“L’Universo della formica” – di Ginevra Ianni

Quando Noè fece salire gli animali sull’arca li convocò tutti con l’aiuto di nostro Signore ma non giunsero tutti contemporaneamente. I primi furono i cani ed i lupi, poi le bestie selvagge, gli insetti, le giraffe, le creature che strisciano (che si sa, ci vuol più tempo), poi i ragni, le balene, i gufi e gli avvoltoi. Lentamente, a piacer loro, vennero i gatti e piano piano salì pure la formica. Piccola piccola, arrancò con le sue zampine lo scalone d’imbarco attenta a non farsi calpestare dagli elefanti e si rifugiò svelta sottocoperta. Nessuno l’aveva notata arrivare in quel marasma di belati e ruggiti ma aveva capito da tempo che bisognava partire, il cielo era scuro da troppi giorni e i tuoni rombavano cupi dietro le nubi: qualcosa sarebbe accaduto e lei intelligente com’era, aveva intuito che era tempo di andare. Trovò una tana profonda e scura in un buco del fasciame, laggiù quando di notte tutto taceva e uomini e bestie dormivano, riusciva a sentire le balene cantare oltre l’arca mentre la scortavano nel suo pellegrinaggio. Di giorno sgattaiolava tra i piedi e le zampe raccogliendo briciole e fili di fieno. Nessuno sapeva quando sarebbe finito il viaggio e occorreva fare scorte come in inverno. Dopo la raccolta si annidava comoda a riposare tra le sue cose e si addormentava felice al canto dei cetacei. Col passare dei giorni si abituò alla nuova vita e cominciò a pensare che in fondo stare lì non era poi male: era sempre caldo, c’era cibo in abbondanza, la puzza era tollerabile e le provviste per i tempi duri erano in abbondanza. Obbedendo tutti ad un tacito ordine gli animali vivevano in pace senza attaccarsi tra loro, nessuna minaccia, nessun predatore né predato. Forse anche meglio di prima, anzi molto meglio. Cominciò a sperare che la pioggia non smettesse mai e per quaranta giorni fu così. Quaranta giorni di felicità assoluta. Finché un giorno Noè prese il corvo che lasciò la nave ma non tornò e la formica gioì della sua assenza, era il segno che il viaggio dell’arca non era ancora concluso. Ma Noè prese la colomba e quella tornò con un ramo d’ulivo nel becco. Alla formica si fermò il cuore: il viaggio sarebbe presto finito e l’arca si sarebbe svuotata, il suo universo sarebbe sparito per sempre. Niente più tana, né cibo e soprattutto niente ninna nanna cantata dalle grandi balene. Le bestie e gli umani sarebbero tornate a scontrarsi per mangiare, per dominarsi a vicenda, ognuno sarebbe tornato nemico dell’altro. La formichina era affranta dal dolore, il suo mondo di pace ed armonia sarebbe scomparso appena l’arca avesse toccato terra. Come fare? Cosa fare per impedire agli altri di scendere sulla nuova terra? Nascosta nella sua comoda casa ogni  notte pensava e rimuginava invano a tutte le possibili soluzioni finché crollava di sonno cullata dalle sue adorate balene… e fu così, mentre dormiva, che le venne un’idea geniale: se non poteva fermare l’arca con le sue sole forze avrebbe fatto in modo di farla fermare da Noè: Dio gli aveva ordinato di salvare tutti gli animali e dunque anche lei era un soggetto necessario nella salvezza di della sua specie. Se si fosse fatta vedere che si gettava tra le acque del diluvio certamente gli uomini si sarebbero dovuti fermare a recuperarla perché questa era la volontà divina e, mentre l’arca era ferma, lei si sarebbe infilata tra i legni ed avrebbe vissuto nascosta li nutrendosi delle sue provvide scorte. Piano perfetto. Il giorno seguente uscì facendosi notare da tutti, solleticò le gambe dei cavalli che nitrirono forte, entrò nella proboscide dell’elefante che la scrollo e starnutì rumorosamente. Salì fin dentro l’orecchio di Noè e quando questi la raccolse su un dito guardandola curioso spiccò un salto e volò oltre la nave, verso l’acqua. La formicuzza si aspettava di sentire urla mentre cadeva perché gli uomini dovevano aver cura di tutte le bestie dell’arca ma stranamente non sentì nulla tranne il “plif” del suo corpo che toccava l’acqua. ”Adesso la nave si ferma e mi recuperano mentre io salgo su da un’altra parte” pensava nuotando ma la barca continuò il suo cammino sorda alla vocina della bestiola che invocava aiuto. Attese, attese, finché l’arca non fu un puntino piccolo come una formica, poi restò sola con il canto delle sue balene. Quando vide cadere l’esserino in acqua dalla mano di Noè uno dei suoi figli lo guardò preoccupato ma il padre scrollò le spalle allontanandosi e rispose “era solo una formica, ce ne sono molte altre a bordo”. Nelle notti di plenilunio a volte le balene salgono a galla a guardare la luna e a turno sui loro dorsi portano sempre una formica che ascolta il loro canto.

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