Luchino Visconti: “Rocco e i suoi fratelli” (1960) – di Riccardo Panzone

Il “mito del carro e dell’auriga”, meglio conosciuto come “mito della biga alata” di Platone affronta il tema della ragione e delle umane passioni, riconnettendolo alla volontà propria dell’uomo di orientare, attraverso l’operato, la propria esistenza. Nell’immaginario Platonico, l’auriga (la ragione) è alla guida di una biga trainata da due cavalli: uno bianco, personificazione della parte sensibile e intellettuale dell’umano che si dirige verso il mondo delle idee (Iperuranio), uno nero, la parte dell’anima concupiscibile, che spinge l’uomo verso la bruta materia. Nel film “Rocco e i suoi fratelli”, pellicola di Luchino Visconti del 1960, tratta dalla raccolta di racconti “Il ponte della Ghisolfa” (1958) di Giovanni Testori, l’opposta dicotomia esistenziale dei due protagonisti, Rocco (Alain Delon) e Simone (Renato Salvatori), fornisce perfettamente il senso del mito Platonico. Rocco e Simone, insieme agli altri fratelli e alla madre, giungono dalla Basilicata, il “paese del sole e del male di luna”, nella caotica Milano degli anni 60: è la storia dell’emigrazione dal mezzogiorno, un racconto di dignità e miseria, “cantato” da scrittori e registi, che ha caratterizzato, anche con eccessi folkloristici, la storia dell’Italia del boom economico. L’intreccio delle vite di Rocco e Simone, si dipana attraverso l’amore per la stessa donna: Nadia (Annie Girardot), affascinante e disillusa vicina di casa che, per vivere, “fa la vita” e che rappresenta l’elemento di rottura nell’esistenza anonima dei due fratelli. Simone approda nel sommo caos della grande capitale Meneghina con la “joie de vivre” di un ragazzino; Rocco, dal canto suo, conserva un legame molto più profondo con la sua terra che gli dona radici più forti e quell’umiltà di fondo che guarda con sospetto alle luci della città. L’amore di Simone per Nadia è un amore brutale, in cui egli stesso riversa la propria disperazione esistenziale, espressione di quel senso del possesso proprio di un essere intellettualmente primitivo che degrada la compagna da soggetto a mera ed anonima proprietà. Rocco, al contrario, è un’ancora di salvezza che con sorrisi intrisi di semplicità dona a Nadia una nuova speranza, la persuade “ad avere fiducia”, la convince che la vita non è un lungo susseguirsi di giorni orribili ma, se solo lo vogliamo, un campo di fiori ed opportunità che aspettano solo di essere colti. L’amore di Rocco e Nadia, semplice e puro, dura fino al giorno della Ghisolfa: il fratello Simone, “che rende volgare tutto ciò che tocca”, per vendetta di amore negato e perduto, violenta Nadia davanti a Rocco e picchia fin quasi alla morte il suo stesso fratello, sporcando irrimediabilmente il bellissimo quadro esistenziale che i due innamorati avevano dipinto per loro stessi. Percepire l’elemento della Fisiognomica in “Rocco e i suoi fratelli” è davvero affascinante poiché i protagonisti, con lo scorrere della trama, mutano il loro volto contemporaneamente al mutare della loro stessa anima. Simone, interpretato da Renato Salvatori, all’inizio del racconto ragazzone solare e ridanciano, abbruttisce nel corso del film, devastato da rimorsi, alcool e vizi, fino ad assumere, nelle scene finali, le fattezze tipiche di un ominide. Fronte bassa, schiena curva, sguardo vuoto ed inespressivo, andatura claudicante, personificano pienamente l’involuzione psicologica del personaggio votato all’autodistruzione. Rocco, il vero protagonista, all’inizio del film invece è quasi anonimo ed inespressivo, almeno fino a quando non emerge nell’intreccio la positività del personaggio che, per amore, convince Nadia a ripensare se stessa, ad avere fiducia in sé e nel prossimo, ad immaginare una vita diversa insieme. Il senso di positività si connota, come in senso opposto per Renato Salvatori, nella fisicità di Alain Delon, delicato, etereo, quasi femmineo, che riporta alla visione di un angelo accorso a ricordare a tutti che solo sacrificio e semplicità sono in grado di creare qualcosa che possa durare. Sarebbe banale connotare “Rocco e i suoi fratelli” come il semplice e classico film “verista” del dopoguerra, considerata la forte accezione psicologica che sottintende all’intreccio complessivo. “Rocco e i suoi fratelli” è senza dubbio un film neorealista ma, anche e soprattutto, il racconto di due diverse parabole esistenziali, che tendono rispettivamente all’evoluzione e all’involuzione, narrato con sapienza non solo attraverso le parole e i gesti ma attraverso i volti dei protagonisti che, mai come in questo caso, diventano in modo vivo “specchio dell’anima”.

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