L’ultimo a rimanere in piedi: omaggio a Robert Vaughn – di Dario Lopez

Nel triste giorno in cui ci lascia Leonard Cohen rischia di passare inosservata la dipartita di Robert Vaughn, the last man standing, unico protagonista fino a ieri ancora in vita di un iconico manipolo che andava sotto il nome de I magnifici sette e che riuscì a ritagliarsi al cinema un bel pezzo dell’intramontabile mito della frontiera. Classe ’32, Vaughn lascia il segno al cinema e forse ancor più in televisione, dove il suo ruolo più celebre rimane sicuramente il Napoleon Solo di “Organizzazione U.N.C.L.E.”, ruolo che diede grande popolarità all’attore nei ’60, benché anche gli spettatori un po’ più giovani lo ricorderanno nel ruolo del Generale Stockwell in “A-Team”. Non si contano poi le apparizioni  in show storici come Bonanza, Colombo, Perry Mason, fino ad arrivare ai più moderni Law & Order e Hustle – I signori della truffa del quale mi sento di consigliare a tutti il recupero. Sul grande schermo lascia i ricordi più vividi in compagnia di Steve McQueen con il quale si trova a recitare in almeno tre pellicole ancora oggi indimenticate: “Bullit”, “L’inferno di cristallo” e “I magnifici sette”. Proprio in quest’ultimo film Vaughn lascia un ricordo indelebile con uno dei suoi personaggi più conosciuti, il pistolero Lee, in un caposaldo del cinema western.

Calvera: In quanti siete qui nascosti?
Chris: In quanti bastano.
Calvera: Un nuovo muro.
Chris: Ce n’è più di uno, tutto intorno.
Calvera: Non mi impediranno di entrare qui.
Chris: Ma ti impediranno di uscirne.
Calvera: Lo sentite? Siamo presi in trappola… tutti e quaranta. Da questi tre, o forse sono quattro? Non possono averne assoldati di più.
Harry: Noi ci vendiamo all’ingrosso.
Calvera:  Cinque. Anche cinque non ci daranno molta noia.
Chris: Non ti daranno noia… se te ne vai.
Calvera: Andarmene? Io devo svernare sulle montagne, dove trovo da mangiare per i miei uomini?
Chico: Prova a comprarlo!
Bernardo: Oppure coltiva la terra!
Calvera:  Sette. No, non è il modo più pratico per procurarsi il cibo.
Chris:  Il commercio del cibo a noi non interessa.
Vin: Noi vendiamo piombo.
Calvera:  Anch’io. Trattiamo la stessa merce, eh?
Vin: Solo come concorrenti.
(da I Magnifici Sette)

Il commercio del cibo a noi non interessa. Noi vendiamo piombo. A chi non piacciono scambi di battute come questo? Smargiassate piazzate sempre nel momento più opportuno. Nonostante “I magnifici sette” sia un film sicuramente imperfetto, come si può non apprezzarlo? Siamo a metà strada tra il western classico e il western più moderno, quello di Sergio Leone o Sam Peckinpah. La lotta contro l’indiano cattivo ce la siamo già abbondantemente lasciata alle spalle ma non siamo ancora entrati a piene mani dentro quella spirale di violenza, avidità e lerciume che contaminerà il genere da lì a poco. Qui ci sono ancora l’amicizia virile, il rispetto e, soprattutto, l’onore. Anzi l’Onore, e non potrebbe essere altrimenti avendo questo film come base una delle opere più celebri del maestro Kurosawa: “I sette samurai”.
Un film imperfetto come dicevo, nelle scelte e nelle decisioni dei protagonisti, dure da accettare per chiunque. Ma forse gli uomini d’allora erano diversi da noi e soprattutto forse una loro parola valeva più di molto denaro. Un villaggio di contadini messicani viene sistematicamente depredato dalla banda di Calvera (Eli Wallach). Stanchi dei soprusi, i contadini mandano una piccola delegazione in cerca di pistoleri a pagamento che possano difendere il villaggio. Per loro fortuna si imbattono molto presto in Chris (Yul Brinner) e Vin (Steve McQueen), coppia di pards appena formatasi in seguito alla riparazione di un torto. Tutto quello che i contadini hanno da offrire è un ingaggio di venti dollari per un lavoro che potrebbe durare sei settimane e costare la vita a qualcuno. Chris accetta l’incarico schierandosi con i deboli contadini e inizia un’opera di reclutamento che porterà al gruppo altri cinque elementi: l’infallibile Britt (James Coburn), il sanguemisto Bernardo (Charles Bronson), l’amico Harry (Brad Dexter), l’esperto Lee (Robert Vaughn) e il giovane Chico (Horst Buchholz). Nonostante John Sturges non sia né PeckinpahLeone e la scrittura dei personaggi presenti alcuni passaggi non totalmente credibili, il regista può però contare su un cast di prim’ordine che mette in campo la giusta miscela di caratteri e che permette di portare a casa il lavoro con un risultato davvero buono. L’eleganza e la freddezza di Brynner si mescolano alla perfezione con il piglio un po’ guascone di McQueen e con l’incredula sagoma di Dexter che interpreta un amico di Chris convinto che questi abbia accettato l’incarico con un secondo fine: una miniera d’oro, un bottino, qualcosa; un leit motive che andrà avanti fino al finale in gran parte tragico; e ancora il buon Bronson, l’amico dei bambini e l’esperienza ormai logora e sfinita di Vaughn in contrapposizione all’irruenza giovane di un Buchholz in cerca del suo posto come personaggio e come attore (qui all’esordio). Per un film come questo un cast in stato di grazia insomma, Brynner su tutti. I valori significavano ancora qualcosa, presi e immersi nell’epica e nel mito della frontiera.
Poi insomma, sono sette, non volete sapere alla fine chi rimane in piedi?

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