Lost Highway – di Bartolo Federico

“Quando non ci sarò più, la gente dirà: solo un altro ragazzo nelle perdute autostrade”.
(Lost Highway – Hank Williams).
Ero rientrato in casa dopo avere acquistato una bottiglia, e mi ero messo a sorseggiare un dito di whisky guardando fuori dalla finestra, che poi è anche il posto dove ho lo scrittoio. Tornando, avevo incrociato i miei vicini di casa, padre, madre e un ragazzino di dieci anni su una station wagon che aveva avuto giorni migliori, mentre andavano via. Avevano caricato le loro cose: scatole di cartone, valigie, e degli abiti, ammucchiando tutto alla rinfusa nel vano posteriore dell’auto. Tenevano tutti e tre l’aria distrutta e gli occhi vuoti, come se qualcuno gli avesse scavato una fossa dentro le pupille. La banca gli aveva preso la casa, dopo che erano stati licenziati dal lavoro non riuscivano più a pagare le rate del mutuo. L’ufficiale giudiziario che si era presentato quella mattina di fine ottobre, era stato freddo e cinico, come una vecchia puttana di fronte all’ennesimo cliente. Aveva eseguito il sequestro senza mai scomporsi. Neppure di fronte alle proteste garbate dell’uomo che appariva prostrato e logoro, aveva battuto ciglio. Un uomo quell’ufficiale, che aveva dalla sua i poteri conferitigli dalla legge degli uomini. Quella stessa che invece protegge ben altre schifezze ma, si sa che l’onestà è una cosa richiesta solo ai poveri: gli altri, i ricchi, possono fare sempre quel che gli pare. “Faccio il mio lavoro”, disse quando se ne andò via inseguito dalla disapprovazione della signora Giuseppina, la vedova con tre figlie femmine che sta a pianterreno. “Mettitelo su per il buco del culo quel lavoro”, pensai lottando – con ferocia – con me stesso per non saltargli addosso. Il monitor segnava le sedici e quarantanove. La radio aveva annunciato “la tempesta di natale”, una perturbazione che avrebbe portato pioggia, freddo e neve. “Che arrivi al più presto e faccia cadere giù il cielo, e si porti via tutto una volta per sempre”, imprecai, mentre Move It On Over, di Hank Williams, cercava di farmi cambiare l’umore. La musica country alla fine degli anni trenta era diffusa solo attraverso le stazioni radio che la trasmettevano dal vivo finanziandosi con la pubblicità. Da questo circuito, rivolto ad un pubblico di campagnoli che non aveva denaro a sufficienza per comprare i dischi, scaturì anche la Grandiosa Opera Della Musica Antica (Grand Ole Opry) di Nashville, l’istituzione radiofonica della country music. Prima di Hank Williams la musica country aveva avuto nella Carter Family, e in Jimmie Rodgers, gli artisti che contribuirono alla sua  espansione. Rodgers cantava ballate in cui la gente si poteva rispecchiare ed era famoso per il suo ritmico jodel. C’è tutto nelle sue canzoni: piacere, donne, whiskey, assassini, morte, malattie e miseria. A soli tredici anni iniziò a vagabondare ed a esibirsi per la strada. Quando suo padre lo riportò a casa e gli trovò un posto di lavoro presso la ferrovia, fu da quel contatto con i manovali neri che nacque negli anni trenta la forma definitiva del country-blues bianco. Morì a soli trentacinque anni a New York il 26 maggio del 1933, per un emorragia polmonare. Hank Williams nacque con una malformazione alla colonna vertebrale (la spina bifida) in una capanna fatta di tronchi nella campagna vicino Georgiana in Alabama. Il mondo in cui cresce puzza di sterco di cavallo e Hank conosce cosa significhi lavorare duro e con la schiena calata. Un mondo dove l’inibizione e la povertà fanno maturare la rabbia che, rinunzia su rinunzia, diventa risentimento e odio. Siamo agli inizi degli anni trenta, in piena crisi economica, durante la Grande Depressione Americana, quella raccontata da John Steinbeck in “Furore”, un libro pubblicato nel 1939. Tutto stava cambiando e un’intera nazione viveva amaramente quella trasformazione sulla propria pelle. La manodopera, spremuta e mal pagata, e le migliaia di americani in marcia verso una nuova terra promessa sembrano una triste analogia con il mondo di adesso. A sette anni come nelle favole Hank ebbe in regalo dalla madre una chitarra, e dopo qualche tempo incontrò per strada un lustrascarpe nero suonatore ambulante di blues, un certo Tee-Toot che gli insegnò alcuni trucchi per suonarla meglio. Non ci sono barriere nella musica e con una chitarra in mano puoi parlare a chiunque. A soli dodici anni, W.P.A Blues fu la prima canzone