Luis Sepùlveda: “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” (1996) – di Nicholas Patrono

Raccontiamoci una favola. Una favola di gatti. Niente stivali delle sette leghe, questa volta: solo un semplice micio, un gatto nero grande e grosso di nome Zorba (“un gato grande, negro y gordo”) e un pulcino di gabbianella. Nessuna landa incantata, ma la città di Amburgo come sfondo. “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, conosciuto dai più come “La gabbianella e il gatto” (portato sullo schermo con una trasposizione cinematografica d’animazione nel 1998 da Enzo D’Alò), è un amatissimo libro pubblicato da Luis Sepùlveda nel 1996. Un libro per bambini? Sì, ma non solo. Lo scrittore cileno è un autore molto apprezzato proprio per la sua abilità di creare queste vicende dalla doppia chiave di lettura, figlie anche dell’abitudine di molti scrittori ad aggirare le strette maglie della censura delle dittature che devono vivere. Nel caso di questo libro in particolare, chi ha avuto la fortuna di leggerlo e di rileggerlo (da bambino o da adulto) può considerarsi molto fortunato, perché ha potuto scoprire questa storia da capo per due volte. Una volta adulti, ci si rende conto di ciò che ai più piccoli può sfuggire, e si capisce quanto questo libro possa essere prezioso. Gli occhi di un bambino vedono una storia buffa, a tratti agrodolce, dove un gatto nero grande e grosso decide di compiere un gesto di pietà verso una gabbianella morente: il micio Zorba promette di prendersi cura del pulcino e vive tante avventure con i suoi amici gatti. Da adulti, questo romanzo colpisce al cuore per la dolcezza con cui vengono trattati temi anche complicati, in una maniera che li rende fruibili anche dai bambini, e si scopre quanta profondità vi fosse dietro. Una storia che va oltre la semplice favola in cui animali parlanti vivono avventure. La sensibilità ambientalista di Sepùlveda è la prima cosa che emerge: basta leggere le pagine iniziali. La triste vicenda della gabbianella Kengah, che rimane invischiata in un’onda di petrolio scaricato in mare da una nave, narra un tema più che mai attuale, quello dell’inquinamento del pianeta. Si pensi ai recenti provvedimenti dell’Unione Europea per contenere la produzione di plastica, o allo studio di Figueres e colleghi (2017) pubblicato su Nature, che documenta il poco tempo che resta per ridurre la produzione di combustibili fossili. In questo, un libro di ventitrè anni anni fa riesce a parlarci come se fosse stato scritto oggi. Nonostante il petrolio che le appesantisce le piume, Kengah riesce a spiccare il volo. Le forze le bastano a malapena per raggiungere Amburgo. Qui, stremata, precipita sul balcone della casa di Zorba. Con le sue ultime forze, Kengah depone un uovo. Zorba la sente e la gabbianella gli chiede di prometterle tre cose: che non mangerà l’uovo, che si prenderà cura del pulcino, e che gli insegnerà a volare. Pazzia? Sì, nella misura in cui l’amore disperato di una madre possa essere considerato folle. Kengah, subito dopo, muore. La morte…un tema dal quale sembra che si voglia tutelare i bambini in nome del politically correct. La morte fa parte del ciclo della vita: volere evitare a tutti i costi di parlarne è una reazione figlia dell’iperprotettività moderna verso i bambini e di un politicamente corretto che merita, se non una bocciatura, un arrivederci a settembre. La morte di Kengah è orribile e molto triste, certo, e sta qui l’abilità di Sepùlveda nel descriverla in toni delicati, con un tatto figlio della sua sensibilità, artistica e non solo. Vi è anche spazio per lutto e commemorazione. Tutti gli animali di Amburgo si uniscono in un lamento funebre collettivo per Kengah. Un’ulteriore dimostrazione di come, se trattata con sapienza e tatto, anche la morte possa essere affrontata in una storia per bambini. Per fortuna, ultimamente vi sono state fortunate e piacevoli inversioni di tendenza: si vedano i meravigliosi “Up” (2009) o “Coco” (2017) della Pixar Animation Studios. Più che una fine, in questo caso la morte di Kengah è ciò che da inizio a tutto, compresa la vita del pulcino. Zorba decide di prendersi cura del piccolo gabbiano, che scopre essere una femmina, e decide di chiamarla Fortunata. Il lettore fa poi la conoscenza dei gatti del quartiere, gli amici di Zorba. Personaggi perfettamente caratterizzati, nonostante siano felini. Diderot, l’erudito gatto di biblioteca, Colonnello, l’anziano del quartiere con il suo fedele amico Segretario, il folle gatto di mare Sopravento e la bella Bubulina, la micia dei sogni di qualsiasi gatto. Non mancano antagonisti o personaggi meno desiderabili, come i topi (tanto simili agli sgherri d’un dittatore), i gatti randagi o lo scimpanzé Mattia. La vicenda si articola, un passo dopo l’altro, verso l’inevitabile finale e, quando si raggiunge la conclusione, solo chi ha un cuore di pietra può riuscire a non commuoversi. Sepùlveda merita tanti complimenti, non solo per la sua capacità di emozionare il lettore, ma anche per essere riuscito a raccontare temi come l’inquinamento, l’amicizia, l’accettazione del diverso, il valore delle promesse, del rispetto per l’altro, della fiducia in sé stessi e negli altri, la morte e a renderli immediati e comprensibili per tutti, bambini compresi. Tutto ciò senza che si perda la magia dell’atmosfera, che trasforma Amburgo nel teatro di una favola. Ci sarebbe bisogno di meno letteratura di consumo e più favole come questa… tanto da poterne sognare tutti.

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