Lucio Dalla: “Ayrton” (1996) – di Francesco Picca

La curva è una grandiosa metafora della vita ed una curva è diversa da ogni altra curva, esattamente come ogni singola vita è diversa da mille altre vite. Ciascuna curva ha una sua lunghezza, un suo arco, una sua accelerazione in uscita. Occorre impostare la traiettoria calcolando la giusta velocità d’entrata e la giusta misura della corda. Occorre resistere al desiderio di accelerare così come all’istinto di frenare. Ogni curva della vita recrimina una via di fuga, uno spazio sicuro in cui stemperare l’errore di valutazione, un tappeto di sabbia e di ghiaia su cui frenare il moto inerziale dei nostri eccessi. La forza salvifica dell’errore sta nel potersi migliorare, nel poter affrontare ogni nuova curva con maggiore consapevolezza. L’uomo e la sua tecnica riescono a spingere un marchingegno meccanico oltre i 340 chilometri orari. Lo stesso uomo, il medesimo uomo, con la propria lungimiranza monoculare priva di prospettiva, priva di profondità e priva di una visione d’insieme, può arrivare a trascurare l’esistenza e la sussistenza di una curva senza via di fuga, stigmatizzata da un muro di cemento che può solo fungere da stele per la commemorazione di un altro uomo.
Ayrton Senna era un antieroe, l’antidivo per eccellenza, l’uomo comune che ce l’ha fatta e che si è messo un paese intero sulle spalle, un intero popolo con tutte il suo carico di aspirazioni, con la manciata sfuggente dei suoi piccoli sogni innocenti, con la sua voglia di riscatto, con il suo genuino desiderio di sorridere alla vita, di spandere attorno solarità, di festeggiare, anche per un solo giorno, nonostante tutto, nonostante il poco e niente da dividere e da spartirsi. Il sorriso di Ayrton Senna era sempre appena accennato, quasi sofferto, impastato di riservatezza, come se racchiudesse una colpa non confessata. La profondità del suo sguardo era un abisso di cose non dette. Ho provato ad immaginare l’ultimo pensiero dell’uomo Ayrton mentre la sua Williams ignorava i comandi e tagliava la curva del Tamburello impattando come un proiettile una diga di cemento. Nell’abitacolo di Senna c’era una bandiera austriaca: in caso di vittoria l’avrebbe sventolata per omaggiare il collega Roland Ratzenberger, deceduto il giorno prima durante la sessione di prove. Quella domenica pomeriggio del primo maggio 1994 Ayrton si era allineato sulla griglia di partenza del circuito di Imola senza portare con sé quel suo sorriso appena accennato. Era teso, accigliato, lo sguardo privo di quella irriducibile malinconia tipica della sua gente.
Sulla sua vita e sulla sua morte, sui presagi e sul suo destino hanno scritto in tanti. Le parole di Paolo Montevecchi però, scritte nei giorni seguenti all’incidente, rappresentano uno scrigno di rara bellezza e di efficacia narrativa. Sono racchiuse in un testo intitolato in origine Il Circo che il cantautore cesenate propose alla casa di produzione di Lucio Dalla, la Pressing di Bologna. Montevecchi lasciò in portineria una cassetta VHS che conteneva la canzone e un videoclip. L’editore Marcello Balestra e lo stesso Lucio Dalla la ritennero un capolavoro e pertanto lasciarono invariati video, testo, musica e arrangiamento. Dalla propose unicamente di cambiare il titolo in Ayrton. Il brano è la prima traccia dell’album “Canzoni” (Pressing/BMG Ricordi 1996), un successo discografico da “testa” della classifica italiana con due milioni di copie vendute. Sono tre i pilastri di questo piccolo grande capolavoro: un testo scritto in prima persona asciutto e incredibilmente efficace, il canto narrante di Lucio Dalla e l’assolo finale di Ricky Portera, fluido e riconoscibile, “alla Portera” appunto, che attacca sulle ultime parole “e io adesso chiudo gli occhi…”.

Il mio nome è Ayrton, e faccio il pilota / E corro veloce per la mia strada
Anche se non è più la stessa strada / Anche se non è più la stessa cosa
Anche se qui non ci sono piloti / Anche se qui non ci sono bandiere
Anche se qui non ci sono sigarette e birra / Che pagano per continuare
Per continuare, poi, che cosa? / Per sponsorizzare, in realtà, che cosa?
E, come uomo, io ci ho messo degli anni / A capire che la colpa era anche mia
A capire che ero stato un poco anch’io / E ho capito che era tutto finto
Ho capito che un vincitore vale quanto un vinto / Ho capito che la gente amava me
Potevo fare qualcosa / Dovevo cambiare qualche cosa / E ho deciso, una notte di maggio
In una terra di sognatori / Ho deciso che toccava, forse, a me / E ho capito che Dio mi aveva dato
Il potere di far tornare indietro il mondo / Rimbalzando nella curva insieme a me
Mi ha detto “Chiudi gli occhi e riposa” / E io ho chiuso gli occhi
Il mio nome è Ayrton, e faccio il pilota / E corro veloce per la mia strada
Anche se non è più la stessa strada / Anche se non è più la stessa cosa
Anche se qui non ci sono i piloti / Anche se qui non ci sono bandiere
Anche se forse non è servito a niente / Tanto il circo cambierà città
Tu mi hai detto “Chiudi gli occhi e riposa” / E io, adesso, chiudo gli occhi…

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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