Lucio Battisti: “Il Mio Canto Libero” (1972) – di Fabrizio Medori

Lucio Battisti si è finalmente liberato di tutti quei compromessi che temeva potessero imbrigliare la creatività e la libertà di un personaggio come lui. Ha abbandonato la vecchia etichetta discografica per rifugiarsi nella sua nuova “casa”, la Numero 1, fondata insieme al suo paroliere Giulio Rapetti, in arte Mogol. I risultati artistici sono facilmente percepibili all’ascolto ed è immediatamente evidente la classe con cui il cantautore di Poggio Bustone riesce a servirsi di tutta la libertà che si ritrova finalmente a gestire. Abbandonate definitivamente da tempo le esibizioni dal vivo, da poco aveva deciso di rinunciare anche a quelle televisive e quelle radiofoniche, concentrando tutte le sue energie all’interno dello studio di registrazione, alla cura per i suoni e alla rifinitura del lavoro di Mogol. Dopo l’immissione sul mercato di tutto il materiale di cui la Ricordi poteva ancora disporre, Battisti aveva iniziato la sua avventura alla Numero1 con una serie di singoli molto fortunati e con il bellissimo “Umanamente Uomo: Il Sogno” (1972), che conteneva i grandi classici E Penso a TeI Giardini di Marzo. Il fatto di potersi concentrare sul lavoro di studio senza nessun tipo di limitazione apre le porte ad un percorso di sperimentazione che ci interessa non soltanto dal punto di vista compositivo ma anche da quello delle scelte sonore, campo nel quale tutto il gruppo di lavoro riuscirà ad esprimersi a livelli impensabili per i mediocri standard di qualità sonora in ambito pop, con rare eccezioni. Prima di analizzare il contenuto strettamente musicale è doveroso notare che, forse per la prima volta in Italia, le copertine assumono un’importanza notevole, grazie soprattutto alla collaborazione con Caesar Monti, grandissimo e geniale fotografo e graphic designer. La copertina di “Il Mio Canto Libero” (1972) è un perfetto esempio di queste grandi qualità e raffigura braccia protese verso l’alto, mentre all’interno della cover apribile dell’Lp sono ritratti i piedi degli amici che si erano prestati a posare per gli scatti. L’inizio del disco lascia senza fiato, La Luce dell’Est è una prova di maturità artistica, con un suono dettagliato e perfettamente a fuoco, esempio mirabile di come inserire gli strumenti dell’orchestra in un arrangiamento rock, perché la prima cosa da mettere in chiaro è che Battisti, in Italia è il primo, e probabilmente l’unico, ad utilizzare il linguaggio della musica rock, in tutte le sue sfumature. Il testo parla di un’avventura sentimentale consumata in un paese dell’Est europeo: la musica accompagna in un crescendo di grande delicatezza e di grande effetto. La seconda canzone dedicata ad una ragazza innamorata dell’amore libero, tutt’altro che convenzionale, Luci-ah è ancora più rock, con un pianoforte a dettare il ritmo, in uno stile abbastanza simile a quello di Elton John, fino all’inaspettata esplosione finale del coro, geniale introduzione ad un finale che vira verso atmosfere ancora più glam. Battisti aveva scritto L’Aquila per Bruno Lauzi, ma qui ne offre una sua versione, dominata da una bellissima chitarra acustica e, più avanti, da qualche giochetto sperimentale con eco a nastro e distorsore sulle chitarre elettriche. Il testo è una malinconica riflessione sull’esistenza. Il primo lato del disco termina con Vento Nel Vento, maestosa e “drammatica” ballata pianistica che parla di innamoramento e amore, accompagnata, ancora una volta, da una partitura per archi capace di esaltare al massimo la potenza delle parole con un linguaggio sinfonico che ci mostra l’attenzione di Battisti nei confronti dell’emergente stile del rock progressivo. La seconda facciata del disco inizia con Confusione, che riprende le sonorità glam tipiche di Marc Bolan e dei suoi T. Rex o del David Bowie del periodo Ziggy Stardust, a dimostrare l’attenzione di Battisti per i fenomeni musicali più recenti in un tirato boogie trascinato da una bella chitarra elettrica. Io Vorrei… Non Vorrei… Ma Se Vuoi è uno dei punti più alti del disco, insieme alla title–track… e qui Battisti riesce a mettere insieme una serie di spettacolari scenari sonori, per descrivere la metafora del desiderio frustrato dalle convenzioni sociali. Mogol si esprime in questo senso con il verso “Come può uno scoglio, arginare il mare”. La critica sociale antisnobistica di Mogol trova il suo degno spazio anche in Gente Per Bene, Gente Per Male, nella quale la sperimentazione battistiana raggiunge un nuovo apice, giocando in maniera eccezionale con la prima parte del testo, nella quale utilizza il “botta e risposta” tra la voce del ragazzo ingenuo ed il coro femminile delle ragazze sprezzanti e altezzose, accompagnato da una parte strumentale che fa della dinamica la sua cifra stilistica, fino all’esplosione nel mondo tranquillo di una generosa prostituta che riconcilia l’idealista con il mondo. Il finale è una cosa a parte, non perché si distacchi dallo stile del resto del disco, quanto perché è la sublimazione del discorso sulla Libertà che pervade tutto il disco. Il Mio Canto Libero è un brano particolarmente riuscito, è proprio una canzone che “funziona”, nonostante la sua complessità di brano atipico. Inizia con le chitarre acustiche ed ha una struttura ingegnosa, con il suo alternarsi tra diversi crescendo e repentini momenti di distensione, un uso delle voci riuscitissimo e l’utilizzo di una serie notevole di effetti musicali, un bellissimo “non-ritornello”, un break strumentale da brividi, dominato dalle trombe, una ripresa del coro, accompagnato dalla sola orchestra e l’esplosione finale a concludere un disco memorabile. Il filo che lega i brani non è soltanto musicale ma anche letterario e, in entrambi i casi, è il tema della libertà, come il contrasto tra libertà e regime in La Luce dell’Est e L’Aquila, la libertà dei costumi in Luci-ah e Io Vorrei, la sensazione di libertà negli innamorati di Vento Nel Vento, la ricerca della libertà femminile di Confusione, lo scontro tra pregiudizio sociale e libertà del cuore in Gente Per Bene… e l’inno finale del brano da cui il disco prende il nome. Un disco che continua a dispensare sorprese.

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