Lucinda Williams: “The Ghosts Of Highway 20” di Magar

Lucinda Williams ha fatto breccia nel mio cuore molti anni fa, esattamente nel 1988, con la pubblicazione dell’omonimo album, il terzo della sua discografia. Un disco decisamente bello, forse ancora un po’ acerbo, ma comunque in grado di presentare una autrice che esplorava fin da allora le radici della musica americana, proponendo la sua personale visione di “American Music”. Poi, dieci anni dopo, ecco Car Wheels on A Gravel Road, che le permette di entrare in contatto con il mondo intero. Da li in poi è stato un susseguirsi di grandi Album, tra i quali quello che ormai è il suo penultimo lavoro, ossia Down Where the Spirit Meets the Bone,  che le è valso il plauso di tutta la critica specializzata, e un notevole successo commerciale. A distanza di due anni, ecco il nuovissimo The Ghosts of Highway 20, con il quale Lucinda fa di nuovo centro, regalandoci un disco essenziale e praticamente perfetto, che prosegue il discorso sonoro intrapreso due anni prima, rendendolo più intimo e facendoci partecipare alle storie di vita che affollano i suoi pensieri. Un viaggio nell’America profonda, lungo i 1500 chilometri della Highway 20, in compagnia della sua scontrosa voce , la assoluta protagonista del disco, e del suono elettrico e ruvido della sua chitarra. E’ l’America cantata da Johnny Cash e da Woody Guthrie, da Willie Nelson e da Bruce Springsteen (la versione di Factory che ci presenta la Williams è di una bellezza quasi imbarazzante), amara e sofferta ma grandiosamente vitale. The Ghost of Highway 20 è un album intimo, che porta alla luce il dolore per la perdita del padre, ma che racconta anche pagine di vita tranquilla, affrontata con il coraggio di chi sa che le difficoltà segnano anima e corpo ma fanno parte del gioco. Il suono delle chitarre è sicuramente protagonista, così come lo era nel disco precedente, ma qui le canzoni sono più brevi; Lucinda non lascia spazio a quelle estensioni sonore, preferendo connotare la storia attraverso il suono della voce. L’iniziale Dust ci mostra subito il viaggio sonoro che ci apprestiamo a effettuare: un inciso molto bello e un incedere lento e dolente, con voce e chitarre che subito si mettono in evidenza. Un grande inizio. House Of Hearth è molto più acustica, solo voce e chitarre senza sezione ritmica. Un brano sofferto e notturno molto coinvolgente. Il disco prosegue con questa vena intimistica e molto personale, che davvero riesce a trasportarci lungo le polverose e assolate strade che collegano Texas e Carolina del Sud. Una serie di istantanee evocative e potenti. Doors Of Heaven è un altro brano elettrico e pulsante, che aggiunge un po’ di ritmo… mentre i sette minuti di Ghost Of 20 Highway sono un capolavoro che pochi al mondo possono permettersi: un crescendo vocale e chitarristico che mette i brividiNotevole anche Bitter Memory, più country oriented ma sempre molto personale, che introduce la splendida Factory. Lucinda prende per mano la canzone e la fa sua, riuscendo a farci dimenticare l’originale. Una impresa che ritenevo improbabile, ma qui siamo al cospetto di una delle più belle realtà che gli States abbiano mai propostoIl disco cresce in continuazione, mostrandoci la qualità raggiunta dallo script della Williams, chiudendosi in modo esemplare con i 12 minuti di Faith & Grace, con voce e chitarra a ribadire quanto sin qui enunciato. Ascoltare questo album significa entrare nel cuore dell’America che amiamo, quella Ordinary People di cui tutti facciamo parte… Un viaggio emozionante.

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lucinda magar seconda

2 pensieri riguardo “Lucinda Williams: “The Ghosts Of Highway 20” di Magar

  • Gennaio 25, 2016 in 8:30 am
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    Più leggevo e più mi si accapponava la pelle per l’emozione. Fantasmi, polvere, porte del paradiso o dell’inferno, solitudine, ricordi dolorosi, teschi e ossa …… insomma tutto l’immaginario made USA che mi ha sempre affascinata, perché mi faceva sentire come loro: una lunga schiera di antieroi e di perdenti, che nonostante tutti gli sforzi e le capacità, gira che ti rigira, si ritrova sempre col culo per terra. Nati sotto un cattivo segno, appunto.

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