Lou Reed: “Transformer” (1972) – di Benedetta Servilii

Ci sono voci e musiche in grado di portarti in un altrove lontano, in dimensioni esistenziali passate ma sempre vive. Se poi si ha la fortuna di esser riusciti a non chiudere mai le proprie porte percettive, allora quell’altrove sarà esattamente lì, dove sono nate, tanto tempo fa. A Nico succedeva questo ogni volta che ascoltava “Transformer” e lo faceva spesso, per ritrovare un qualcosa che non l’aveva mai abbandonata. Sentiva di appartenere ancora a quegli anni quando, giovanissima, aveva iniziato a frequentare la Factory di Andy Warhol trascinata casualmente da un amico artistoide, talmente affascinante ed eclettico da esser riuscito a farsi notare per la sua capacità di ammaliare gli ospiti con il sitar e di spaziare contemporaneamente dalla pittura alla fotografia, il tutto con la facilità con cui, a quei tempi, cambiava il suo look ogni giorno. Lei si limitava a respirare dosi massicce di creatività e di tutto quello che non era legale nella maggior parte del globo terrestre. È lì che Nico conobbe Lou Reed, poco dopo l’uscita del primo album dei Velvet Underground, prodotto e promosso da Warhol che ne aveva disegnato anche la copertina, con la celebre banana. La collaborazione con Nico (quella famosa, s’intende!) si era presto esaurita e ritrovare una donna con lo stesso nome fu per Lou Reed il chiaro segno di un destino insistente: Christa Päffgen faceva ormai parte della sua vita. La loro amicizia nacque in un pomeriggio piovoso nell’inverno del 1968 che li portò ad una travolgente ondata di parole, parecchi gin tonic e qualche anfetamina.
Quei primi viaggi li convinsero a farne altri insieme durante gli anni successivi fino a quello più importante, verso Londra, nell’estate del 1972. Nico era stata vicina a Lou quando aveva avuto la certezza che il suo primo album solista non aveva affatto raggiunto il successo sperato e che, di certo, non era assolutamente paragonabile alla bellezza e all’innovazione portata con i Velvet Underground. Lou non aveva mai toccato davvero il fondo ma, in quel momento, temeva che ci fosse vicino, spaventato che la sua carriera stesse andando in rapido declino. Per sua fortuna oltreoceano c’era qualcuno che non l’avrebbe mai permesso, qualcuno che non aveva mai fatto mistero di quanto le sonorità dei Velvet Underground lo avevano influenzato nelle sue sperimentazioni: David Bowie che, in quel momento, aveva raggiunto l’apice del successo con “The Rise and Fall Of Ziggy Stardust and The Spiders From Mars” ed era ormai diventato l’icona glam di una generazione vanitosa, eccentrica e sessualmente ambigua. L’RCA Records, con Bowie e Mick Ronson al timone, era pronta a una nuova scommessa. “Aspetta, mi stai dicendo che Bowie e Ronson produrranno il tuo prossimo album e andrai a Londra a registrarlo?”, Nico era talmente eccitata all’idea che aveva fatto a Lou la stessa domanda almeno tre volte di fila senza dargli la possibilità di spiegarle il dettaglio fondamentale, quello che le avrebbe regalato uno dei periodi più incredibili della sua vita. “Si parte tra una settimana… e tu verrai con me”. Nico svenne, le capitava spesso quando era troppo su di giri.
