Luchino Visconti: “Il Gattopardo” (1963) – di Dario Lopez

Il film di Luchino Visconti tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è un prezioso documento storico, testimonianza di uno dei periodi di passaggio che hanno segnato la Storia del nostro Paese, nella fattispecie quello che vede il declino dell’aristocrazia a favore di una più aggressiva borghesia arricchita in seguito ai moti Garibaldini e all’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo: siamo a un passo dall’unità d’Italia. “Il Gattopardo” è stato unanimemente riconosciuto dalla critica come uno dei film più importanti del Cinema italiano, opera da conservare e film apprezzato anche nel panorama internazionale, fatto sottolineato dalla vittoria della Palma d’oro al Festival di Cannes edizione 1963. D’altronde le firme dietro all’opera sono prestigiose: Visconti aveva all’attivo già film importanti come “Bellissima”, “Senso” e, soprattutto, il capolavoro sulla questione meridionale “Rocco e i suoi fratelli” (a mio modesto parere anche superiore a “Il Gattopardo”); alla sceneggiatura hanno lavorato nomi come Suso Cecchi d’Amico e Pasquale Festa Campanile e le musiche sono firmate da Nino Rota. Forse però. a colpire più di ogni altra cosa sono le scenografie curate dal meno noto Mario Garbuglia, di uno sfarzo e di una ricercatezza davvero pregevoli… ma su questo torneremo più avanti, quando sarà il momento di partecipare al ballo. Siamo nel 1860. I mille sbarcano in Sicilia, la situazione politica è in rapido mutamento, crolla il mondo dell’aristocrazia a discapito della nuova borghesia dei proprietari terrieri, spesso ricchi e incolti, il Principe Fabrizio di Salina (Burt Lancaster) assiste con rassegnazione alla fine di un’epoca, il suo amato nipote Tancredi (Alain Delon) si unirà ai nuovi movimenti rivoluzionari. Per Tancredi è necessario cambiare tutto perché niente cambi, necessario per mantenere i privilegi ai quali la famiglia è abituata da sempre… è necessario unirsi al nuovo che avanza per rimanere sulla cresta dell’onda e avere parte al nuovo assetto che deciderà il futuro del Paese. Ma è evidente fin da subito come la futura classe dirigente, qui rappresentata dal Sindaco Don Calogero (Paolo Stoppa), futuro suocero di Tancredi, sia corrotta e materiale: l’onore, la nobiltà anche dei gesti, la forma, vengono messe da parte, screditate in nome dell’interesse. In tutto questo, nel passaggio da una vita da nobili alla rivoluzione garibaldina, e poi da questa alle fila dell’esercito dei Savoia e al futuro Regno italiano, è inevitabile che il sentimento principe sia per chi si vede ormai sul viale del tramonto, la nostalgia. È con grande malinconia che Fabrizio di Salina vede il dissolversi di un’era… uomo che si vede ormai sorpassato, dalla società ma anche dalla vita, diventa così emblematico lo scambio di battute con la bellissima e giovane futura sposa del nipote Tancredi, interpretata da una sensualissima Claudia Cardinale. Anche dal punto di vista dei sentimenti, delle emozioni, nonostante le attenzioni della giovane, il Principe acquista consapevolezza, sa di dover cedere le armi, il suo tempo è giunto, la fine è vicina, nonostante la maestria di Visconti nel non mostrarci la morte del protagonista, tutto è chiaro, la morte che nel libro viene descritta e che nel film ci viene mostrata a livello metaforico, è indubbiamente ineluttabile. Come spesso si usava nel Cinema di una volta, una vicenda tutta siciliana viene messa in scena da un cast di stelle internazionali. Il protagonista è interpretato dall’americano Burt Lancaster doppiato dalla bella voce di Corrado Gaipa, il nipote prediletto è il francese Alain Delon, grandissima stella già con Visconti (vero nobile ma d’origine lombarda) nel capolavoro “Rocco e i suoi fratelli”, la stessa Claudia Cardinale, emblema della Sicilia, è tunisina di seconda generazione e solo d’origine italiana, il Conte Cavriaghi, amico di Tancredi, è interpretato da Mario Girotti (in arte poi Terence Hill), veneziano e unico interprete al quale è stato affibbiato un doppiaggio un poco discutibile. Nel cast compaiono anche dei giovani Giuliano Gemma e Ottavia Piccolo. Una ciurma eterogenea che però agli ordini del capitano Visconti risulta affiatata e in grado di dare corpo coeso a una narrazione per molti oltremodo lunga e sfilacciata. Si pensi che la sola scena del ballo finale occupa circa un terzo della durata dell’intero film che lambisce le tre ore… eppure, ciò nonostante, si rivela essere anche la più riuscita e coinvolgente dell’intera pellicola. È qui che viene fuori la sontuosità delle scenografie, quell’attenzione al dettaglio, alla messa in scena e al decorativismo che era stata imputata al regista in riferimento ad altre sue opere precedenti… è un’attenzione che riempie gli occhi: gli arredi di palazzo, i costumi, i vestiti delle dame, le alte uniformi, i drappeggi, l’illuminazione dei luoghi, gli ambienti.., finanche i movimenti dettati dai vari balli restituiscono l’impianto di un altro mondo che oggi visitiamo per lo più al Cinema o in qualche vecchio palazzo reale adibito a museo. All’interno della lunga sequenza del ballo si sviluppa la scena che personalmente ho più apprezzato: Fabrizio di Salina contempla un quadro a tema e riflette sulla morte che quasi sente inevitabile… spiazza un poco il nipote Tancredi e la bella Angelica. La giovane adula il Principe, gli chiede di ballare, la situazione ha un pizzico di sensualità in più di quel che ci si potrebbe aspettare dal contesto. Il Principe rifiuta la mazurka ma accetta un valzer… il nipote mostra disagio, la fronte imperlata di sudore. Dopo uno splendido giro di valzer, l’occhio del Principe si attarda qualche secondo di troppo sulla fanciulla che si allontana in compagnia di Tancredi. La gioventù è andata da tempo, un’epoca è finita, anche lo stomaco non è più quello di una volta… cosa resta al Principe per potersi ancora beare della vita? Se “Il Gattopardo” è riconosciuto unanimemente come capolavoro per la preziosa documentazione storica di un mondo ormai scomparso, ancora una volta è il lato più umano e intimo ad assurgere ai più alti livelli d’interesse… sul finale più che a una classe in via d’estinzione, in fondo, è solo al Principe che si guarda.

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