Lucio Piccolo: “Gioco a nascondere” (1960) – di Gabriele Peritore

A volte si deve guardare il mondo da una certa distanza per poter vedere meglio le sue dinamiche, la sua grandezza, le sue trasformazioni; per comprenderne meglio la natura, irraggiungibile, crudele e materna, lussureggiante. A volte bisogna rimanerne fuori per entrarci dentro e andare più a fondo. Coltivando un mondo interiore che orbita intorno al mondo reale per interagire solo a livelli aerei di stratosfera materica. Proprio come predilige operare Lucio Piccolo, da osservatore esterno che, ogni tanto viene raggiunto dalle onde un po’ più lunghe della vita reale. Forse perché la “realtà” reale ha già riservato per lui una gran fetta di dolore. Il padre si è giocato a carte il patrimonio di famiglia, i titoli nobiliari, i possedimenti palermitani, i luoghi legati all’infanzia di Lucio; poi si è giocato la famiglia stessa, scappando con una ballerina d’avanspettacolo e morendo in giovane età, lasciando i tre figli e la moglie, Donna Teresa Tasca Filangeri di Cutò,  nella necessità di ricostruire tutto daccapo lontano da Palermo. L’abbandono del padre Giuseppe Piccolo di Calanovella, li costringe all’esilio dorato nella villetta di Capo D’Orlando, a strapiombo sul mare, circondata da un verde rigoglioso ma lontana dal paese, lontana dal Capoluogo siciliano, lontana dal mondo. Nel forzato buen retiro i tre fratelli Piccolo hanno creato un loro mondo fantastico. Il fratello maggiore Casimiro, appassionato di magia e spiritismo, predilige vivere di notte, per dipingere sul momento le presenze manifestantesi al suo richiamo. La sorella Agata Giovanna indirizza le sue passioni verso la botanica, facendo provenire specie rare da ogni parte del pianeta e donando quell’aspetto verdeggiante esplosivo al giardino. Lucio, il più piccolo, fin da bambinetto sviluppa un personale sentimento per le Lettere; si avventura nella traduzione di poeti suoi contemporanei, si perde nella ricerca e nella scoperta di autori per lo più sconosciuti. Come un segugio dal fiuto raffinato scova la poesia dove è più improbabile che si nasconda: tra i trattati scientifici e gli atlanti geografici, o le guide turistiche di una volta. Poco più che maggiorenne intrattiene una corrispondenza epistolare con il Premio Nobel irlandese William Butler Yeats, in cui trattano i temi a lui più cari, di letteratura, filosofia ed esoterismo. Tra di loro parlano in inglese o forse in latino ma sono innumerevoli le lingue che potrebbero usare. In questo ambiente estremamente chiuso, estremamente aperto alle proposte culturali provenienti dall’estero, in questa segregazione più o meno volontaria, prende forma il linguaggio di Lucio Piccolo. Parte dalla musica, perché sa anche leggerla e comporla, e sa impartire il giusto ritmo ai suoi versi, con dolci giri di boa, o brusche spezzature quando serve. Utilizza parole ricercate, con estrema cura per l’eleganza e attenzione per i termini dimenticati, desueti, con una forte componente sonora. Arricchisce le sue strofe di simboli, di una simbologia ermetica, evidente soltanto a lui stesso, accostando forme anche contrarie tra di loro per creare  effetti paradosso. Il suo è uno stile barocco, arzigogolato e visionario, che non prevede l’aspetto terreno o materiale dell’argomento che sta trattando… così non c’è traccia di Sicilia o altre concretezze nei suoi scritti se non nella scelta tecnica; nel suo modo di comporre, come una partitura, come un’architettura che prevede alla perfezione il gioco di geometrie tra luce e ombre, proiettandosi verso tematiche universali. “Se noi siamo figure di specchio che un soffio conduce/senza spessore né suono / pure il mondo dintorno / non è fermo ma scorrente parete/dipinta, ingannevole gioco, / equivoco d’ombre e barbagli, / di forme che chiamano e / negano un senso”. Spesso utilizza il verbo all’infinito, tecnica di montaliana memoria, per impartire più musicalità alla lirica e dare un senso di fluidità perpetua. Proprio Eugenio Montale, dopo aver ricevuto il dattiloscritto di “9 Liriche” stampato con mezzi rudimentali e accompagnato dalla lettera del cugino, Giuseppe Tomasi di Lampedusa (ancor prima della pubblicazione del suo romanzo “Il Gattopardo”) presenta Lucio Piccolo al convegno poetico di San Pellegrino del 1954. L’impatto è devastante, il poeta siciliano sembra provenire da un’altra epoca, sia per l’abbigliamento che per la cultura, e non può passare di certo inosservato, anche perché non è più un ragazzino, ha già cinquantatré anni ma la sua nobiltà interiore e il suo candore puerile traspaiono da ogni poro, oltre alla sua immensa sete di sapere che gli fanno guadagnare la stima dei più grandi intellettuali del periodo, spianandogli la strada presso la casa editrice Mondadori che pubblica le sue opere senza un ritorno economico. “Canti Barocchi e altre liriche” esce nel 1956. Il formidabile “Gioco a nascondere” nel 1960 e “Plumelia” nel 1967. Lui vive nel suo mondo che non ha tempo e non sa nemmeno cosa vuol dire allinearsi alle correnti artistiche del suo periodo storico; e questa sua distanza lo fa spesso porre ai margini della letteratura contemporanea, anche perché, per un lungo lasso di tempo poi, è totalmente oscurato dal successo del cugino, con un romanzo come “Il Gattopardo” (1958) scritto in tanta parte nella villa di Capo D’Orlando e che presenta forti influenze piccoliane. Gli unici a non dimenticarlo sono gli intellettuali siciliani che iniziano a frequentare Villa Piccolo in maniera assidua. Si susseguono, così, le visite di Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Antonio Pizzuto, Sergio Corazzini e tanti altri, a sradicarlo da un isolamento che con gli anni diviene sempre maggiore, fino al 1969, l’anno della sua dipartita dal mondo terreno, lasciando tante opere che verranno pubblicate postume, per viaggiare sottotraccia tra gli intenditori; indispensabili per sciogliere l’enigma della perfetta solitudine di un genio che bastava a se stesso e che conservava la sua nobiltà interiore dopo aver perso quella degli effimeri titoli.

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