L’Uomo In Nero – di Bartolo Federico

Se ne stava sulla branda tentando di familiarizzare con la penombra ma, avendone viste fin troppe di cose non chiare, era troppo suscettibile per riuscire a rilassarsi e dormire di botto. Così, i fantasmi che lo avevano in custodia fecero presto ad arrivare per tormentarlo. Non aveva mai avuto vita facile con quegli esseri inquieti e dalle mille facce strane. Scrutò il soffitto per tentare di scacciarli e iniziò a porsi delle domande. Il treno delle due e trenta passò puntuale sotto la finestra con il suo carico di anime tremolanti, facendo oscillare le pareti della casa. Hai voglia a credere a tutti quei progetti, a quei tentativi per continuare a fare quello che avevi sempre fatto. Ogni sforzo è inutile se il destino non ha l’intenzione. Persino ritrovare dentro di sé quello slancio furioso è complicato. Mentre un’angoscia profonda lo prendeva si sentii sempre più solo. Bisogna cadere in piedi, pensava, ma con l’età ad un certo punto la musica che hai dentro finisce, e non ha più voglia di ballare con la vita. Nel buio si era giocato pure quel po’ di sonno ristoratore. Assopirsi con tutti quei dubbi, quelle paure, quegli enigmi che gli rimbalzavano nella mente, non era per niente facile. Si alzò dal letto, accese la lampada e controllò l’orologio alla parete.
Da settimane non beveva più un goccio. Si era convinto di dover restare lucido per assistere al proprio tracollo; che, comunque, era una cosa che non riguardava nessun altro all’infuori di lui. In quei giorni sobri aveva provato a ripercorrere il proprio cammino, cercando di metterne in chiaro le vicende. Ma alla fine si era arenato in un nulla di fatto. La verità muore sempre da sola, nell’ignoto di noi stessi. Non aveva quasi più un soldo e nessuno che gli pubblicasse i suoi scritti. A quasi cinquant’anni era un vecchio solitario, tagliato fuori da tutto. Mentre attendeva che il caffè uscisse dalla piccola moka, accese lo stereo. Ognuno sceglie i sogni che gli riscaldano meglio il cuore.
Johnny Cash era tra quelli che raccoglieva i suoi supplizi. Un uomo che era vissuto e morto con gli occhi aperti. Con la sua vita ci aveva fatto una partita, sfidandola a più riprese. Intensamente e senza compromessi, aveva bruciato la candela da entrambi i lati, e dentro le canzoni aveva scacciato la sua solitudine. Ma con la stessa intensità aveva amato e si era ingozzato di sogni. Canticchiò insieme a lui i versi di Hurt.
“Oggi mi sono ferito da solo, per vedere se ero ancora in grado di sentire, mi sono concentrato sul dolore, la sola cosa reale, l’ago fa un buco, la vecchia familiare trafittura (che) cerca di eliminare ogni cosa. Ma io ricordo tutto. Cosa sono diventato? Mio dolce amico tutti quelli che conosco sono andati via alla fine.”
Uscì dalle tenebre del suo appartamento che erano le quattro del mattino. La strada lo prese con sé, insieme agli altri nottambuli. Lungo il marciapiede, mentre si mescolava con la città, pensò che doveva stare attento a non cadere in nessuna discordia. Quel che restava di lui avrebbe fatto bene a ficcarlo nel primo tombino che incontrava, così da non cedere a nessun impulso.

“Dove è scuro come un cunicolo ed umido come la rugiada, dove i rischi sono molti ed i piaceri pochi, dove la pioggia non cade mai ed il sole mai risplende. E’ scuro come un cunicolo giù nelle miniere” (Dark As A Dungeon).
Quello che in seguito fu conosciuto come l’uomo in nero, nacque a Kingsland in Arkansas il 26 febbraio del 1932, in piena depressione economica. Figlio di mezzadri poverissimi, a soli sei anni si trovò a lavorare nei campi aiutando come poteva i suoi genitori.

