Lucio Dalla: “La casa in riva al mare” (1971) – di Francesco Picca

Nel giugno 1971 la musica italiana si arricchisce di un piccolo grande capolavoro, La casa in riva al mare (RCA Italiana). Lucio Dalla ne scrive la musica su testo di Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti, affidando gli arrangiamenti alle cure di Guido e Maurizio De Angelis. Il brano condivide lo spazio di un 45 giri insieme alla canzone Itaca. L’impianto narrativo è poderoso, definito da poche pennellate, cesellato attorno ai temi della libertà, dell’amore e del mare. Un brano che non ha mai perso il suo valore di attualità richiamato dal problema della detenzione carceraria. Dalla, come suo solito, ci obbliga ad una riflessione scomoda e lo fa con una storia d’amore solo immaginata per una donna che nel nome, Maria, racchiude la sintesi di ogni perdono. Attraverso le sbarre, con uno sguardo sul blu, il testo ci costringe a considerare la vita di Caino. Avere a che fare con Caino presuppone una cultura dell’indulgenza che potrebbe non appartenere a molti e che non è da confondersi con la pratica dell’assoluzione. Il perdono non è certo, solo, quello da riservare al colpevole, quanto quello da rivolgere a noi stessi e alla nostra inadeguatezza.
Occuparsi di Caino richiede quantomeno una sana propensione alla civiltà e la ferma convinzione che in molti casi, nella maggior parte dei casi, il regime detentivo è sicuramente la meno idonea tra le possibili soluzioni. L’idoneità riguarda la capacità di recuperare, non certo di colpire. Le forme alternative di pena, in altri paesi, hanno dimostrato con la forza inattaccabile dei numeri la propria efficacia nel senso di un minore indice di reiterazione dei reati e, quindi, di un maggior successo nel recupero sociale del detenuto. Nel nostro Paese, salvo pochissimi esempi virtuosi purtroppo incagliati nell’alveo della sperimentazione, il regime di detenzione carceraria è sinonimo di gabbio, di ferraglia arrugginita e riverniciata alla meno peggio, di strutture sovraffollate e fatiscenti, di criminalità, di situazioni sanitarie disumane. Prima ancora è sinonimo di una giustizia inadeguata nell’organizzazione e nelle risorse che non riesce a garantire neppure il semplice disbrigo d’ufficio, determinando così quei ritardi e quegli errori che, sebbene siano tipici di tutte le funzioni pubbliche, in questo ambito riguardano le libertà umana e pertanto non sono ammissibili.
La libertà altrui e le garanzie che vi sottendono è uno di quei temi per i quali sarebbe opportuno affondare due dita nella ferita aperta della nostra coscienza dormiente; dovremmo risvegliarci e provare a vincere quella nostra storica ritrosia a tendere verso la civiltà e il progresso, soprattutto quando la materia specifica richiede un solido impiantoculturale”. Questo andrebbe fatto. Negli ultimi anni, invece, dopo un trentennio fatto di piccoli e faticosi passi di civiltà giuridica, ci siamo affidati al dilettantismo di chi, sdoganato dall’ondata populista della “non competenza” e del “non merito”, rispetto all’annoso e ancestrale problema del sovraffollamento carcerario non ha saputo fare altro che proporre un nuovo “piano carceri” fatto di altri milioni di metri cubi di cemento e di altre migliaia di singole storie di alienazione. In questo esercizio sconcio di sciatteria politica il problema continua ad essere trattato e risolto, nei limiti del possibile, dall’opera concreta e quotidiana di un piccolo esercito di invisibili, una comunità parallela che, con in testa i cappellani carcerari, vive e si muove all’ombra delle mura dei penitenziari e che sopperisce come meglio può alle mancanze del sistema.
Le parole della canzone lasciano intravedere, in particolare, il tema degli ergastolani e del “fine pena mai”. Una questione delicata e piena di implicazioni che necessita della massima attenzione perché, ad un certo punto, diventa il problema di un detenuto anziano, spesso malato, assistito in modo del tutto inadeguato in una struttura che non è stata concepita per curare. Viene così a determinarsi un ulteriore e morboso oltraggio alla dignità umana, già scarnificata da una esistenza disseminata di errori. Lucio Dalla, però, indaga anche una dimensione più intima; quando scandisce “e gli anni stan passando tutti gli anni insieme”, sembra alludere alla prigionia autoinflitta, alla pena delle cose non fatte e del tempo passato a non farle, del tempo perso ad allevare unicamente buoni propositi. È questa, forse, la peggiore forma di prigionia che possiamo riservare a noi stessi: vivere in libertà senza essere liberi, desiderare la vita senza viverla, soli, “in mezzo al blu”.

Dalla sua cella lui vedeva solo il mare / Ed una casa bianca in mezzo al blu
Una donna si affacciava… Maria / È il nome che le dava lui
Alla mattina lei apriva la finestra / E lui pensava quella è casa mia
Tu sarai la mia compagna Maria / Una speranza e una follia
E sognò la libertà / E sognò di andare via, via
E un anello vide già / Sulla mano di Maria
Lunghi i silenzi come sono lunghi gli anni / Parole dolci che s’immaginò
Questa sera vengo fuori Maria / Ti vengo a fare compagnia
E gli anni stan passando tutti gli anni insieme / Ha già i capelli bianchi e non lo sa.
Questa sera vengo fuori Maria / Vedrai che bella la città
E sognò la libertà / E sognò di andare via, via
E un anello vide già / Sulla mano di Maria
E gli anni son passati tutti gli anni insieme / Ed i suoi occhi ormai non vedon più
Disse ancora la mia donna sei tu / E poi fu solo in mezzo al blu
E poi fu solo in mezzo al blu / E poi fu solo in mezzo al blu
Vengo da te Mari’ / Vengo da te Mari’ / Vengo da te Mari’ / Vengo da te Mari’…

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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