“Lucifero ci sa fare” – di Ginevra Ianni

Tic toc tic toc, il tempo continua a passare improduttivo e la pila di carte affastellate sul lato sinistro della scrivania attende in equilibrio precario. Tic toc tic toc. Ma io non voglio, ho altro per la testa, ho da pensare ai casi miei e non mi va di tuffarmi in quel gomitolo inestricabile di rogne che sin dal primo foglio mi invischierebbero in un mare di problemi da cui io sicuramente ne uscirei sconfitto, impreparato e con l’unica, solida, granitica convinzione che questa roba non fa per me. Sono la persona sbagliata al posto sbagliato. Tic toc… il sole continua a splendere in mezzo al cielo rammentandomi che ho ancora tanto tempo da passare a lavoro. Mio Dio, che ci faccio qui? Dove sono e perché ci sono finito? Mi sento un po’ l’insetto mostruoso ed insensato di Kafka, ingombrante e soprattutto inutile. Completamente inutile. Mai avere uno specchio a portata di mano in certe mezze giornate sospese nel vuoto, lo afferro e scruto il mio viso mentre mi faccio smorfiacce alla ricerca di… di che? Sono sempre io ma non sono più io, dove sono andato? Mi sembra di svegliarmi da un lungo sonno e sento un peso enorme sulle spalle che mi butta giù, mi fa scivolare sul pavimento, a terra e se potessi ancora più giù. Mi rannicchio su me stesso e, se ne avessi a portata di mano, vorrei cospargermi il capo di cenere in segno di lutto per la mia morte, in segno di dolore per la mia incapacità. Perché, che cosa credevi? Pensavi che la vita sarebbe stata un’apoteosi di successi e di applausi alla tua bravura? Senza cadute, senza intoppi? Ma che pensavi? Mentre la voce mi rimprovera fisso un brutto quadro sul muro e vorrei essere altrove, vorrei essere in quel quadro ignobile a ricominciare, provare ad inventarmi una vita nuova di testa mia, senza cumuli di carte malevole che si autoriproducono per pura malvagità. Vorrei scappare, essere nuovo altrove e avere questa chance. Ma poi penso… e se così fosse? Se cosi, per puro miracolo questo accadesse, sono davvero certo che non rifarei gli stessi errori, le stesse superficialità che mi hanno portato fin dove sono ora e che hanno generato quel cumulo di paura spalmato su una montagna di fogli frutto della mia incapacità? Aiuto… vorrei che qualcuno mi aiutasse ad uscire di questo labirinto di ragionamento ed angosce, mi sento come un pesce catturato in una rete. Poi, come se avessero aperto una finestra, torno a respirare, una mano si tende e mi aiuta ad alzarmi. Salendo poso lo sguardo dalla mano al viso del soccorritore ed un bell’uomo mi guarda con uno sguardo nero e fiammeggiante. “EccoLa qui” esclama e davanti alla mia espressione interrogativa, accenna un sobrio inchino con il capo ed esordisce come niente fosse, spolverandosi il lembo dei pantaloni…
“sono il Diavolo, andiamo?”
“Dove? Dove mi porta, scusi, io non l’ho mica cercata…”.
“Su, su non ha finito di sprecare tutto il tempo che le era stato concesso? Non l’hanno preavvisata che stava agli sgoccioli? Chessò, un piccolo infarto, un dolorino al petto, cose così…”.
Ci penso un momento. Si, qualcosa ho avuto ma è passato ora, mi sono ripreso e sto bene adesso. “Adesso? da quando si è ripreso lei non ha fatto altro che ricominciare a fare quello che ha sempre fatto da quando è nato: perdere tempo, sprecare i minuti insostituibili della sua vita dentro le sue paure, e come un vigliacco quale lei è, non se ne adonti per carità, ha trascorso cosi tutti i giorni e le notti concesse”. Sospira per aver fatto la solita tirata delucidatoria e ripete incoraggiante “Su, su andiamo, non è così male, lei starà in compagnia di molti altri che come lei hanno preferito giocarsi tutto il tempo concesso procrastinando. Per paura. Per paura di vivere, sbagliare e farsi male. Adesso basta però, è tempo di andare”.  Ha ragione. Dannazione, ha ragione da vendere. Sono quasi sollevato dall’aver sentito chiarire qual è il problema cruciale della mia inutile esistenza, fosse venuto pure dal diavolo in persona. Era ora. Possibile che abbia sprecato tutte le mie risorse ed energie a nascondermi da me stesso? Come se avesse ascoltato i miei stessi pensieri, il diavolo mi strizza l’occhio divertito e mi sorride. Bel sorriso, bel soggetto ‘sto diavolo, bella testa pensante. Non ambisco ad arrivare a comprendere i piani di Dio ma Lucifero ci sa fare, capisce subito tutto ed arriva rapido al nocciolo delle questioni. Quanto tempo ci ha messo, un minuto, due? Io ho sperperato mezzo secolo standoci male, in perenne conflitto con me stesso e sempre con un groppo sullo stomaco che non andava mai né su né giù. Non ci penso su molto, non voglio. Andiamo va’, vediamo che succede ora che se mi metto a pensare ai tramonti che mi sono perso, ai sorrisi che ho camuffato o mi sono giocato, sento l’inferno che mi divampa dentro. Perché una cosa ora mi è chiara finalmente: l’inferno, quello vero, non è un luogo fisico preciso, è una condizione dello spirito che sta già dentro di noi ed io mi ci sono aggrovigliato per tutto il tempo… che invece avrei potuto spendere meglio e diversamente, tra paura, coraggio e, soprattutto, la leggerezza dell’incoscienza. Vivendo. Il diavolo mi aspetta appoggiato al muro rilassato e sorridente… senza fretta, divertito del mio rovello come un vecchio amico. Sposta il peso del suo corpo sull’altro piede e mi sorride sghembo passando dal lei al tu ”hai capito finalmente, testa ottusa eh!”. , lo affianco prendendolo sottobraccio confidenzialmente e ci avviamo tranquilli e sereni….
Andiamo dai, mi pare vada già meglio.

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