Lucio Fulci: “Sette note in nero” (1977) – di Dario Lopez

“Sette note in nero” si inserisce nel filone del thriller italiano anni 70 venato da qualche sfumatura sovrannaturale, ricorda molto il “Profondo Rosso” di Dario Argento per tipo di immagini, per atmosfere, per gusto e anche per la buona riuscita, aiutata sicuramente dalla giusta scelta delle location (sia in interni che in esterni) e dall’uso di uno score musicale sapientemente indovinato. Lucio Fulci crea un melange internazionale sia nel plot della vicenda narrata che nella scelta del cast,  nel quale compaiono anche volti americani e francesi. La piccola Virginia (Fausta Avelli) in visita a Firenze vive una sorta di fenomeno telepatico durante il quale vede il suicidio della madre che nello stesso momento si sta gettando in mare dall’alto delle scogliere di Dover in Inghilterra. Anni dopo, ormai adulta, Virginia (Jennifer O’Neill) vive stabilmente in Toscana e ha sposato l’italiano Francesco Ducci (Gianni Garko), i due hanno tutto l’aspetto d’una coppia felice e invidiabile. Un giorno, dopo aver accompagnato all’aeroporto il marito in partenza per una trasferta di lavoro, Virginia ha una nuova visione durante la quale assiste, tramite alcuni flash, a un delitto nel quale una donna viene murata ancora viva. La visione è allo stesso tempo vivida, sconcertante ma anche enigmatica, lascia molti dubbi sulla dinamica dell’evento e sull’identità delle persone coinvolte. Qualche giorno dopo, durante una visita in una delle proprietà della famiglia Ducci, Virginia riconosce il luogo del delitto della sua visione… da quel momento, con un ritmo serratissimo, gli eventi si dipaneranno verso la soluzione di un thriller che coinvolgerà ancora diversi altri personaggi. “Sette note in nero” è un ottimo thriller, l’incedere degli eventi e il ritmo scandito dalla regia e dalla sceneggiatura di Fulci, creano una tensione palpabile in crescendo verso il finale risolutore, nel quale spiccano le sette note in nero del titolo. Fondamentale l’apporto delle musiche al film, a partire dalla partitura di Bixio, Frizzi e Tempera, fino al brano d’apertura (o quasi) interpretato da Linda Lee. La sequenza iniziale mette da subito le carte in tavola, il montaggio alternato contamina le atmosfere inglesi del suicidio materno a quelle fiorentine all’apparenza più serene. L’effetto speciale virato al truce risulta oggi datato ma comunque efficace anche se allo spirito più critico potrebbe finanche strappare un sorriso; ad ogni modo l’intro funziona e predispone da subito lo spettatore alla visione. La presentazione di Virginia e Francesco è a tutti gli effetti affidata all’ugola di Linda Lee, poi lo score, l’alternanza luce/buio e i primi piani sul volto bellissimo di Jennifer O’Neill ci introducono alla parte più visionaria del film. La costruzione è perfetta, Fulci è da sempre considerato un artigiano del Cinema… se questo è, allora è un artigiano di sicuro talento, uno di quelli bravi. In pochi frame il regista ci mette a disposizione tutti gli elementi che andranno pian piano a costruire il perfetto gioco d’incastri che è “Sette note in nero”. Quello che spicca nel film è la calibrazione millimetrica di una progressione della tensione efficacissima, è il succo, il nettare indispensabile che in film come questo porta lo spettatore a incollarsi allo schermo, poco importa se dalla sua uscita sono passati esattamente quarant’anni. Il film funziona benissimo ancora oggi. Probabilmente al Cinema nostrano odierno qualche artigiano in più non farebbe male.

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