Le sessioni di “Transformer” cominciarono ai Trident Studios di Londra nel luglio 1972. Nico se ne stava in disparte insieme ad Angie, la moglie di Bowie, con cui aveva trovato un’immediata sintonia e alla quale cercava di spiegare, con parole confuse, quanto fosse incredula di poter assistere a qualcosa che – almeno di questo era sicura – avrebbe segnato la storia della musica. Erano stati coinvolti i migliori musicisti: Herbie Flowers (basso, tuba, strumenti vari), Klaus Voormann (basso, chitarra-basso), Ronnie Ross (Sax), con Bowie che dirigeva la piece teatrale e Ronson (chitarre, pianoforte, coro) che rendeva unico qualsiasi suono. E poi c’era Lou, con la sua chitarra acustica e la sua voce calda e sinuosa che rendeva quell’atmosfera surreale la carezza più intima che Nico avesse mai sperimentato. Rientravano a casa a tarda notte e, mentre Lou crollava sfinito nel letto, Nico riusciva difficilmente a prender sonno, completamente inondata da quelle emozioni in grado di generare una sintomatologia complessa. Provava a descriverle nelle lettere che quotidianamente scriveva all’amico che era stato inconsapevole artefice di quel destino e più scriveva e più le era chiaro quanto fosse innamorata di Lou e della sua capacità di parlare alle sue viscere. Sorrideva ripensando all’idea che aveva prima di partire. Era sicura che, conoscendo Bowie, ne sarebbe rimasta tremendamente affascinata e invece si trovava a confermarsi il pensiero che aveva allontanato per anni. Bowie era certamente magnetico, ma irraggiungibile, viaggiava tra le stelle e sembrava li guardasse dal futuro. Lou era lì, a sporcarsi le mani nel presente come aveva sempre fatto, a raccontare l’altro volto di un mondo che era inevitabilmente cambiato. Il suo presente non era fatto di paillettes e lustrini ma di una vita metropolitana e sotterranea. A Nico piaceva sporcarsi, nelle situazioni fuori dai binari e per gli istinti scomodi. È per questo che Nico amava Lou profondamente, perché era in grado di raccontarli.
Gli ultimi giorni di registrazione erano stati convulsi, la consapevolezza di aver creato un capolavoro rendeva tutti agitati ed eccitati. L’eccitazione convulsa, a quei tempi, era pericolosa. Motivo per il quale Nico aveva deciso di starne fuori e di godersi la città. Una sera di fine estate Lou rientrò a casa tardi, visibilmente reduce dai festeggiamenti con gli altri. Nico aveva provato ad aspettarlo sveglia, ma si era assopita sul divano dopo aver mandato giù l’ultimo bicchiere di whiskey. Le prime note di Vicious la svegliarono all’improvviso con la difficoltà di sganciarsi da una sensazione onirica man mano che l’album andava avanti. Quando sentì: “Just a perfect day / you made me forget myself / I thought I was someone else / someone good” iniziò a piangere come una bambina perché, dal loro primo incontro, Lou l’aveva fatta sentire sempre in un giorno perfetto, portandola via dai suoi demoni. Fu la notte in cui Nico ascoltò, prima di ogni altro, uno degli album più belli di sempre dove il rock disturbante e scandaloso si era sposato perfettamente con la leggiadria del glam dando vita ad un perfetto equilibrio che l’ha eletto a pietra miliare della storia della musica.
Fu la notte in cui Nico fece l’amore con Lou Reed. L’aveva sempre ricordata come una delle più belle della sua vita, se non altro quella che l’avrebbe guidata in tutta la sua esistenza, regalandole la consapevolezza di chi era sempre stata e di chi avrebbe voluto essere in futuro. Seduta sulla sua poltrona, ormai anziana, guardava il volto di Lou ritratto nella copertina dell’album. Sorrise. Quell’immagine androgina non gli apparteneva davvero ma, in quel momento, era assolutamente perfetta. Lou non si era mai guardato indietro ed era stato camaleontico nel corso di tutta la sua vita, conservando sempre un animo profondamente a contatto con le realtà terrene più crude e con quelle spirituali più elevate. Le aveva insegnato ad essere libera, “I do what I want and I want what I see”, se lo ripeteva sempre. Non sapeva in che dimensione adesso Lou si trovasse, ma era ancora in grado di sentire nitidamente la sua voce sussurrarle nell’orecchio: “hey honey, take a walk on the wild side”. Anche Nico non si era mai voltata indietro, Lou le era stato sempre accanto e lei gli aveva promesso che non lo avrebbe mai deluso.

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