Lucio Battisti: “Il nostro caro angelo” (1973) – di Francesco Picca

I numeri di Lucio Battisti sono impietosi, inattaccabili; hanno bypassato i decenni, scavalcato le mode e si son fatti beffa di tutte le zavorre culturali. Eppure la critica in ghingheri ha sempre fatto sfoggio dei peggiori stracci e con scarso successo ha provato a darsi un tono imbastendo stroncature tanto pretestuose quanto goffamente provocatorie. Battisti si è sempre e comunque librato sui generi, sulle classificazioni e si è smarcato da quei passaggi obbligati per accreditarsi al grande pubblico; ha persino resistito alla morsa dell’impegno politico, ritenuto un impegno imprescindibile. Il suo avanguardismo ha costretto tutti a una continua e affannosa rincorsa, recuperando il fiato sottratto dallo stupore di ogni sua nuova produzione. Una poderosa accelerata a questo suo scatto in avanti l’ha data con l’album “Il nostro caro angelo” (Numero Uno, 1973), un lavoro criticato, ritenuto estremo, di eccessiva rottura stilistica rispetto alla produzione precedente ma che in realtà sposta semplicemente la sua poetica verso una nuova dimensione. La copertina rappresenta già un primo azzardo estetico, un momento di distacco rispetto agli schemi e al bigottismo imperante, e offre la nudità di alcuni figuranti in pasto ai pruriti scandalistici delle penne più ottuse.
Gli otto brani, architettati insieme a Giulio Rapetti, trattano con attenzione e con profondo impegno alcuni temi davvero attuali e, in alcuni casi, ancora sconosciuti al dibattito di quegli anni. Gli spunti sono molti: la critica al consumismo in tutte le sue forme, comprese quelle della massificazione mediatica e della nuova industria della pubblicità creativa; la stroncatura di una società borghese intrisa di pregiudizi, blindata di provincialismo, che opprime le personalità e reprime ogni spunto individualista; la proposta insistente di un ritorno alla madre terra e l’impegno alla salvaguardia della natura, in una sorta di prima bozza di manifesto ecologista; infine ma non ultimo l’amore, con un linguaggio meno consueto rispetto alla scrittura precedente, come nel caso del brano Questo Inferno rosa, affrontando con coraggio anche il tema della dignità e della rispettabilità di ogni amore, di qualunque amore, come avviene nelle strofe di Io gli ho detto no. La costruzione sonora dell’intero lavoro, affidata alle cure tecniche degli studi Abbey Road di Londra, aggiunge ulteriore originalità all’opera proponendo ritmi tribali, sonorità sudamericane e anche alcuni cenni progressive, svelando la curiosità musicale di Battisti e la sua costante attenzione al panorama internazionale.
Nella scaletta vi sono ampi spazi per la strumentazione elettrica e si sperimenta anche l’introduzione del sintetizzatore. Il brano più celebre di questo album è  la collina dei ciliegi, sospinto da una grande immediatezza comunicativa che ne ha decretato un successo immediato. Il vero momento di discussione però si apre attorno alle parole de Il nostro caro angelo; è in questa traccia che si realizza la vera frantumazione degli schemi, del pensiero precostituito, di quella consuetudine culturale che nessun cantautore aveva sino ad allora affrontato e risolto efficacemente, nemmeno quelli comunemente accreditati a sinistra. L’attacco frontale viene portato alla Chiesa, all’istituzione religiosa screditata da sé stessa, nello specifico all’eterno compromesso proposto dalla dottrina cattolica, quello che assolve il peccatore in nome di una condanna e mai in forza di una reale comprensione dei suoi limiti, delle sue debolezze o anche semplicemente delle sue necessità. Battisti invoca la laicità dell’esperienza umana nel suo insieme, corredata anche di errori e peccati; ne rivendica la dignità, ne difende il controverso divenire. Non vi è una negazione della fede: semplicemente si sposta l’esercizio della fede dalle “cattedrali” agli spazi aperti della natura, dove la semplicità dell’uomo possa esprimersi al meglio, dove l’uomo possa coltivare le proprie aspirazioni senza dover fare i conti con la morale e con il potere.
Sul tema morale mi torna alla mente il pensiero di René Descartes, al secolo Cartesio, in particolare il suo escamotage per sottrarsi alla morsa del relativismo morale; in attesa che la ragione assolva la sua funzione liberatoria, il filosofo individua quattro semplici regole di condotta che gli consentano di costruire una morale provvisoria”. La seconda di queste regole recita così: “… esser fermo e risoluto, per quanto potevo, nelle mie azioni, e di seguire anche le opinioni più dubbie, una volta che avessi deciso di accettarle, con la stessa costanza come se fossero le più sicure: imitando in ciò i viaggiatori, i quali, se si trovano smarriti in una foresta, non debbono aggirarsi ora di qua e ora di là, e tanto meno fermarsi, ma camminare sempre nella stessa direzione, e non mutarla per deboli ragioni, ancorché l’abbiano scelta a caso, perché, così, anche se non vanno proprio dove desiderano, arriveranno per lo meno alla fine in qualche luogo dove probabilmente si troveranno meglio che nel fitto della boscaglia”.

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One thought on “Lucio Battisti: “Il nostro caro angelo” (1973) – di Francesco Picca

  • Novembre 22, 2020 in 3:23 pm
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    Bellissima recensione, complimenti. Il titolo esatto del primo brano è La collina dei ciliegi.

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