Luciano Salce: “La cuccagna” (1962) – di Gianluca Chiovelli

“La cuccagna”, ovvero il boom economico italiano. Dalle macerie della guerra, attraverso il piano Marshall, gli sgobboni italiani arrivano allo festa degli anni Sessanta: motorizzati, ben vestiti, già in carne, sfrontati e cialtroni, con la capoccia ingombra di nuovi divi televisivi o da fotoromanzo e già sintonizzati sulle conquiste del progressismo angloamericano. Un magma effervescente, un popolo in rapida ascesa sociale che Luciano Salce fotografa mirabilmente nei primi minuti della pellicola. Un capolavoro ottenuto con maestria e leggerezza: non in modo diretto, mostrando stolidamente italiani motorizzati, ben vestiti, in carne et cetera. No, egli compie tale ricognizione in modo quasi subliminale, filmando dei bambini in un condominio: i bambini giocano, spensierati (spensierati come gli Italiani con la guerra alle spalle) sono irriguardosi e birichini, mangiano dei gran gelati (la fame è un ricordo lontano!) qualche maschietto dà fastidio a una signorina prosperosa (l’italiano non si smentisce) nel condominio si susseguono funerali (ecco una corona di fiori) ma anche battesimi (il fiocco bianco). Il vecchio e il nuovo s’incrociano. Come sembra suggerire il regista, col suo fare sardonico: l’Italia retriva e rurale sta morendo e nasce una nuova generazione, moderna, amorale e pronta a tutto. Ecco le antenne che fioriscono sui tetti, ecco le radio, la sigla RAI che apre la programmazione quotidiana, ecco una bambina piccolissima con la borsetta frou frou che estrae uno specchietto, a mimare la futura consumatrice, ecco altre bambine che ballano il twist; un’altra spernacchia una ragazza che canta da una finestra: il nuovo consumatore non deve cantare vecchie canzoni, ma solo ascoltare, assistere e imitare, al diavolo la tradizione e il belcanto, viva i ritmi yeah yeah! L’Italia risorge al sole dell’Occidente americano, quello dei liberatori. La colonna sonora di Ennio Morricone che accompagna questo meraviglioso incipit è, a sua volta, un capolavoro: allegra come una giostrina eppure insidiosa, a sottolineare il carattere ambiguo di tale festa capitalista. Poi la macchina da presa si sposta nella casa che ospita la famiglia della protagonista (Rossella Rubinacci: la bellissima Donatella Turri) un vero bailamme sociale in cui l’antico ordine cattolico e reazionario è distrutto: i genitori sono imbambolati da una laboriosa digestione post pranzo (il papà fa un ruttino; la mamma dice: “Io sparecchio” ma poi si riappisola) il cognato missino legge nervoso il giornale (coltiva ansie da fascistone, tambroniane, anche se vorrebbe farsi la Rossella) sua sorella è una sciocca che si ingozza di dolcetti, il fratello è apertamente omosessuale; e la nostra protagonista, Rossella, cerca di affrancarsi dalla famiglia lanciandosi nel mondo del lavoro (è una dattilografa). Il prosieguo del film è proprio la sua odissea piccolo borghese nel nuovo mondo del boom, della cuccagna (Morricone qui ha un altro colpo di genio: ordisce uno score brioso e scattante composto da colpi di macchina da scrivere). Rossella è sballottata, perciò, tra spasimanti, vecchi laidi, pornografi, profittatori, avvocati distrutti dalle pene d’amore, scrittori con l’alitosi, papponi, zoccole disamorate, monache, bustarellari (bravissimo Umberto D’Orsi) generali inetti: alla fine, per sbaglio, verrà arrestata in una retata di prostitute. L’unico individuo disinteressato che incontrerà sarà Giuliano (Luigi Tenco, esordiente come Donatella Turri) un giovane contestatore che le farà da cicerone anarchico. Al loro primo incontro, mentre attraversano una strada romana rigurgitante di un traffico fracassone, ecco Giuliano inveire contro i parvenu della cuccagna sciorinando il suo credo: “Se sei pecora il lupo ti mangia… ma guarda questi… io vorrei sapere chi glieli dà i soldi per comperarsi tutte queste Alfette Giuliette fuoriserie… dentroserie… tutte ‘ste macchine… insomma, non si può nemmeno attraversare la strada… perché adesso c’hanno tutti la macchina… ma guarda un po’ lì… ma guarda questo per esempio… questo dove li ha trovati i milioni per comperarsi la macchina con quella faccia che si ritrova… ruba… è un ladro come tutti gli altri”; e poi: “a noi c’ha rovinato l’America… sì, il miracolo c’è, ma per i ricchi… quelli nascono miracolati… lavorano solo i micchi, cara mia, come te… toh, quello è Oscar… tre mesi fa girava in Vespa e oggi c’ha la Giulietta….”. Giuliano e Rossella si perdono e si ritrovano per tutto il film. Scopriremo poi che Giuliano deve partire soldato (non a caso lo sorprendiamo a cantare, chitarra in mano, La ballata dell’eroe di Fabrizio De André). Entrambi stanchi della società che li rifiuta, decideranno quindi di suicidarsi. Il finale, però, non può essere tragico nell’Italia mediocre e rutilante della cuccagna, ma solo agrodolce: le ultime immagini vedono Rossella e Giuliano baciarsi sul predellino di un tram stracolmo di italiani; italiani indaffarati, ansiosi, già stressati, tutti a rincorrere qualcosa, a slanciarsi su per l’albero scivoloso e ingannatore della cuccagna. Cosa ci dona il film dopo cinquantacinque anni, oltre a tale resoconto beffardo e impietoso? Due cose. La prima: Pasolini fu un profeta, ma le idee chiarissime su ciò che si stava preparando per l’Italia ce l’avevano anche registi e intellettuali oggi poco considerati: Risi, Salce, Monicelli, Bevilacqua. La seconda: l’Italia della futura dissoluzione sociale aveva comunque i Risi, i Salce, i Monicelli, i Bevilacqua (et cetera) a tenere un diario dei tempi: e noi, oggi? Nessuno. La nostra è un’epoca avara, miserabile; latita una guida spirituale, pochi sono privi di malizia, nessuno ha il coraggio di dire “No, non servirò”. Anzi, la totalità è ansiosa di servire, mentire e succhiare qualche soldo pubblico all’ombra dello Stato. Se Luciano Salce fosse ancora tra noi girerebbe “La micragna” (e, poi, come lo girerebbe: dove sono i produttori, gli sceneggiatori, i caratteristi di allora?). Luigi Tenco canta De André e altre due canzoni, Quello che conta e Tra tanta gente (di Morricone/Salce). A vederlo sullo schermo, a pochi anni dalla morte, ci prende un sentimento indefinibile: rimpianto, rabbia, commozione; nostalgia di un tempo remoto, irrecuperabile. Irrecuperabile, perché noi viviamo l’età del ferro, l’età della micragna.

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