Luca Guadagnino: “Suspiria” (2018) – di Maurizio Fierro

In “Suspiria” (2018la Mater Suspiriorum di Luca Guadagnino è americana, viene dall’Ohio ed è stata ripudiata dalla madre di fede amish. Ha una stimmate blasfema iscritta nel codice genetico e la passione per il ballo, e la scuola di danza di Berlino che l’accoglie, una congrega di streghe devote alla fondatrice Helena Markos, è come un presentimento di significato. L’incontro con la direttrice madame Blanc (una performativa Tilda Swinton, impegnata in tre ruoli) e il drammatico soggiorno che ne segue, trasformano i suoi sospiri in consapevolezza fino al punto di far esplodere la sua natura stregonesca, che la conduce a smascherare la falsa madre e a prenderne il posto, perché, come si legge in una delle prime sequenze del film “La madre è una donna che può sostituire tutti, ma che è insostituibile”. Piove e nevica sempre nella Berlino Ovest di Guadagnino (che la perizia del fido direttore della fotografia Sayombhu Mukdeeprom ci restituisce avvolta in un cromatismo cupo dominato dalle tonalità dell’ocra), capitale di una nazione martoriata dall’offensiva ‘77 posta in essere dalla Rote Armee Fraktion, una nazione ancora in gran parte prigioniera dei sensi di colpa derivanti dalla memoria del Reich… ed è proprio quel drammatico ”autunno tedesco” la cornice storica scelta dal regista palermitano per ambientare il suo “Suspiria”, dichiarato omaggio a uno dei suoi autori preferiti. Aderendo alla sceneggiatura originale di Dario Argento e Daria Nicolodi, (a sua volta tratta da “Suspiria de profundis” (1845), romanzo onirico del “mangiatore d’oppio” Thomas de Quincey e ispirato a un suo soggiorno milanese a palazzo Imbonati (una costruzione del Cinquecento che si raccontava essere stregata) in cui lo scrittore inglese narra di un sogno in cui Levana, la divinità romana protettrice dei neonati, gli presenta “Le nostre signore del dolore”: Mater Lacrimarum, Mater Suspiriorum e Mater Tenebrarum), Guadagnino costruisce la sua witchstory come un sudoku di incontri in un mondo woman only”, in cui l’unica presenza maschile è quella del dottor Joseph Klemperer, uno psichiatra junghiano che attraversa il film come un testimone alla ricerca di una verità salvifica che rappresenti un cambiamento, verità che alla fine troverà non nella dimensione dottrinale “essoterica” a lui nota, ma in quella sotterranea ed esoterica, proprio come vaticinato dal suo mentore Carl Gustav Jung (la macchina da presa si sofferma su “Psicologia del Transfert” (1946), testo nel quale lo psicologo svizzero ipotizza il nucleo del transfert nell’antica opera esoterica “Rosarium Philosophorum” (1550) che, proprio come avviene per i metalli vili nel processo dell’Opus Magnum alchemica, induce nel paziente una trasformazione psichica, segno di cambiamento interiore). Streghe del cambiamento sono anche quelle che, a loro modo, pensionano le vecchie colleghe dedite solo al maleficium, perché quel tempo, saturo di odio e comandamenti alla rovescia, è terminato e, la Madre dei Sospiri, che reca con sé l’anelito al perdono, alla fine questo fa: perdona… ma solo chi riesce a preservare l’amore dentro un cuore puro. È una luce fra le tenebre, quella che illumina una donna-madre-strega che trasforma i suoi sospiri in comprensione, capace di tramutare i sentimenti pesanti e vili in altrettante opportunità di rinascitaChi si aspettava di assistere a una tipica fiaba gotica forse è rimasto deluso, ma era francamente difficile pensare che Luca Guadagnino si limitasse a riproporre, mutatis mutandis (la lunghezza del film, i cromatismi attenuati rispetto ai colori smaglianti e inediti di Luciano Tavoli, l’ipnotismo post rock della colonna sonora del leader dei Radiohead Thom Yorke, rispetto al superbo patchwork sonoro a tinte prog ideato dai Goblin) il “Suspiria” (1977) originario, una pellicola che deve aver molto amato, e che proprio per questo motivo ha voluto riproporre, arricchita di implicazioni che stanno strette a una dimensione di puro horror soprannaturale. “Tremate, tremate, le streghe son tornate!”. Vi ricordate? Era uno degli slogan del movimento femminista negli anni in cui è ambientato il film. L’imperialismo maschilista e le sue costruzioni ideologiche volte ad affermare il potere maschile sulle donne, baluardi da abbattere sull’altare di una effettiva emancipazione e rivalutazione storica del ruolo della donna. Si avvertiva, allora, la necessità di una separazione politica e culturale delle donne che potesse sovvertire l’ordine patriarcale. Sono gli anni del Movimento di liberazione delle Streghe, The Witches International Craft Association, con sede a New York e che, sotto la guida del dottor Lou Martello e della “somma sacerdotessa” Witch Hazel, organizza il primo raduno ufficiale di streghe a Central Park. Un momento catartico, un simbolico rituale di passaggio in cui sacrificare il nascosto sull’altare della visibilità. Erano gli anni Settanta… ma oggi? Chi è la moderna strega e qual è il suo sguardo su un mondo di chat, like, status, foto, tweet  e geolocalizzazioni, dove la tirannia degli algoritmi è la nuova forma di magia capace di manipolare la vita degli umani? Sembra chiedercelo e se lo chiede lo stesso regista nell’ultima sequenza del film, quando inquadra un pentacolo stilizzato su un muro accanto ad una donna impegnata a parlare al cellulare e, se il simbolo che ricorda la figura mitico-simbolica della strega è la prospettiva immaginale necessaria per una reinterpretazione del ruolo, allora forse la loro danza non rappresenta più solo folklore e rituale del sabba… ma una sorta di apertura terapeutica verso la comprensione del corpo femminile, chissà… e allora, in attesa che certe risposte possano ricevere le giuste domande, accontentiamoci dell’atto di pietas con cui, in una sorta di tempo proattivo, la Madre dei Sospiri Susie Bannion concede al dottor Klemperer l’oblio dalla colpa. Un gesto d’amore che è una piccola alba di significato all’interno dell’oscurità.

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