Lynyrd Skynyrd: “Last of the Street Survivors Farewell Tour Lyve!” (2019) – di Claudio Trezzani

Ci sono momenti che vorresti non arrivassero mai, ma che lo scorrere inesorabile del tempo rende inevitabili: sono sopravvissuti ad un incidente tragico che ne ha decimato i membri, sono sopravvissuti a perdite dolorose e insostituibili, a sfortuna e a pregiudizi, e sono sempre andati oltre, ma il tempo no, quello non si può sconfiggere, a quello non puoi sopravvivere. Eccoli qui i Lynyrd Skynyrd, questi ragazzi del Sud,  bandiera fiera ed orgogliosa della musica Southern, arrivati al capolinea (ovviamente speriamo ci ripensino in futuro) della loro più che leggendaria carriera, una tournée fantastica che celebra l’evento e tanta tristezza per dovere dire addio alla Skynyrd Nation. Una band che arriva a noi con parecchi membri aggiunti negli anni dopo la tristemente famosa tragedia del 1977 e dopo perdite altrettanto tragiche. Un solo membro originale è ancora in vita, il chitarrista Gary Rossington, la cui precaria condizione di salute è uno dei motivi, immaginiamo, di questo abbandono in grande stile del gruppo: un artista che ha eseguito talmente tanti mitici assolo della storia della musica, che elencarli sarebbe davvero ridondante. Un cantante che è il fratello del fondatore e leader della prima versione dei Lynyrd e cioè Johnny Van Zant (fratello di Ronnie) che con talento, forza e orgoglio porta avanti un’eredità che avrebbe schiacciato chiunque; e poi Rickey Medlocke, chitarrista co-autore di diversi successi del passato e membro anche nelle formazioni pre-1977 nonché leader e fondatore dei Blackfoot. In aggiunta a questi membri ormai storici, ci sono Michael Cartellone, batterista dal 1999 del gruppo, il talentuoso tastierista Peter Keys che ha sostituito il mitico Billy Powell dopo la sua scomparsa avvenuta nel 2009, poi  Mark Matejka all’altra chitarra e Keith Christopher al basso dal 2017.
Questo “Last of the Street Survivors Farewell Tour Lyve!” (2019) è la testimonianza dell’ultima apparizione ufficiale fra le mura di casa, ossia il concerto registrato il 2 settembre 2018 nella loro Jacksonville, Florida. Un live splendido, emozionante, che abbraccia al suo interno tutti, ma proprio tutti i successi che la band pre-tragedia del 1977 aveva composto, incantando il mondo del rock: i nuovi Lynyrd sono consapevoli che è quella l’eredità della band, quelli sono i pezzi da riproporre al pubblico, quelli che hanno segnato la storia della musica e lasciano ai pezzi nuovi ad un ruolo marginale, come deve essere in serate come questa (due per l’esattezza). Una scelta coraggiosa e assolutamente perfetta. I sopravvissuti del titolo, quel titolo così profetico preso da “Street Survivors” (1977), ultimo album della band originale prima dell’incidente aereo, ci sono eccome e sfoderano una prestazione che fin dalla prima canzone, Workin for MCA, non lascia spazio a dubbi: suonano e lo fanno ancora alla grande! Segue una delle due canzoni provenienti dal repertorio moderno della band e cioè la dedica al loro pubblico, quello che li segue da decenni: Skynyrd Nation, potente e rock, con un riff incalzante e le voci di Van Zant e Medlocke sugli scudi… ma il concerto pare davvero iniziare con What’s Your Name: il southern rock accompagnato dalla tastiera di Keys fa tremare gli spalti gremiti dell’Everbank Field.
Sarà che è la prima canzone di “Street Survivors” (1977), sarà il riff che non ti molla mai, ma questo è il pezzo che accende la miccia, e la band non si ferma più. Si prosegue con  una mitragliata di classici che scatenano la folla, tra i quali ci sono brani come l’emozionante Travelin’ Man, con la partecipazione postuma di Ronnie Van Zant, la cui voce presa dal passato affianca quella del fratello regalando un duetto emozionante e toccante che fa arrivare quasi alle lacrime, e pezzi che non sempre vengono proposti live come il divertente e movimentato boogie di I Know A Little, dove le chitarre si intrecciano al pianoforte in uno scatenato ballo southern. Immancabile l’orgogliosa e sentita dedica alle Forze Armate americane nella seconda canzone presa dall’attuale repertorio della band e cioè Red White and Blue, una ballata davvero intensa. La partecipazione del pubblico si fa più incalzante man mano che i pezzi scorrono, ben sapendo che sono quelli a seguire che la gente vuole e che canterà a squarciagola: il blues di The Ballad of Curtis Loew, vibrante e sporco come fosse stato scritto oggi, la struggente ballata Tuesday’s Gone, con i violini ad aumentarne l’intensità, il rock scatenato e i fiati che accompagnano in Don’t Ask Me No Questions. Poi arriva il manifesto del Sud, quello della vita semplice e vera:  in tutta la sua magnificenza ecco Simple Man, dedicata a tutta Jacksonville e ai loro fan duri e puri. Bellissima. Dopo aver rallentato anime e cuori, la band dà una sferzata con Gimme Three Steps, altra canzone dall’anima southern rock, sporca e vibrante, con un groove assassino che non molla più l’aria… ah come ci mancheranno.
Ormai mancano solo i tre pezzi che da anni chiudono i loro concerti: il loro lascito più forte e sentito alla storia della musica rock. Si parte con la cover del mai abbastanza celebrato J.J. Cale, Call Me The Breeze che con i suoi assolo scuote le tribune dello stadio. Il riff è storia, uno dei più famosi e sporchi del rock…  poi arriva, l’inno ufficiale del Sud: Sweet Home Alabama, che Johnny dedica al suo autore (l’appena scomparso Ed King), in pratica l’inventore di uno dei riff di chitarra più amati ed imitati di tutti i tempi. Un pezzo che è leggenda, così famoso che trascende generi e gusti: tutti conoscono il Cielo blu dell’Alabama”. L’ultima versione su di un live ufficiale gli rende pienamente giustizia, i cori, il pubblico, le chitarre, tutto incastrato alla perfezione. Con il  pubblico che non si è ancora ripreso da questo fiume di emozioni, arriva il finale: uno dei pezzi più belli ed importanti della storia della musica rock, con gli assolo più intensi e ispirati di sempre. Con la dedica al chitarrista della Allman Brothers Band, Duane Allman, ecco Free Bird, con la sua eterna domanda… “se me ne andassi da qui domani, ti ricorderesti lo stesso di me?” alla quale, dopo questo live e dopo aver consumato la loro strepitosa discografia, possiamo certamente rispondere: senza alcun dubbio. Il pezzo è perfetto, il pianoforte, il pubblico e le chitarre che alla fine paiono non voler più lasciare il palco, intrecciate in una cavalcata assolutamente unica. Brividi veri. 
Un addio doloroso ma emozionante, un viaggio nel passato e nel presente di una delle più grandi band della storia della musica, mai abbastanza celebrata per via di pregiudizi davvero tristi legati alla loro orgogliosa appartenenza al Sud degli States: fatevi un regalo, ascoltatelo tutto d’un fiato ed emozionatevi come abbiamo fatto noi e, se ancora non li conoscete così bene, andate a scoprire la loro discografiaLunga vita ai Lynyrd Skynyrd

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