Ludovico Einaudi: “Le Onde” (1996) – di Ginevra Ianni

Lucio sbatte la porta e lascia fuori tutto il mondo. Nel buio della casa fissa lo specchio senza luce e fissa senza vederla l’ombra scura nella cornice. Il silenzio e il buio diluiscono la tensione della giornata affannosa. Si butta sul divano. Nella sospensione del momento tutto resta fuori. Il caos, i rumori, i colori. Sospira e si slaccia le scarpe, la libertà gli scorre tra le dita. Ora è tutto molto, molto lontano. Nel suo spazio ovattato sente che la vita sta tornando a espandersi intorno al suo corpo. Nel ritmo quotidiano si è convinti di avere sempre il controllo totale o quasi della propria esistenza, lavoro, famiglia, affari. Si vive velocemente in una capsula di consapevolezza. Afferra il collo di una bottiglia, il liquore forte scivola dal bicchiere alla gola e il calore si diffonde dentro. Il filo dei suoi pensieri continua a dipanarsi in silenzio. Il rumore del quotidiano copre tutto ma finisce per coprire un altro mondo parallelo ed invisibile, sovrapposto e leggero, una dimensione impalpabile e immensa fatta di sguardi impercettibili, emozioni represse, una paura scura dimenticata, silenzi mai riempiti e presto scordati. Sembrano due mondi diversi non sovrapponibili in cui la dimensione consapevole, più ingombrante e rumorosa, ha coperto l’altra fino a far credere che essa non esista più.
Ma non è così. È lo stesso spazio, la stessa vita ma in cui un aspetto ha finito per sovrapporsi all’altro senza equilibrio. Apparentemente il mondo reale sembra aver occupato ogni cosa, tutto in ordine, chiaro, pulito su questo treno con cui ognuno viaggia attraverso la propria esistenza. Ma invece no. Le cose ritenute di poco conto o le emozioni, belle o brutte o comunque non espresse, esistono ed ignorarle non vuol dire che non esistono. È come infilare la polvere sotto il tappeto: anche se non si vede c’è, sta lì e la sua presenza si sente anche senza vederla. Non riesce a farsi ignorare. Lucio solleva la testa e fissa in cerca di conferma il tappeto sotto il divano, nel dubbio. Poi a occhi chiusi torna a seguire i pensieri: E così, senza accorgersene, talora nel sonno si digrignano i denti, si chiama bruxismo. Inconsapevolmente si tengono le spalle contratte per ore, si chiama tensione. Si coesiste con il perenne bruciore di stomaco, si chiama somatizzazione. Gira la testa infastidito e si dice ad alta voce: è stress, solo stress. Ma la vocina acuta nell’orecchi continua: Lo stress è il capro espiatorio preferito, il parafulmine ideale per tutti i mali dell’essere umano. Invece lo stress è una condizione buona paradossalmente, la natura l’ha concepita per aiutare gli umani nelle situazioni difficili, una scarica di energia cui attingere in caso di pericolo.
Però non è una valvola di sfogo per esprimere il non detto, non può essere il tappeto sotto cui mettere ciò che non si ha il coraggio di vivere alla luce del sole. E così In un modo o nell’altro i due mondi finiscono per cozzare. Il pensiero è fastidioso e mette chiodi sotto il cuscino. Lucio si alza ma con una nuova idea in testa: Basterebbe talora fermarsi ed aprire i pugni, sciogliere la tensione delle mani e stendere le dita. L’idea è terapeutica e scivola sulle spalle come acqua calda, lo rilassa e scende sulle braccia, giù fino alle dita. Sarebbe bello sollevare i palmi aperti all’aria e lasciar scorrere via la polvere, quello che con le mani si cercava di trattenere: emozioni, arrabbiature, delusioni, il tempo che non si riesce a fermare. Persone che non dovevano restare. Difficile. È molto difficile, per certi versi è una resa, una specie di sconfitta. Ma non è così. Stavolta si mette davanti lo specchio e scruta sorpreso i suoi gesti riflessi che mimano azioni silenziose, sembra una danza: è riscoprirsi le mani leggere, pronte a carezzare, a suonare uno strumento, aprire nuove porte. La fluidità dei movimenti gli dà una scarica di adrenalina e lo sorprende con una nuova consapevolezza. Sciogliere i pugni e lasciarsi vibrare rende liberi. Avere il coraggio di scoprire la famosa polvere dal sotto il tappeto e lasciarla libera di fluttuare o spazzarla via, se ne ha il coraggio, rende lieve l’esistenza. Una bella sensazione che gli fa sentire di meritare la vita. Almeno ogni tanto. Respirare. O danzare nel buio. È lo stesso.

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