L’ultima notte – di Ginevra Ianni

Ahhhhh, finalmente. Struscio le gambe distese tra le lenzuola rigide (mi piacciono così, detesto gli ammorbidenti) e mi rilasso, la giornata è finita per fortuna, ho un po’ di tempo solo per me prima del sonno. Affondo la testa nel cuscino accogliente e lascio che gli occhi esplorino la stanza nella luce soffusa, le pareti, il soffitto, gli angoli bui più nascosti mentre il cervello ordina ad ogni singolo muscolo del corpo di rilassarsi, di sciogliersi ed abbandonare la tensione del giorno. Da uno dei punti più oscuri della stanza sale una voce maschile: “andiamo”. Il tono è calmo, pacato e infatti non mi fa trasalire né mi spaventa, è come se fosse naturale stare lì e chiamarmi senza nemmeno mostrarsi. Taccio immobile, aspetto in silenzio che accada qualcosa, “sei pronta?”. La figura di un uomo segue la voce ed esce dal cono d’ombra. Non è giovane né vecchio, né grasso  né magro, è un bell’uomo forse ma dall’aspetto qualunque, indefinito tranne che per la voce, quella è grave, piena e bella. Ma chi sei tu? Sono ancora incerta se mi trovo tra la veglia e il sonno, guardo instupidita il mio sogno più curiosa che spaventata mentre girando intorno al letto lui si accomoda elegantemente sul bordo e mi fissa sorridendo appena. “Sono la tua morte” risponde paziente senza smettere di fissarmi amabilmente come fanno i nonni con i bambini recalcitranti. Ma come? Ora? Non scherziamo per piacere, io non voglio morire. Cioè lo so che prima o poi tocca a tutti e quindi anche a me ma ora no! Non sono pronta e poi ho tante cosa ancora da fare, da sistemare, faccende in sospeso da definire, gente da vedere e conti da pagare! Adesso ansimo. Mi guarda e ascolta pacato ed amabile, sembra capire e condividere le mie ragioni con grande partecipazione poi, senza smettere di fissarmi negli occhi mi chiede “Sembra tutto urgentissimo vero? Ti capisco ma rifletti un secondo, prendi le distanze: ciò che ti sembra improcrastinabile adesso tra un anno sarà vecchio, una pratica aperta e ancora non definita che si infila sotto il mucchio delle altre pendenze, una grana che nessuno vuole risolvere, tra cinque anni sarà un ricordo, tra quindici nessuno si ricorderà più nemmeno di te, nemmeno chi hai amato: il tempo avrà lenito il dolore trasformandolo in un lontano rimpianto. L’essenziale si è trasformato in inutile”.  Provo un moto di ribellione. Ma io? Tutte le cose belle che aspetto? Tutto il bene che deve ancora venire? L’amore che mi spetta dopo tanto patire? Gira la testa imperturbabile verso il soffitto e mi chiede “quale amore? Il tuo tempo è finito, ora si va, è tempo di andare”. Sono sgomenta, ha un modo di ragionare che smonta sistematicamente ogni catastrofe trasformandola in un nonnulla; e comunque andare dove, paradiso? Inferno? Supposto che tutto questo sia reale, dove mi porterai? Dinanzi a questi legittimi (almeno per me) dubbi, la mia morte ride. Mi sorprende. Ha proprio una bella voce, la sua risata è piena, gorgoglia bassa e armoniosa come una sorgente che sgorga dalle profondità della terra.
“Ci credi ancora? Credi ancora che esistano davvero questi luoghi? L’inferno, il tuo personale luogo di dannazione lo hai già visitato da viva, lo conosci già, quando soffrivi da sola e di nascosto, quando sorridevi agli altri con la pena celata dietro lo sguardo, quando sceglievi di chiuderti al mondo per rifiutarlo, quando non lo volevi più per paura, per vigliaccheria, quando chi meno te lo aspettavi si girava e ti volgeva le spalle cancellandoti; e il paradiso pure. Ci sei stata, lo conosci. Hai passeggiato per i campi Elisi al tuo primo bacio, quando hai conosciuto l’amore di un uomo che ti ha avvolta come un manto, quando hai ascoltato il riso inaspettato e tintinnante come campanelli d’argento del tuo bambino, il primo morso di fame dato ad un buon panino, la gioia di infrangere le onde del mare con il tuo corpo d’estate. Lo conosci bene anche quello. Hai attraversato tutti questi luoghi vivendo, inferno e paradiso stavano già dentro di te ed aprivano e chiudevano le loro porte ogni volta che lo volevi tu, inconsapevolmente o meno.” Si alza dopo il suo discorso, (chissà quante volte lo avrà ripetuto?) si mette in fondo al letto e torna a fissarmi con dolcezza mentre rinnova il suo invito, “Andiamo”. Lui resta in attesa, io resto in silenzio e mentre ricambio il suo sguardo, cerco di indovinare in fondo ai suoi occhi cosa mi aspetta, cosa vuole davvero da me. In fondo chi è? Ma come si permette di piombarmi in casa a notte fonda e cambiare, anzi troncare, la mia esistenza? E’ tutto cosi irreale, assurdo ma logico in fondo, il suo sguardo mi conferma che non sto sognando, che è tutto vero, naturale, deve accadere ciò che deve succedere, non una cosa in più né in meno. Mi farà male? Ho un attimo di esitazione, forse di paura se mi ci metto a pensare ma non c’è tempo, per fortuna. “Considerati fortunata a finire così questa fase, non fa né bene né male, è diverso semplicemente, né caldo né freddo, né buio né luce. Solo diverso.” Rifletto ascoltando la voce serena, paziente e metto fuori le gambe dal letto mentre alzandomi gli tendo istintivamente la mano, come un bambino. Che lui non prende. Faccio un sospiro che cancella la delusione ma anche tutti i miei dubbi, i miei ricordi e tutte le scadenze urgenti e improcrastinabili. Andiamo.

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