Luigi Meneghello: “Libera nos a Malo” (1963) – di Gabriele Peritore

Soffiare insieme al vento, mettersi nella stessa direzione, per non farsi spazzare… era necessario prestare la vela alla ventata potente del boom economico, in grado di cambiare volto ad un intero Paese, per non farsi trascinare via. Anche se poi, a distanza di anni, una corrosione inesorabile si è avvertita ugualmente, dentro e fuori. La crescita esponenziale degli anni cinquanta con i suoi cambiamenti radicali: l’avvento della TV, lo stipendio fisso, il diffondersi incontrollato delle automobili, e poi il frigo, e la lavatrice e ogni altro tipo di elettrodomestico e dei grandi magazzini (fratelli maggiori dei centri commerciali). Una vita fatta di agi che nel semplice giro di nemmeno un decennio fa dimenticare la durezza delle abitudini contadine, della socialità costruita sui posti di lavoro per lo più artigianali. Nei bar, nelle parrocchie. Senza neanche accorgerci di quello che stavamo perdendo. Constatabile su tutto il territorio nazionale, e soprattutto nel triangolo veneto di Padova, Treviso e Vicenza che fa da traino economico. La ricostruzione non è facile ma ci prova Luigi Meneghello nel suo libro “Libera nos a Malo”, uscito nel 1963, proprio per ragionare a caldo su questa lenta e inesorabile rivoluzione, in un romanzo che non è un romanzo ma un’originale fusione letteraria tra autobiografia e saggio. Meneghello è un intellettuale militante, nativo proprio di Malo, un piccolo comune del vicentino. Innamorato della semantica, il primo cambiamento di cui si accorge sulla propria pelle è quello linguistico. Il testo, infatti, è ricco di termini e frasi dialettali usati soltanto in quell’area geografica. Anche se l’intento è conservativo, Luigi Meneghello sa che la lingua non si può conservare perché è in continua trasformazione… così, come succede nella realtà, l’autore introduce lemmi appartenenti ad altre lingue, come il greco, il francese, il tedesco e, soprattutto, l’inglese, idioma che conosce perfettamente per aver lavorato e prodotto cultura anche nel Regno Unito. L’effetto crea un continuo flusso musicale. L’amore per la parola lo porta a sperimentare un particolare metodo per legare un argomento all’altro, non essendoci una vera e propria trama. Usa parole, definite “amo”, che fanno da ponte, unendo rive tematiche ad altre completamente diverse. Creando un flusso musicale in un flusso di coscienza che salta da un periodo all’altro. La sua voglia di giocare con le parole è evidente fin dal titolo, in cui ribalta il senso di una frase del latino clericale, “libera nos a malo (liberaci dal male)” in una più vicina alla sua realtà, “Libera nos a Malo (Liberaci da Malo)”, il paese in cui è nato e in cui ha passato la sua adolescenza. Quei luoghi che conosce come le sue tasche. Ogni singola via, ogni borgo, ogni singola vallata, ogni singola collina. Di quando si aggirava con occhi di bambino, negli anni venti e trenta, e ogni cosa rappresentava una scoperta, il filo logico dei pensieri veniva assorbito dai voli di fantasia e il ragionamento spesso si andava a perdere in vicoli assurdi e comici; o ancora di quando, durante il periodo della seconda guerra mondiale, si aggirava nel fitto dei boschi per organizzare la resistenza con i suoi compagni partigiani. Quei luoghi tanto amati che comunque rappresentavano una provincia chiusa e asfissiante da cui voleva andare via. Poi, quando si è via, si vede tutto con altri occhi. Anche i suoi stessi ragionamenti assurdi da bambino, a ripercorrerli da lontano, nella memoria, forse così assurdi poi non erano. Meneghello ripensa alla personalità così caratterizzante dei suoi compaesani, come lo sportivo che vanta vincite di tutte le gare in casa e viene eternamente sconfitto fuori, da non poter gustare mai il sapore della vera vittoria. O come il meccanico che sapeva riparare ogni sorta di autoveicolo. Il memoriale si fonde a dati scientifici e sociologici che delineano uno spaccato di vita enorme e pulsante. Tutto avvolto in un manto di grande ironia. Ironia e delicatezza. Luigi Meneghello usa molto tatto nel descrivere i giochi amorosi, i corteggiamenti impacciati, le prime esperienze sessuali. Tutto quello che vive nelle pagine è tutto quello che abbiamo perso e che continuiamo a perdere, ogni volta che veniamo coinvolti in cambiamenti epocali senza accorgerci, li subiamo sulla pelle, mentre tutto intorno il panorama ambientale e umano muta. Ci si inventa termini come progresso, sviluppo, mentre perdiamo la nostra identità, per illuderci di non perdere. Quando l’assetto sociale si allinea alla trasformazione è già troppo tardi. Soltanto l’intellettuale dedito alla filologia e con il segreto magico della parola che ha radici nella storia e rami alti verso il cielo, può donare nuovo sangue… ed è quello che fa Meneghello in tutta la sua produzione. Sulla stessa falsa riga, ma in maniera più giocosa ancora, continua in “Pomo Pero” del 1974 per poi inoltrarsi in altri periodi storici come in “I piccoli maestri” del 1964 che approfondisce l’arco temporale della Resistenza, e anche “Fiori italiani” del 1976 che analizza criticamente la scalata culturale del pensiero fascista. Soltanto lui potrebbe aiutarci oggi per comprendere l’impoverimento lessicale e le parti di noi che necrotizzano nell’indifferenza.

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