“Lo diceva la mia mamma e me lo diceva anche la mia maestra che ci sono un sacco di lavori che posso fare, asciugare i piatti, spazzare il pavimento. Ma se lavoreremo tutti assieme non ci vorrà un granché.” (All Work Toghether – Woody Guthrie).
L’America era in ginocchio, ridotta alla fame. Ovunque ci si girasse a guardare c’era dolore e disperazione. In questo clima di assoluto abbandono, Johnny Cash crebbe dedito all’introspezione. La musica popolare americana, che gli arrivava per radio attraverso le canzoni di Jimmie Rodgers e della Carter Family, ben presto divenne la sua amica speciale. 
“E poi vedo l’oscurità, e poi vedo l’oscurità. Non sai quanto ti voglio bene? E’ una speranza che in qualche modo tu possa salvarmi da questa oscurità…” (I See A Darkness).
S’infilò per una stradina stretta e malridotta che lo portò all’ingresso laterale del mercato ortofrutticolo. Il guardiano lo salutò e, come faceva sempre, gli chiese una sigaretta che lui gli negò, solo perché non ne aveva. Quel tizio, a sentir parlare gli altri scaricatori, era un magnaccia rotto in culo per quella sua attitudine a mangiare a ufo. Ma a lui di tutta questa faccenda non gliene importava granché. Aveva ben altri pensieri su cui arrovellarsi.

Raggiunse il box numero 16, si cambiò e prese a svuotare il tir frigorifero che era arrivato qualche ora prima. Lavorò in silenzio fino alle due del pomeriggio e quando terminò si spogliò, passò dalla cabina dove c’era accomodato il padrone. Se ne andò via dopo aver messo in tasca i trentacinque euro che il capo gli allungò. Non appena fuori dal mercato, prese il tram e, giacché era senza biglietto, si posizionò vicino la porta in modo che, se fosse salito il controllore, sarebbe sceso al volo. Il chiosco-bar vicino la stazione centrale aveva cambiato proprietario e da allora c’era la fila a qualunque ora del giorno. Con tre-quattro euro si riusciva a mangiare e bere. Si mise in fila e al suo turno ordinò dei panini e una birra piccola. Poi si diresse nella villetta attigua e si sedette su una panchina. I colombi lo accerchiarono appena addentò la pagnottella. Lui li scacciò in malo modo. Mangiò pensando che la vita si era trasformata in un lungo rifiuto e che, non avendo mezzi economici, tutto si era complicato terribilmente. Aveva perso pure l’abitudine di fantasticare. A furia di prendere legnate, era pieno di escoriazioni e ferite. Se avesse potuto guardarsi l’anima allo specchio, sicuramente si sarebbe spaventato per come era scrostata. Un treno che stava entrando in stazione fischiò lungamente facendolo trasalire.
“Sento quel treno che arriva, arriva da dietro la curva. Non ho più veduto la luce del sole da talmente tanto tempo che nemmeno io mi ricordo da quando” (Folsom Prison Blues – J.C.)
Johnny Cash adorava quei vecchi treni sferraglianti e instabili che erano il simbolo di un’America polverosa, rimasta ormai solo un souvenir e le storie dei suoi viaggiatori solitari che se la filavano con i propri sogni lungo le rotaie fumanti; ma, soprattutto, amava i fuorilegge come John Wesley Hardin. Un Robin Hood che toglieva ai ricchi e dava ai poveri. Ci fece un disco nel 1960, raccontando quelle gesta. “Ride This Train” è un album che dà dignità e splendore a tutti quegli uomini, impegnati a superare il loro martirio quotidiano, costretti a spingere la vita giorno e notte. Che con un orgoglio che spaccava il cuore hanno dovuto ingoiare umiliazioni e rinunce. Uomini soli che hanno viaggiato sulle piantane dei treni e sputato sangue in cerca di lavoro, per respingere l’incubo della miseria. Senza l’ombra di un biglietto. 
“Jesse James e i suoi ragazzi cavalcarono lungo il Dodge City Trail, rapinarono il postale di mezzanotte delle ferrovie del sud. Ma nessun uomo di legge è mai riuscito a mettere in prigione Jesse James. Frank e Jesse James uccisero molti uomini, è vero. Ma in cuor loro non furono mai dei banditi” (Jesse James – traditional).
La luce del sole lo accecava maledettamente. Abituato a eclissarsi nell’ombra, tutta quella luminosità gli faceva girare la testa. La vita che conduceva da quando era caduto in disgrazia si era divorata tutta la poesia che aveva dentro. Tanto che non riusciva quasi più a scrivere. Prese a camminare verso casa senza fretta, un passo dopo l’altro. Forse doveva imparare a prendere le cose come venivano.

