Lucio Dalla: “La sera dei miracoli” (1980) – di Matilde Marcuzzo

Carissimo, ti ho mai detto che il rumore dei miei piedi nudi fuori dal letto sembra la nostra canzone? Può sentirli anche la luna, a volte… è l’ora che mi conduce a te, in cui la gente va a dormire e io mi alzo, in questa sera nera accesa dal freddo e dalle stelle timide. Come al solito vengo a parlarti, vicino alla finestra dove il mondo non dorme ma naviga nei pensieri e nei sogni dei poveri e dei mendicanti d’amore. Si muove questo cuore perso e fatto a pezzi, trascinato come tanti brandelli di carne, di bocca in bocca dai gatti randagi, sul tetto. Ti ho mai detto quante volte mi sono sentita così? Quante notti ho avuto paura di non rivederti, lì fermo davanti al vetro, come uno spirito sorridente con le braccia aperte, grandi, come i forni già aperti e caldi dei panifici di vecchio borgo
Stingevo gli occhi e facevo a pezzi il tempo, sperando di non smarrire il tuo fantastico e luminoso anelito. Si, questa chilometrica assenza non mi ha mai impedito di sentirti respirare. Adesso è lo stesso. Io vivo, sono in mezzo alle acque della pioggia sottile e infinita di questa giornata che, sfacciate lavano le lacrime dalle strade vuotate di te. Io sono l’aria gelida che offusca questi vetri, colei che vi disegna sopra una lettera, come una sciocca bambina dalle guance rosse per il tremore di un giovine brivido scottato. Io vivo e muoio, davanti a questa città assassina, mi perdo nel vento coi capelli tristi, feriti da mille coltelli. Io verso sudore e ho una tempia di sangue sul marmo di questo davanzale livido di rabbia. Io vivo e muoio tutte le sere, aspettando che la notte ti porti sulla mia bocca, di nuovo, come quella prima volta, in cui sembravi un pastore sull’altura d’un monte e richiamavi a te le mie attenzioni e carezze come tanti agnellini ingenui.
Oltre questo balcone, c’è un teatro itinerante, facce e mani recitano le mancanze, ma io non credo ci sia una possibile maschera per me. Se l’universo aprisse le finestre, se le anime, di notte potessero vedermi dalle loro tende fluttuanti, se parlassero a me come coscienze sofferte rimandandomi indietro la tua voce che è vespro nella mia testa ma che eternamente tinge le mura di questa mia prigione, si spargerebbero speranze tra i vicoli della città, sarebbero miracoli le sere quando io, come adesso spero di toccarti ancora. Carissimo, questa guerra ha consumato il mio seno, bombe tra le vesti e il taccuino di tabacco che mi hai regalato tu. Lacrime e ali di uccelli migratori sono le mie ciglia, o ventagli antichi che ombreggiano la mia pazzia che vive questa vita senza sole, senza di te.
All’improvviso tutto si muove mio carissimo, questa stanza vola, ondeggia la casa e mi consola, mi tramuta in vestale esperta che dell’amore sa far un quadro in cui restare eterna. Di colpo, anche il dolore si solleva dal letto e raggiunge il mio corpo, oltre le lastre ghiacciate dove la fatica si specchia. Abilmente, lei fa un sorriso, come quando una notizia ti fa visita, come quando io accendo una sigaretta nel silenzio e mi sembra maledettamente di confonderti in mezzo al fumo, senza riuscire ad arrivarti vicino. Ho immaginato di averti, che malefico stile di vita. Adesso, per abitudine ti dipingo nel buio, qui sul cuscino stanco e tra i fiori intirizziti dal gelo sul mio balcone. Ho immaginato una magia, un miracolo poco fa, nel fuoco consumato. Pensavo si trattasse di un giovane andato in guerra, “un po’ truce e sempre incasinato, con la barba incolta ed in perenne attesa di una svolta”Ho visto sogni di bambina come me o come la figlia sognata a cui passare le mie bambole. Questa sera, come ogni sera, faccio un viaggio senza partire, immagino di poterti amare e la barca del mio mare mai più lasciare. Io vedo un faro fuori dalla finestra, non è la mia sigaretta quasi spogliata, non è un lampione ma, il porto dei tuoi passi, tutta una vita in un tuo ritorno.

È la sera dei miracoli fai attenzione / Qualcuno nei vicoli di Roma
Con la bocca fa a pezzi una canzone / È la sera dei cani che parlano tra di loro 
Della luna che sta per cadere / E la gente corre nelle piazze per andare a vedere
Questa sera così dolce che si potrebbe bere / Da passare in centomila in uno stadio
Una sera così strana e profonda che lo dice anche la radio / Anzi la manda in onda
Tanto nera da sporcare le lenzuola / È l’ora dei miracoli che mi confonde
Mi sembra di sentire il rumore di una nave sulle onde / Si muove la città
Con le piazze e i giardini e la gente nei bar / Galleggia e se ne va
Anche senza corrente camminerà / Ma questa sera vola
Le sue vele sulle case sono mille lenzuola / Ci sono anche i delinquenti
Non bisogna avere paura ma stare un poco attenti / A due a due gli innamorati
Sciolgono le vele come i pirati / E in mezzo a questo mare 
Cercherò di scoprire quale stella sei / Perché mi perderei
Se dovessi capire che stanotte non ci sei / È la notte dei miracoli fai attenzione
Qualcuno nei vicoli di Roma / Ha scritto una canzone
Lontano una luce diventa sempre più grande / Nella notte che sta per finire
E la nave che fa ritorno Per portarci a dormire.    

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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