Lucio Dalla: “Disperato erotico stomp” (1977) – di Francesco Picca

I corridoi sono luoghi ideali per le fughe, per gli incontri, per scambiare informazioni, per ordire trame, per generare leggende. Voci di corridoio narrano di una relazione tra Lucio Dalla e una filosofa; una relazione virata bruscamente e inaspettatamente verso la fuga di quest’ultima, peraltro con un’altra donna. La frustrazione dell’autore ha trovato sfogo nel brano Disperato erotico stomp, quinta traccia dell’album “Com’è profondo il mare” (RCA Italiana 1977). Le parole che compongono il titolo non sono certo casuali. Disperazione ed erotismo a qualificare un inglesismo che indica il camminare battendo i piedi o anche una melodia dal ritmo veloce. La ritmica del brano è un raggae mascherato dalle sessioni dei fiati curate dal certosino lavoro compositivo dello stesso Dalla e dalle sue immancabili digressioni e contaminazioni jazz. Il risultato è un motivo incredibilmente orecchiabile che in più di quarant’anni non ha mai conosciuto flessioni di popolarità.
Questa traccia non è l’unico esperimento di scardinamento sociale contenuto nell’album; la sessualità esplicita ricorre anche nella canzone Treno a vela, in cui cita i Chrisma (non ancora Krisma) e la loro sexy-disco. L’intento di Dalla è quello di ricorrere egli stesso ad una massiccia dose di ambiguità per provare a scuotere il formalismo monolitico di una società in apparente evoluzione all’interno della quale si osserva sgomitare la nuova classe alto borghese con le sue velleità di leadership culturale; l’autore sdogana il tutto con estrema leggerezza, attraverso una inattaccabile ironia, anzi, una irresistibile autoironia. La solitudine fisica viene crocifissa sul Golgota della solitudine sentimentale, una condizione ben peggiore, complicata, frammentata, polverizzata dalla presa d’atto che la cosa eccezionale è “essere normale”. Un messaggio preciso quello di Dalla, una sferzata al bel pensiero dell’alta società, sua grande estimatrice, ma non per questo esente dalle randellate libertarie del cantautore bolognese mosse da un intento tanto intimo quanto preciso che lui stesso sintetizzò così:
La scrissi come risposta a una sorta di moralismo della sinistra”. Il moralismo additato dall’autore può essere identificato con quella sorta di superiorità antropologica che certa sinistra manifesta ciclicamente, con immancabile puntualità, soprattutto quando le tensioni sociali raggiungono un livello preoccupante che necessità di un super lavoro, tanto di ricucitura degli strappi quanto di riformulazione dei programmi. All’interno di questi snodi storici e culturali la sinistra si è spesso annodata sugli enunciati, talvolta persino mutuati dalla trincea nemica, sfuggendo alle proprie responsabilità e al proprio ruolo storico. La sinistra italiana, in particolare, citando il filosofo politico Dino Cofrancesco, sembra non resistere, ancora oggi, ad un “esasperato atteggiamento moralistico” che spoglia la politica del proprio ruolo naturale, quello della mediazione di interessi e valori, riducendola ad un “momento di rigenerazione morale e spirituale”. Nei complicati anni settanta il fuoco serrato non risparmiò nemmeno Enrico Berlinguer, additato dai detrattori come un moralista ostile alla modernità, quando invece, in realtà, il leader comunista ebbe il solo torto di esprimere caparbiamente e con forza una certa etica politica, ormai residuale rispetto a quell’internazionalismo liberista e spregiudicato che Craxi avrebbe imposto definitivamente qualche anno dopo.
Sarebbe del tutto plausibile che Lucio Dalla, nel caldo 1977, in risposta alla delusione sentimentale e, forse, a qualche perplessità politica, abbia avvertito l’impellente necessità di dismettere la tenuta casalinga e di liberare la sua vecchia indole di nottambulo, lanciandosi per strada incontro ad una girandola di personaggi un po’ onirici tra cui una prostituta, peraltro “ottimista e di sinistra”, e un turista berlinese, sofisticate ed efficaci metafore di una socialità ricondotta alla propria condizione un po’ zoppicante. Il girovagare senza meta è un pretesto per non tornare a casa e fare, ancora, i conti con la propria solitudine. I gradini fatti in fretta “tre alla volta” lo conducono sino all’abbraccio confortevole del divano che, da semplice elemento d’arredo, si trasforma in un ambito intimista di risoluzione e di pacificazione. Dalla ci costringe a sollevare lo sguardo, a fissare il nostro specchio, a fare i conti con noi stessi. La mano provvede al resto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: