Lucio Fulci: “Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro” (1966) – di Maurizio Fierro

Nessuno ha mai scritto, dipinto, scolpito, modellato, costruito o inventato se non, di fatto, per uscire dall’inferno”.
Chissà se il dottor Lucio Fulci, laurea in Lettere e filosofia conseguita con ottimo punteggio, si è mai imbattuto nella citazione di Antonin Artaud tratta dal suo romanzo “Van Gogh, il suicidato della società” (1947). Forse no, ma sicuramente gli sarebbe piaciuta. Artaud e Fulci. Già, cosa lega un marsigliese che si inventa una forma teatro che rispecchia l’orrore poetico della vita e un romano la cui cinematografia è un inno all’orrore? Poco, in apparenza; molto, in sostanza. Dove quel “molto” si declina nell’inestirpabile volontà di uscire dagli schemi, quelli dettati da una società oppressiva e quelli sanciti in un canone condiviso, per lasciarsi guidare dalla voce della propria indole sovversiva. Perché forse è questo l’unico varco per saltar fuori dal proprio inferno interiore. Quando Alberto Moravia definisce “artaudiana” la prima incursione nel genere western di Lucio Fulci con Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro” (1966), sono in molti ad arricciare il naso. Il regista non è amato. La critica militante lo disprezza. Il giro che conta lo snobba. I suoi film fanno fatica a rimanere a lungo in cartellone nei cinema sparsi per la Penisola, e la schiera dei suoi fan si riduce a un’avanguardia di creativi underground (decisamente underground).
Insomma, fino a quel momento quasi nessuno si è accorto del regista trasteverino. Eppure, saranno molti quelli che rimarranno segnati nel proprio immaginario dai suoi lavori. È lui a firmare soggetto e sceneggiatura di alcuni dei più popolari film di Steno. Con “Un americano a Roma” e “Un giorno in pretura” (1954) si inventa “l’Americano“, alias Ferdinando Nando Mericoni, il personaggio interpretato da un ineguagliabile Alberto Sordi. È ancora lui a sceneggiare insieme a Steno alcuni fra i più famosi film di Totò: il Principe de Curtis lo stima e lo spinge al debutto dietro la macchina da presa. Fulci accetta e dirige “I Ladri” (1959), sfruttando una sceneggiatura di Nanni Loy. Ma la sua libertà espressiva non teme barriere: nello stesso anno vira sui cosiddetti “musicarelli”, le commedie musicali dell’epoca, sorta di fotoromanzi animati che trasmettono l’afflato giovanilistico e libertario degli anni Sessanta. Gira I Ragazzi del Juke-box (1959) e scrive insieme a Pietro Vivarelli quelle che saranno due hit portate al successo da Celentano, Ventiquattromila baci e Il tuo bacio è come un rock.
Ed è sempre lui, figlio di una famiglia di antifascisti siciliani e appassionato frequentatore dell’avanspettacolo, a scoprire due sconosciuti che fanno ridere, e molto. Nascono Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, immortalati da Fulci per la prima volta su grande schermo come inarrestabile duo comico in “Colpo gobbo all’italiana” (1962). Ma c’è una propensione, un’urgenza che cova nella mente di quest’uomo scorbutico, sfuggente, autoironico fino alla demolizione di sé stesso; è come un sentimento primordiale nascosto in qualche stanza della sua mente, che scarta, scalpita, vuole farsi largo. Una sorta di orrore morboso, di esibizionismo macabro, destinato a produrre un attrito costante col moralismo bacchettone di quegli anni e con il giudizio censorio e la prurigine di troppi critici zelanti. Quel sentimento si sublima in lampi di genialità irrequieta che lo porteranno a girare pellicole come “Non si sevizia un paperino” (1972), “Sette note in nero” (1977), “Zombi 2” (1979), “Black Cat” (1981), “…e tu vivrai nel terrore! L’Aldilà” (1981), “Lo squartatore di New York” (1982), “Il miele del Diavolo” (1986), “Demonia” (1989), “Un gatto nel cervello” (1990). Orrore cerebrale, dirà qualcuno. Sarà il genere che lo renderà immortale, anche se è riduttivo confinare la sua opera in un cliché. Lucio Fulci, prima di venire indicato come uno dei maestri dell’horror, fa in tempo a marchiare col suo inconfondibile graffio stilistico un altro genere: il western, e lo fa a suo modo.
Siamo nel 1966. La scena iniziale di “Le colt cantarono la morte e fu: Tempo di massacro” (un uomo inseguito da un branco di cani e sbranato a ridosso di un fiume) è di quelle che non si dimenticano e, se il traliccio narrativo non si discosta da tante revanche story cinematografiche (Franco Nero, l’eroe, e Nino Castelnuovo, l’avversario, sono due fratellastri che si contendono l’eredità del padre), è una certa estetica dell’eccesso dal taglio “gore” a farne uno dei western autoctoni più originali. Sceneggiato da Ferdinando Di Leo, con le note di Back Home Someday (cantata da Sergio Endrigo e scritta dallo stesso Fulci insieme a Sergio Bardotti) a contrappuntare i titoli di testa e quelli di coda, la pellicola si attira gli strali astiosi e unanimi della critica snob dell’epoca. Violento, sadico (l’uso della frustra per la tortura), antesignano di un certo sottogenere splatter, il film mostra in nuce gli elementi di tutta la produzione futura del regista, come se “l’inferno” di violenza morbosa proiettato sullo schermo non sia altro che un modo per uscire dal proprio, di inferno. Torniamo
allora da dove siamo partiti: la rappresentazione della crudeltà della vita come estremo tentativo di esorcizzarla; il lavoro “artigianale” con tempi stretti e budget limitato (fare di necessità economica virtù stilistica) come missione; un orizzonte stretto, quasi un sentiero tracciato sul crinale di un abisso. L’ideale, per un tipo come Lucio Fulci. Perché quando si è artisti della vita, passo dopo passo, si riesce a fare della propria vita una piccola opera d’arte.

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