Lucio Fulci: “Zombi 2” (1979) – di Dario Lopez

Nel 1979 Lucio Fulci aveva ormai fatto di tutto, sul suo curriculum mancava solo ciò per cui oggi, dopo una vita durante la quale non se l’è filato quasi nessuno, tutti lo ricordiamo: il suo apporto al genere horror pervaso dal gusto per il gore che negli anni successivi Fulci non abbandonerà più. Musicarelli, film d’avventura, commedie, western, parodie, giallo all’italiana: Fulci non si fa mancare davvero nulla… poi proprio con questo “Zombi 2” arriva l’orrore. Non lasciamoci trarre in inganno da quel “2” che compare nel titolo del film, in realtà questo è per Fulci un vero e proprio esordio nel genere, il secondo numero cardinale viene inserito nel titolo solamente per distinguere questo film dall’omonimo Zombi di George A. Romero, uscito l’anno precedente e, probabilmente, anche come astuta mossa commerciale per cavalcarne l’onda del successo. Come lo stesso Fulci dichiarava in alcune interviste sul film, sono più le differenze tra l’approccio al tema utilizzato dai due registi che non le similitudini, quello di Fulci è privo di metafore sociali, guarda più alla suspense e all’avventura, si concentra sulla storia in sé, sull’effetto visivo e sull’origine degli zombi come figure delle credenze haitiane legate alla pratica del vudù. Effettivamente, guardando “Zombi 2”, le affermazioni di Fulci risultano veritiere: bollare il film come una mera riproposizione del lavoro di Romero potrebbe risultare fuorviante e svilente nei confronti del lavoro del regista romano. Ciò nonostante un paio di sequenze newyorkesi, volute dalla produzione, non mancano di strizzare l’occhio al celebre predecessore. Una barca a vela solca il mare, sullo sfondo lo splendido skyline di New York con le Torri Gemelle a fare da padrone, Liberty Island, il ponte di Brooklyn… tutto avvolto nella caratteristica foschia granulosa di tanto Cinema dei 70, immagini che predispongono al meglio alla visione del film. La barca sembra avanzare senza controllo, al timone non c’è nessuno, l’approccio della guardia costiera è inevitabile e inaspettatamente truce, l’unico passeggero della barca azzanna al collo uno dei due agenti, il sangue schizza a fiotti, il rosso è intenso e corposo. Il regista, considerato per anni un artigiano del nostro Cinema, esibisce una regia più interessante di quella di tanti colleghi più stimati: si ondeggia insieme alla barca, l’impressione dello spettatore è quella di essere all’interno dell’inquadratura, il timone è lontano da noi un solo braccio, la fotografia è perfetta, la camera è dinamica il giusto, le panoramiche tutte indovinate, la scansione delle sequenze avvincente, ottima la profondità delle proporzioni tra i vari elementi, la musica accresce l’aspettativa del contatto che sappiamo inevitabile: il primo approccio con lo zombi è visivamente molto convincente. La prima sequenza si chiude con una vaga minaccia di contagio imminente. Il corpo del film si svolge però altrove, Anne Bowles (Tisa Farrow), figlia dello scomparso proprietario della barca, e il giornalista Peter West (Ian McCulloch) si recano sull’isola di Matui nei Caraibi, ultimo domicilio conosciuto del padre della ragazza, al fine di dipanare l’enigma del battello approdato a New York con un’unica mostruosa presenza come equipaggio. Giunti nei Caraibi i due si faranno condurre all’isola di Matui, sulla quale gravano voci poco rassicuranti, dalla coppia di turisti americani composta dai giovani Brian (Al Cliver) e Susan (Auretta Gay). Sul posto il gruppo prenderà contatto con il Dottor Menard (Richard Johnson) impegnato a capire quale strano virus stia decimando la popolazione dell’isola solo per poi farla tornare in vita fortemente mutata. I motivi d’interesse del film sono principalmente visivi, il trucco utilizzato per la resa degli zombi è riuscito e sicuramente molto interessante, si discosta dalla versione romeriana sia per cromia che per consistenza, andando a proporre creature che portano alla mente lo sgradevole effetto della decomposizione, dall’incedere lento ma dall’attacco minaccioso. All’orrore si mescola l’aspetto più sensuale portato in scena dalle protagoniste femminili, soprattutto da Auretta Gay e Olga Karlatos (Paola, la moglie di Menard) che si concedono in tutta la loro grazia (e in tutte le loro grazie)… attrici capaci di unire sensualità, angoscia e terrore in alcuni dei momenti più riusciti del film. Ipnotica la (s)vestizione di Auretta Gay prima dell’immersione, così come rimangono celebri almeno due sequenze: quella splendida sottomarina con Auretta che si imbatte prima in uno squalo e poi in uno zombi, creature destinate di lì a poco a scontrarsi tra di loro… e quella della penetrazione del bulbo oculare della Karlatos, ripresa a distanza ravvicinata: entrambe sequenze che, con buona pace dei detrattori, vanno ben oltre il semplice artigianato. Nella parte finale, con l’aumentare dei non morti, il comparto trucco e parrucco si scatena nella realizzazione eccellente di un look mostruoso tutto sangue, brandelli, vermi e marcescenza da applausi. Le dinamiche di sviluppo della trama sono invece note, si va verso l’assedio, la morte di alcuni dei protagonisti, la fuga e un ritorno verso casa, verso una possibile normalità. Quando ancora il nostro cinema si occupava davvero dei generi, tendenza in ripresa… rimaniamo sempre speranzosi.

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