“Lovesick Blues” – di Bartolo Federico

Quella piccola notte si era infilata in un’altra più grande. Fuori in strada c’era freddo e silenzio. Fu così che Nora mi sussurrò in un orecchio: “ci si sbaglia sempre a giudicare il cuore degli altri”. Mi girai verso di lei e la fissai per un lungo istante dritto negli occhi ma, non sapendo  cosa dire, restai in silenzio. Di sicuro a quel punto della mia esistenza non pretendevo da nessuno di essere consolato e, per di più, non mi sentivo vulnerabile negli affari di cuore. Le miserie più intime, quelle che raccogliamo nel carrello della vita, le spingevo benissimo da me. Forse  in un attimo di compassione umana, lei cercava il modo migliore per non ferirmi. Per dirmi che voleva andar via, che si sentiva soffocare, che rivoleva la sua libertà. Insomma, era pronta a dirmi le solite bugie, quelle che si raccontano quando semplicemente non si ha più voglia di farsi scopare… ma io ero già pronto, al riparo da tempo. Da quando un giorno ero scivolato nel buio guardando la pioggia cadere. Da allora non esigevo più nulla dal genere umano. Avevo imparato a resistere, senza un singhiozzo, senza una parola, senza un sorriso, senza niente. Troppe volte c’ero cascato e il risultato era stato quello di ridurmi in un colabrodo. Facevo acqua da tutte le parti. Si era tirata il lenzuolo sotto le braccia e nella penombra mi scrutava come fossi un animale braccato a cui stava dando la caccia. Ai piedi del letto c’era una scatola di cioccolatini ancora intatta. Erano del tipo con il liquore e la ciliegia dentro. L’aprii e ne mangiai uno. Sentivo un leggero fastidio ad essere osservato in quel modo, ma continuai a non dire nulla. Aspettavo paziente la sua prossima mossa. Certo, nel frattempo avrei potuto rimestare in quelle ceneri spente, cercando di attizzare la vecchia brace… ma a cosa sarebbe servito? Allungai la mano sul comodino e presi il telecomando dello stereo. Pigiai il tasto del play e feci partire il cd. Hank Williams, “The Lost Concerts”, iniziò a suonare. Quelle canzoni le conoscevo a memoria. Un tempo le avevo anche arrangiate, suonate e cantate con la mia Gibson J-45, in una versione folk-punk, in stile Violent Femmes del loro primo album. Mi divertivo un casino a sbraitare nel microfono: I’ve grown so used to you some how Well, I’m nobody’s sugar daddy now And I’m lo-on-lonesome. I got the Lovesick Blu-es”. (Lovesick Blues)In quel disco erano stati riproposti due concerti che Hank Williams aveva tenuto nel 1952, l’ultimo anno della sua vita. Uno a Niagara Falls, l’altro in Sunset Park. Il vento maligno, che lo aveva sempre accompagnato nella vita, li aveva portati fino ai nostri giorni… e questo era da considerarsi davvero un miracolo. Mi alzai dal letto ed andai in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Avevo lasciato molte cose dietro di me che a guardarle adesso mi parevano come lividi tumefatti sulla pelle. Erano cose morte. Stare ora a rimuginarci sopra significava riaprire vecchi conflitti ma, quella notte stava andando così. Ero sempre stato un tipo difficile o, meglio, gli altri credevano che lo fossi. Indubbiamente, trascorrevo molto tempo da solo e conoscevo bene le strade per mettermi nei casini. Da ragazzo al liceo costruivo molotov. Ero uno specialista in quel genere di bombe. Le utilizzavano nei cortei i compagni più grandi, quelli delle frange oltranziste, per lanciarle contro i celerini o per incendiare i circoli frequentati dai fascisti. Erano gli anni settanta, c’era tensione sociale e molto subbuglio… ma era la solita storia dei ricchi contro i poveri e viceversa. Solo che si era giovani e l’indifferenza non ci aveva ancora sopraffatto. Si aveva dentro un romanticismo maldestro. Dopo, quando si ha un passato alle spalle, la vita diventa più complicata. La poesia ce la divoriamo insieme a tutto il resto. La gente a quel tempo mi guardava in malo modo per come mi vestivo e per quello che combinavo. Mi cacciarono più volte dalla scuola per comportamento ribelle ma quando imbracciavo la chitarra e suonavo tutto cambiava, mi veniva naturale. La musica sgorgava dal mio cuore fluida e provavo sensazioni indescrivibili… e gli sguardi di chi mi ascoltava erano pieni