Luis Buñuel: “La Via Lattea” (1969) – di Massimiliano Cinalli

Il primo film che vidi di Luis Buñuel fu “Il fascino discreto della borghesia” (1972), stranamente trasmesso in televisione in un periodo in cui potevi ancora accenderla e avere la certezza di trovare almeno un paio di titoli interessanti. Adesso sarebbe impresa non da poco trovare chi, a distanza di cinquant’anni anni, riesca a raccontare ironicamente e con irridente disprezzo i malesseri della società moderna con l’acume e la sagacia del grande Regista spagnolo. Conosciuto ai più per capolavori come “Un cane andaluso” (1929) scritto assieme a Salvador Dalì, “Bella di giorno” (1967) con una conturbante Catherine Deneuve e appunto “Il fascino discreto della borghesia” (1972), Luis Buñuel è stato anche il regista più laico e anticonformista che il cinema europeo abbia conosciuto. La sua prerogativa fondamentale è stata quella di non essersi mai piegato ai desideri del pubblico e dei produttori e, fieramente e con un’onestà intellettuale rarissima oggigiorno, di aver proseguito sulla strada che si era prefisso di percorrere anche a costo del fallimento economico.
Apolide da sempre, prima in Spagna e successivamente in Messico e Francia, Luis Buñuel si è dedicato a un cinema straniante per l’immensa potenza visiva e per la scabrosità delle sceneggiature non sempre accettate dai benpensanti contemporanei. Uno dei film più importanti che sancisce definitivamente il ritorno stabile in Europa è senza dubbio “La Via Lattea” (La Voie lactée 1969), il cui titolo deriva dal nome attribuito affettuosamente dai fedeli al Cammino sacro di Compostela. La storia racconta dello strano pellegrinaggio che due barboni intraprendono verso Santiago per andare a omaggiare le spoglie del Santo lì conservate. Partendo dalla Francia e diretti in Spagna, i protagonisti sono spettatori di un carnevale grottesco, surreale e blasfemo in cui, tra i tanti episodi, assistiamo alla reinterpretazione di alcuni momenti della vita di Gesù, qui rappresentato nei panni di un compassato attore teatrale; un prete viene portato in manicomio dopo aver illuminato un gendarme sul mistero della transustanziazione; degli eretici compiono riti sacrileghi nei boschi; delle ragazzine lanciano anatemi verso i miscredenti; il marchese De Sade discetta di Dio con una sua prigioniera sessuale.
Il viaggio picaresco dei pellegrini, oltre a essere una sorta di testamento spirituale dell’ateo Buñuel che non lesina affatto staffilate verso i dogmi della religione cattolica, sbeffeggiando i misteri divini e chi crede ciecamente in essi, può essere visto anche come una sorta di rivincita morale nei confronti della puritana e intransigente Spagna che lo aveva scomunicato dopo l’uscita nel 1930 di “L’âge d’or” (come magnificamente raccontato anche nel recente “Buñuel Nel labirinto delle tartarughe” di Salvador Simó) e che adesso accoglie a braccia aperte il figliol prodigo concedendogli di girare lì i suoi film. Lungi dall’essere un cammino di redenzione spirituale, il film è quasi l’Odissea rivelatrice a tinte anticlericali dei protagonisti che, partiti con le migliori intenzioni per rendere omaggio ai resti sacri di San Giacomo, incontrano i personaggi più disparati, parata annunciatrice della grande delusione finale quando una prostituta (e chi altri sennò?) rivela che le spoglie del Santo altro non sono che ciò che resta di un eretico.
A quasi settant’anni anni Buñuel si sbizzarrisce come nessuno prima di lui: in un continuo gioco di rimbalzi tra passato e presente, tra meditazioni auliche e dissacranti intermezzi, ciò che traspare è non solo l’assoluta sfiducia nei confronti della Chiesa Cattolica (sentimento che mai lo ha abbandonato) ma anche l’ammissione che l’uomo comune deve essere laico, libero di osservare e giudicare la miseria morale della società, guardando alle lordure in essa contenute senza gli occhi stranianti e distorti della religione, deve poter riflettere razionalmente sui misfatti e le stragi commessi nel corso della Storia in nome di un Dio benevolo e caritatevole senza per questo venire etichettato come orrido spergiuro dalla stessa risma di criminali. La fantasia visionaria di Buñuel è sconfinata e ci porta inesorabilmente verso il finale assurdamente rivelatore e profondamente pessimistico che ci saremmo aspettati scaturisse dalla sua mente geniale.
Luis Buñuel continuerà ancora per qualche anno a realizzare film di questo spessore, se non più importanti. C’è chi ha notato affinità col Pasolini anticlericale e antiborghese de “La ricotta” (1963), probabilmente l’unico regista che può essergli accostato per audacia. Grazie all’arguzia e alla potenza evocativa di opere come “Viridiana” (1961), “Simon del deserto” (1965), “Tristana” (1970), “Il fantasma della libertà” (1974), il Regista spagnolo può a tutti gli effetti considerarsi come il più sovversivo dei registi del cinema mondiale. Concludo citando la postilla che appare a conclusione de “La via lattea”, per chiunque avesse avuto dubbi sulle reali intenzioni dell’opera: “Tutto ciò che, in questo film, riguarda la religione cattolica e le eresie che essa ha suscitato, particolarmente dal punto di vista dogmatico, è rigorosamente esatto. I testi e le citazioni sono conformi sia alle sacre scritture, sia a delle opere di teologia e di storia ecclesiastica antiche e moderne”.

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