello specifico, ad una scena che si vede anche nel trailer: una psichiatra prende in cura i personaggi di Willis, Jackson e McAvoy e dice loro di avere tre giorni per curarli dalla loro convinzione di essere dei superumani, altrimenti dovranno trascorrere il resto della loro vita in un ospedale psichiatrico. Si può perdonare l’ennesima stigmatizzazione da grande schermo degli psichiatri, ancora una volta dipinti come medici malvagi in grado di manipolare la mente dei poveri cittadini indifesi, e si possono tralasciare le varie imprecisioni sulle funzioni dei lobi cerebrali, tutto in nome del “godersi un film in santa pace senza essere puntigliosi”. Eppure, anche volendo essere clementi, c’è qualcosa che non torna: quale psichiatra sulla faccia della Terra pretenderebbe di curare un disturbo dissociativo dell’identità, o qualsiasi altra malattia mentale, in tre giorni? La risposta è: nessuno; ci dev’essere dell’altro, ovviamente… ed ecco che arriva il plot-twist finale, che vorrebbe risolvere questa incongruenza e allo stesso tempo sorprendere, ma ha il solo effetto di rendere la storia ancora meno sensata. Lo spettatore è condannato a porsi decine di altre domande, a cui non potrà trovare una spiegazione nemmeno riguardando il film, perché le risposte non sono nascoste: non ci sono. Evidente pigrizia di sceneggiatura, o vera e propria incapacità? Dubbio amletico, irrisolvibile. Ma ci si aspettava davvero qualcosa di diverso? Sperimentale, autoreferenziale, con una filosofia di fondo piuttosto astratta e discutibile, scarse capacità di mantenere una coerenza interna e la fissazione per il colpo di scena a tutti i costi: questo è Shyamalan, prendere o lasciare.

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