Lower Plenty: “Sister Sister” (2016) di Giovanni Capponcelli

Era la primavera del 2016 quando, nella distantissima Perth, i Kill Devil Hills pubblicavano il denso e tormentato “In On Near Under Water”; giusto qualche mese dopo sull’altra (distantissima) costa australiana, a Melbourne, una piccola comune di artisti del luogo creava un corrispettivo appena più urbanizzato ed ironico dei quel bell’album. I Lower Plenty sono moderni beat figliastri dei Fugs più melodici e meno incazzosi, suburbani di periferia, alternativi innocui della generazione neo-freak del couchsurfing. Lavoro primariamente acustico, “Sister Sister” suona denso eppure timido e notturno, col mood della bella Child Of The Sky, canzone che i Deviants di Mick Farren rubarono dal cilindro di Syd Barrett e, mentre metà disco suona come una pasticciata malacopia unplugged dei Velvet Undergound di John Cale, nel frattempo ecco emergere Incredible String Band, Elliott Smith, aloni acidi, estetica puramente low-fi (anche troppo…), isolamento DIY (di nuovo, anche troppo…), Pavement qua e là. Poi arriva Ravesh, un raga rock rubato ai Byrds di Mind Gardens e, soprattutto, con rigore encomiabile, nessun virtuosismo, nessun assolo, stralunamento e obliquità da Belle and Sebastian sfatti duri. Va a finire che la decostruzione si fa totale in Cursed By Numbers, filastrocca ubriaca su una fisarmonica stonata che insegue un Tom Waits nottambulo sotto alla pioggia, dissonante come sotto un ponte sulla Senna. Mica male, pur nelle stonature e nelle stecche assortite.

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