“Un brivido di paura lo percorse mentre loro tuonavano nel cielo, perché vide i cavalieri irrompere ed udì il loro lugubre canto yippie i oche ohh ohh yippie i aye ye ye. Cavalieri fantasma nel cielo” (Ghost Riders In The Sky).
Johnny si era spinto fino a Juárez in Messico dove aveva comprato mille pasticche di anfetamina. Le nascose dentro la chitarra, ma a El Paso, in Texas, venne arrestato dagli agenti federali. Era un uomo tormentato dagli incubi, trafitto dai suoi stessi fantasmi. La lunga dipendenza dalle droghe e dall’alcol lo aveva stremato.

In “Song Of Our Soil” del 1959, aveva tentato di liberarsi dal demonio con canzoni che parlavano di sofferenza e solitudine. Guardando ma non vedendo il buio che lo assediava. Dietro la valle dove il vento sussurra piano. 
“Qualche volta la notte, dove il vento freddo sembra un lamento, vestita di un lungo velo nero, Lei piange sulle mie ossa, Lei cammina per queste colline, vestita di un lungo velo nero, Lei fa visita alla mia tomba quando geme il vento della notte. Nessuno sa, no, e nessuno vede. Nessuno, tranne me. Nessuno, tranne me.” (Long Black Veil – tradidional).

Gli sembrò che stesse camminando sulle sabbie mobili, vigili e pronte a risucchiarlo al primo passo falso. Certo, aveva anche lui giocato e vinto, altre volte perso. Ora, però, procedeva a tentoni zigzagando, frenando e accelerando, sempre meno sicuro che tutto questo servisse a qualcosa. Tentava di fare il duro con se stesso, ma sapeva bene di mentire. Era come un fiore nel buio. Sentiva il bisogno di aiuto, di essere protetto. Sotto quel cielo tentava di trovare un percorso sicuro, lontano dall’oscurità del passato e del futuro. 
“Ascolta quel triste caprimulgo, sembra troppo triste per volare. Si sente il tenue lamento del treno di mezzanotte E io sono così triste che potrei piangere. Non ho mai visto una notte così lunga dove il tempo passa così lentamente La luna si è appena nascosta dietro una nuvola per nascondere il suo volto e piangere.” (I’m So Lonesome I Could Cry – Hank Williams)
Quando Rick Rubin, quel genio dall’anima rock produttore indipendente, dopo un esibizione che Johnny Cash tenne in un piccolo ristorante a Santa Ana in California, si avvicinò per chiedergli se volesse lavorare con lui ad un progetto che gli frullava da tempo in testa, l’uomo in nero lo guardò circospetto, quel tizio gli ricordava fin troppo se stesso, oltre a essere un uomo buono e generoso, incuriosito e in cerca di rilancio, Johnny si fece ben presto convincere. Nel 1993 registra oltre trenta canzoni, ossute e febbrili, accompagnandosi solo con la sua Martin nera. A quel tempo nessuno dei due immaginava che quello che stavano realizzando potesse dare un nuovo corso alla vita di entrambi e cambiare, per sempre e nel profondo del cuore, la musica. Tutte le cover contenute in quelle registrazioni americane che avrebbero visto, negli anni, altri episodi non potranno più essere cantate da alcuno. Sono destinate a rimanere versioni inarrivabili e chiunque si vorrà cimentare con quel repertorio dovrà fare i conti con questi dischi che adesso sono dei monumenti. Il magnetismo dell’anima di Cash le imprigiona per sempre dentro quell’anello di fuoco che solo lui sapeva e poteva sprigionare.

“L’amore è qualcosa di incandescente e dà vita ad un cerchio ardente. Guidato da un desiderio indomabile sono precipitato in un cerchio di fuoco. Sono precipitato in un incandescente cerchio di fuoco. Cadevo sempre più giù, sempre più giù Mentre le fiamme salivano. E brucia, brucia, brucia Il cerchio di fuoco, Il cerchio di fuoco.” (Ring Of Fire – J.C.)
Quando rientrò in casa si lasciò cadere sulla poltrona, sistemò la macchina da scrivere.
Ho Un Debole Per I Treni, punto e a capo. Il tasto della macchina si abbatté sulla carta come una goccia di sangue nel lavandino. Scrisse di getto e continuò a scrivere fin quando il treno delle due e trenta non passò, con il suo carico di anime tremolanti, facendo oscillare le pareti della casa. 

“Delia, oh Delia, come può essere successo? Volevi tutti quegli ubriaconi, non hai mai avuto tempo per me. Tutti gli amici che avevo sono morti.” (Delia).

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