di sorpresa e ammirazione. Tuttavia, avevo una grossa pecca, suonavo il rock dei Lynyrd Skynyrd, Allman Brothers, The Band, Lou Reed, Stones. Musica che a quelle truppe della sinistra stava sulle palle. La consideravano con disprezzo, musica imperialista. Il posto dove vivevo era una piccola città e le cose accadevano lentamente. Gli intellettuali che bazzicavo amavano ascoltare il free jazz, gruppi come Area o Perigeo e prediligevano le canzoni dei cantautori, definiti di protesta. Musicisti che tentavano in qualche modo, ma solo in qualche modo, di rifarsi al folk di Bob Dylan. Gli stavo indigesto a quei radical chic con la puzza sotto il naso, che erano finiti per chiudersi in circoli e club, tanto da sembrarmi una setta massonica. Non fu una novità per me quando mi cacciarono via. Troppo solitario, testardo e indipendente, per portare un eskimo addosso. La spiaggia era lunga chilometri e d’inverno era sempre deserta. Lei mi teneva un braccio sulla spalla e guardavamo i gabbiani tuffarsi in mare a capofitto. Il cielo era di un azzurro profondo e limpido. Indossava un vestito corto al ginocchio, di maglia, nero, e portava gli stivali con i tacchi alti e sottili. Era ancora più affascinante con i capelli scompigliati dal vento. Passeggiavamo tenendoci per mano su quella passerella che d’estate serviva per fare rifornimento agli yacht. Dopo ci rifugiavamo in quel peschereccio abbandonato sull’arenile, per fare all’amore. Me lo sento ancora addosso quel sapore della sua pelle, che per via del vento salato, sapeva di mare. Ero un ingenuo, uno stupido imbottito di romanticherie, come le canzoni che ascoltavo. Riuscii nell’impresa di abbandonarmi totalmente a lei, come non ho più fatto in vita mia. Quello, però, era un nuovo modo per farmi del male. Un giorno lei non venne all’appuntamento. Era successo altre volte che saltasse l’incontro, per cui non mi preoccupai. La sera la chiamai a casa, il telefono squillò a lungo ma non rispose. Allarmato da chissà quali pensieri, uscii e mi recai in tutti gli ospedali della zona per vedere se le fosse successo qualcosa ma di lei fortunatamente, non vi era traccia. Continuai a cercarla per giorni ma era come se brancolassi nel buio. Dopo un po’ mi arresi. Un anno dopo, nella buca della posta, trovai un cartoncino, di quelli che si usano per mandare gli auguri di Natale. C’era solo scritto Perdonami. Forse Nora non è mai esistita e quello era un sogno, un brutto sogno che mi porto ancora appresso. Ero rimasto una pecora nera, pensai annuendo a me stesso. Mi affacciai al balcone e sentii il vento ululare tra gli alberi. Mi appoggiai al parapetto ghiacciato, guardando un punto indefinito della città che dormiva un sonno senza sogni. Nora mi sbucò dietro le spalle fumando e con voce flebile, come se stesse parlando a se stessa, mi chiese: Non hai paura?” Non c’era nessuno che mi inseguiva, se non i miei fantasmi… e poi la paura non dice né si né no. Si prende tutto la paura. Ero nauseato di come era andata avanti la mia vita, anche amareggiato… ma avevo smesso di avere paura da quando mi ero incancrenito dentro, ed ero capace di difendermi. Il vento continuava a soffiare e sembrava che stesse piangendo tra i comignoli dei tetti. Volevo andarmene a sud, dove c’è il sole. Avrei voluto vivere un po’ più spensierato, ma non per questo mi impietosivo per il mio destino. In un modo o nell’altro me l’ero scelto. Avevo fatto tutto da me. Nora stese la mano e con le unghie lunghe mi sfiorò il viso. Entrambi eravamo vecchi allo stesso modo, entrambi eravamo soli. Mi agguantò un polso, lo strinse forte e poi, guardandomi dritto negli occhi, disse: “Ci si sbaglia sempre a giudicare il cuore degli altri… ma io ti ho amato dal primo momento che ti ho visto. Ascoltami,adesso”Era arrivata dove l’occhio non può più vedere, era dentro le cose e non aveva scelto la via più breve. Le cinsi il collo,  la percepivo nel profondo. Volevo toccarla, sentire il calore del suo corpo sul palmo delle mie mani. Volevo ricominciare ancora una volta, nonostante tutto, nonostante quello che mi portavo appresso… e la strinsi forte a me. Il tempo, poi, avrebbe fatto il resto.

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