Louis-Ferdinand Céline: “Il dottor Semmelweis” (1924) – di Maurizio Fierro

Il primo luglio del 1846 un giovane medico ungherese fa il suo ingresso all’Allgemeines Krankenhaus di Vienna, inaugurato nel 1784 dall’imperatore Giuseppe II e, all’epoca, il più prestigioso ospedale d’Europa e centro della rinomata Scuola universitaria di medicina. Si chiama Ignác Fülöp Semmelweis, e proprio in quel giorno festeggia il suo ventottesimo compleanno. È il nuovo assistente del professor Johann Klein presso la prima divisione di ostetricia. Un reparto che sembra gravato da un influsso funesto, visto che la mortalità raggiunge anche il 40%, una percentuale che è di molto superiore a quella della seconda divisione di maternità, diretta dal dottor Bartch. La direzione dell’ospedale non se ne cura, cercando anzi di mettere la sordina a fastidiose fughe di notizie, ma le voci si diffondono, e le partorienti supplicano di essere ricoverate nel reparto più fortunato, dove i parti sono seguiti da ostetriche tirocinanti, a differenza della prima divisione, dove i dominus indiscussi sono gli assistenti di Klein, studenti che si recano a visitare in corsia le future madri dopo aver dissezionato i cadaveri nei gabinetti riservati alle autopsie
Siamo nella culla della razionalità scientifica, ma nessuno è in grado di fornire una spiegazione plausibile né sembra interessato a cercare le cause della febbre puerperale che miete una così alta percentuale di decessi nel primo padiglione. Ci si limita ad alludere ai deleteri effetti dei miasmi esalati dalle strade, arrivando persino a paventare oscure e nefaste suggestioni di natura religiosa, causate dalla presenza del cappellano che passa per i letti a dare l’estrema unzione. Ma Semmelweis non è tipo da farsi scoraggiare, e il suo spirito combattivo lo spinge a cercare un punto di fuga prospettico nell’orizzonte di fatalismo che lo circonda. I decessi di quelle povere donne non possono essere considerati alla stregua di una terribile e inevitabile disgrazia, piuttosto come una ferita al cuore della medicina stessa. Poi capita che le ferite si trasformino in feritoie da cui far passare la luce della speranza, e che la luce diventi un’illuminazione quando a una semplice domanda segue una risposta altrettanto semplice: e se fossero le dita degli studenti, contaminatesi nel corso delle dissezioni e portatrici delle particelle cadaveriche negli organi genitali delle donne incinte, a causare l’infezione puerperale? Ecco allora che la risposta si materializza e assume la forma ovale delle bacinelle, piccoli lavabi di rame portatili posti davanti alla porta della sezione ostetrica di Klein, in una fredda mattina di ottobre del 1946.
Già: lavarsi le mani…una profilassi banale, ma non per l’epoca, che tratta la nascita e la morte come se fossero la stessa cosa; lavarsi le mani…una misura a cui nulla corrisponde nello spirito scientifico del tempo, e infatti tutti sghignazzano, molti scuotono la testa increduli, e quando Semmelweis chiede anche a Klein di sottoporsi alla stessa operazione di pulizia adottata dagli studenti, il professore si rifiuta sdegnato. Perché la verità aleggia in territori eterei, non la si può toccare ma lei può colpire come un pugno allo stomaco, e allora quel bizzarro medico ungherese non è l’uomo del miracolo ma l’uomo di cui ci si fa beffe, e non importa se l’acqua corrente, con l’aggiunta di un po’ di cloruro di calce, riesce a esorcizzare il mostro della febbre puerperale facendo calare drasticamente l’indice di mortalità fino quasi ad annullarlo. Anche confidando sull’appoggio della Corte imperiale, Klein revoca brutalmente l’incarico al suo assistente, e a nulla vale l’intervento del dottor Skoda, il mentore di Semmelweis, che comunque riesce a reintegrarlo nel secondo reparto del dottor Bartch. Ma l’ordine costituito non può essere messo in discussione con tanta audacia e, nel 1949, la commissione nominata dalla Società Medica di Vienna non riconosce l’efficacia dei risultati ottenuti da Semmelweis, a cui viene intimato di lasciare la città. Ostracizzato e ridicolizzato dalla comunità scientifica, nel 1850 il medico fa ritorno in Ungheria, a Pest, per lavorare presso l’ospedale San Rocco: anche qui la febbre puerperale miete vittime, e l’introduzione dei suoi metodi permette di abbassare notevolmente il tasso di mortalità (fino allo 0.85% nel periodo 1851-1855). Questi nuovi successi convincono Semmelweis a pubblicare i suoi risultati in due articoli usciti nel 1858 ma, ancora una volta, la comunità medica risponde negativamente, e la sua semplice profilassi viene ulteriormente disconosciuta dall’Accademia di Medicina di Parigi.
Disilluso, oppresso da incubi e manie di persecuzione, Semmelweis perde progressivamente il senno fino ad arrivare a ferirsi in modo dissennato durante la dissezione di un cadavere. Viene internato in manicomio, mentre l’infezione procurata dalla ferita progredisce, diventando prima pleurite, poi peritonite, quindi meningite, fin quando la morte se lo porta via soffocandolo la mattina del 16 agosto 1865, all’età di quarantasette anni. Quasi mezzo secolo dopo, nel 1924, la sfortunata parabola di Ignác Fülöp Semmelweis affascina uno studente di medicina, che decide di servirsi del proprio talento letterario per dedicargli la sua tesi di laurea, “La Vie et l’œuvre de Philippe Ignace Semmelweische” diventa l’agiografia laica di un puro incredibilmente perseguitato, e che sarà anche un’illazione sul futuro dello stesso autore, con quel senso di persecuzione e isolamento sempre presenti nel suo percorso terreno. Il nome dello studente letterato è Louis-Ferdinand Destouches, da lì a poco conosciuto semplicemente come Céline. Anticipando un futuro che solo con Louis Pasteur inizia a comprendere l’incidenza dei batteri nelle malattie, come afferma Guido Ceronetti nella postfazione al libro di Céline, “IL Dottor Semmelweis” ha compiuto il miracolo: sarà ricordato come un santo moderno, ma la sua moneta non è stata l’altare ma l’ingratitudine.

“L’equazione della mia esistenza è dunque questa: io sono un monito, un esempio che deve servire agli altri per il loro miglioramento; un oggetto di generale dileggio perché sia mostrata ad altri la vanità dell’onore e della celebrità, perché sia illustrato alla gioventù come non deve essere vissuta la propria vita” (Ignác Fülöp Semmelweis).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: