Lou Reed: “The Blue Mask” (1982) – di Valter Di Giacinto

“Strappa via la maschera triste dalla mia faccia / E guardami negli occhi”. Cosa spinse Lou Reed in “The Blue Mask”, a quarant’anni suonati, quando era ormai da tempo entrato nella leggenda, fatto oggetto di culto a livello planetario ed eletto nume tutelare dall’intero movimento della new wave su entrambe le sponde dell’Atlantico, a voler lasciar definitivamente cadere le tante maschere che negli anni 70 ne avevano segnato l’immagine pubblica di perenne transformer, da quella sfacciata e scintillante del rock’n’roll animal a quella da Pierrot triste e nostalgico con cui si fece ritrarre sulla copertina di “Coney Island Baby”? Ed è quest’ultima, in particolare, la maschera triste che ci invita a strappargli via dal volto per guardarlo dritto negli occhi? Io ovviamente non lo so, ma ho il forte sospetto che dietro questo denouement si celi anche il tentativo di chiamare i patrioti alle armi di fronte alla montante ondata reazionaria che stava contagiando la politica a livello planetario, sospinta dai clamorosi e per certi versi inaspettati successi elettorali che aveva iniziato a mietere la nuova destra ultraliberista della Thatcher e di Reagan. All’epoca, questo tentativo oltre a Reed vide schierati sullo stesso fronte John Cale che da lì a qualche mese avrebbe dato alle stampe il monumentale “Music For a New Society”Robert Wyatt e persino il nostro Franco Battiato. Dylan, all’epoca in piena crisi mistica, si sarebbe aggiunto al gruppo solo alla fine del decennio, con “Oh Mercy” (1989).
Si capirebbe bene allora come, in The Day John Kennedy Died, vediamo Lou Reed tornare con la memoria al giorno in cui l’America voltò repentinamente pagina, gettando le basi per il definitivo abbandono di new deal e new frontiers per lasciare il campo libero al brutale darwinismo sociale che sarebbe in seguito divenuto il suo incontrastato paradigma ideologico. Il mutamento della scena politica si coniugò tuttavia all’epoca con alcune importanti vicende personali dell’artista, in particolare il taglio del traguardo dei quarant’anni e il fresco e felice matrimonio con la designer inglese Sylvia Morales, nel definire per intero il vissuto da cui prese le mosse la scrittura di “The Blue Mask” nel quale, per citare Ivano Fossati, fasi politiche e fasi analitiche si innestano una nell’altra nel definire l’orizzonte espressivo dell’opera senza che sia mai possibile tracciare un chiara distinzione tra le une e le altre. L’adorazione per la moglie Sylvia, cui si deve la copertina dell’album, che rielabora in chiave Wharoliana quella di “Transformer” (1972), ispirò soprattutto la struggente Heavenly Arms ma, probabilmente, giunse anche fino al punto di spingerlo a tessere in Women le lodi della donna in quanto tale, quale essere divino e infinitamente superiore al maschio. Nella title-track Lou appare travolto e stravolto dall’impeto di un’invettiva che per trovarne una parimenti furibonda e caustica tocca risalire al Libro del profeta Isaia nella Bibbia.
In “The Blue Mask” vediamo allora la politica prendere le sembianze di una croce da caricarsi disperatamente sulle spalle (hai quarant’anni Lou, ormai sei un uomo adulto!) essendo perfettamente consci di non essere in grado né di reggere il carico né di sottrarsi alla prova. Di qui l’appello disperato alla compagna, che è anche e soprattutto un appello al femminile contro il maschile, all’epoca platealmente rappresentato da quel mediocre attore di film western tutto denti, pistole e testosterone che la storia aveva sorprendentemente messo a capo della nazione più potente del mondo. La spietata crudezza con cui Reed volle mostrarsi di fronte a un mondo che non gli piaceva ma di cui in qualche modo sentiva di doversi far carico necessitava di un ritorno al suono crudo e totalmente in presa diretta che aveva caratterizzato i suoi esordi con i Velvet Underground. Per la riuscita di tale non facile viaggio a ritroso giocò un ruolo di primo piano l’ingresso nella sua band di Robert Quine, chitarrista nativo di Akron, Ohio, proveniente dalla scena rock alternativa (aveva militato nei Voidoids di Richard Hell) e dal talento inversamente proporzionale alla deliberata parsimonia nel dosare pennate ed escursioni sulla tastiera della sua Stratocaster.
Spinto dalla nuova e fruttuosa intesa subito stabilitasi con Quine, Lou Reed stesso riprese a suonare la chitarra con maggiore assiduità e dedizione come era solito fare agli inizi, quando militava ancora nei Velvet. A mitigare quel tanto che basta l’asprezza minimalista degli intrecci chitarristi dispiegati da Quine e Reed la produzione volle porre il drumming estroverso del batterista Doane Perry, decisamente lontano dai rudimentali pattern che avevano caratterizzato l’uso dello strumento da parte di Maureen Tucker nei VU e, in misura ancora maggiore, le inusuali ed elegantissime escursioni al basso fretless di Fernando Saunders, interprete dello strumento tra i più originali mai apparsi sulle scene della musica rock. L’insieme può senz’altro giudicarsi convincente e ben bilanciato. Di dischi brutti Lou Reed, a parer mio, non ne ha mai fatti. Detto questo, non tutti hanno la bruciante sincerità, l’impeto allo stesso tempo accorato e dissacrante, la commovente tenerezza unita allo spietato furore che trasudano copiosi dai solchi di questo stupendo album, indiscutibilmente uno dei suoi capolavori.

Gli legarono le braccia dietro la schiena, per insegnargli a nuotare
Misero sangue nel suo caffè e latte nel suo gin
Si disposero sopra il soldato, in mezzo allo squallore
C’era una guerra nel suo corpo e gli faceva urlare il cervello
Compi il sacrificio, mutila la mia faccia
Se hai bisogno di qualcuno da immolare
Io sono un uomo senza volontà
Lava il rasoio sotto la pioggia, fammi crogiolare nel dolore
Per favore, non sforzarti di liberarmi
La morte significa molto per me
La sofferenza era sottile e lo faceva urlare
Sapeva di essere vivo
Si mise una spilla attraverso i capezzoli sul petto
Pensava di essere un santo
Ho fatto l’amore con mia madre, ho ucciso mio padre e mio fratello
Che cosa devo fare adesso?
Quando un peccato si spinge troppo lontano diventa un’auto in fuga
Cui non può più esser posto un freno
Sputa sul suo viso e gridagli: Non c’è nessun Edipo oggi
Questa non è una commedia a cui stai pensando di prender parte
Cosa dirai mai?
Strappa via la maschera triste dalla mia faccia
E guardami negli occhi
Provo un brivido per la punizione, sono sempre stato così
Detesto e disprezzo il pentimento
Rimani macchiato in modo permanente
La tua debolezza, la tua indifferenza e indiscrezione nelle strade
Sporco è ciò che sei e pulito è ciò che non sei
Ti meriti di essere sonoramente picchiato
Compi il sacrificio, fallo fino in fondo
Non c’è alcun “No, mai!” abbastanza acuto
Da fermare questo giorno disperato
Non credere di poter liberare il mondo dalla morte,
Recidi il dito all’articolazione
Taglia via allo stallone il suo attrezzo da monta
E cacciaglielo in bocca.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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