che Hank Williams compose e cantò in pubblico. Sono le dieci del mattino, tengo le mani sulle ginocchia e guardo dalla finestra la pioggia spinta dal vento venire giù. Dopo che lei se n’è andata dormo male e mi sveglio di continuo. Quando finiscono i soldi si comincia a nutrire rancore nei confronti di chi pensavi che ti dovesse mantenere, e dopo un po’ l’amore finisce. Avrei dovuto comprendere una cosa banale come questa, ma mi era sfuggita, stramazzandomi al suolo. Non esiste la sincerità, il vero potere è la corruzione, anche nei sentimenti. Hank Williams si esibisce nei locali di tutto il sud, suona presso le stazioni radio e scrive, scrive canzoni. Ne scriverà oltre cento, marchiando per sempre una pagina della musica popolare americana. Il ragazzo di campagna è anche arrivato in città nei locali malfamati, negli honky tonks, nelle strade illuminate di notte con le auto che sfrecciano, e tutte le tentazioni a portata di mano. Un luogo che è l’opposto dell’ambiente in cui è cresciuto; è uno sincero, però, un puro, che canta ciò che sente nel cuore, per questo non alza nessun guscio di protezione. Suona per tutti quegli uomini che, nonostante le controversie della vita, non si sono lasciati travolgere dagli eventi. Certo, lo fa per soldi, per il successo, ma con tutto ciò, non rinuncia mai a mostrarsi per quello che è. Ha una voce aspra, strozzata, nasale (è a lui che s’ispira il giovane Dylan, oltre che a Woody Guthrie) ma è proprio quel tono serrato del sud che lo rende credibile alla sua gente, che vive nella privazione e nel dolore. Mi ero coricato ma non c’era verso che riuscissi ad addormentarmi. Mi sono alzato e fatto un caffè, ho messo un disco e i cercatori d’oro sono venuti a prendermi. Non le volevo male, perché mai avrei dovuto? Non aveva nessuna colpa, ma non ero stato neppure uno di quelli che gli aveva promesso mari e monti. Sfortunatamente, non scorgiamo mai chi è pronto a colpirci alle spalle. Eppure quella luce dovrebbe abbagliarci. Tutti noi mentiamo e abbiamo due facce, ma non si può sempre nascondere tutto. Poi ognuno ha diritto a cercarla, ovunque si trovi, quella felicità che cerca. Tuttavia, la ricchezza non salverà l’anima a nessuno. C’è troppa gente che vive ancora per la strada, nelle baracche, che non ha un lavoro, ed è senza una qualunque tutela sociale. Gente abbandonata all’ombra di un altrui agio esagerato. Non si può passare su ogni cosa una mano di vernice, per non vedere lo sporco e l’orrore. Sotto quella mano resta quell’alone che rende tutto opaco, e ripugnante. Nei dischi di Jerry Lee Lewis, in quelli incisi tra gli anni 50 e 60, c’è un pugno di canzoni di Hank Williams, come You Win Again, Jambalaya, Your Cheatin’ Hearts, Cold Cold Heart, Gone Lonesome Blues, Settin’ The Woods On Fire, che Jerry Lee ha reinterpretato a suo modo: ma è proprio questa la forza delle canzoni di Hank. Le puoi prendere e farle suonare: punk, rock, metal, folk, pop, tecno, rap, reggae… qualunque cosa. Le canzoni di Hank Williams ridanno dignità a quelle persone lasciate da sole senza nessuna direzione chiara e le fanno diventare protagoniste. Parlano nella notte a tu per tu e fanno in modo che quel senso di solitudine opprimente si affievolisca, restituendo quell’energia per consumare la vita anche nella miseria più assoluta. Raggiunse fama e ricchezza Hank, e andò ad alimentare quel mito tutto americano del povero che c’è l’ha fatta con il solo aiuto del proprio talento. Dentro di lui però brucia il demone che ci spinge a bere troppo, a drogarci troppo, a vivere senza mai fermarci un attimo per poter scrutare da vicino la vita che passa. La stessa cosa che succederà anche a Lenny Bruce, Jimi Hendrix, James Dean, Janis Joplin, Jim Morrison e a una miriade di altre persone senza volto. Più porte spalanchi e più ti senti invincibile, e ti convinci che puoi avere sempre ciò che vuoi. Anche se ad un certo punto ti senti fuori posto, continui ad andare avanti fino a distruggerti. L’11 giugno del 1949 sul palco dell’auditorium Ryman (sede del Grand Ole Opry) sarà richiamato dal pubblico per ben sei volte per eseguire la sua Lovesick Blues. Un peccatore, Hank, per l’establishment di Nashville, che non si poteva permettere di avere un drogato alcolizzato tra le sue fila. Fu per questo motivo che venne anche cacciato dal Grand Ole Opry. Il suo matrimonio si era sgretolato come tante altre cose nella sua vita, per quegli abusi dovuti in gran parte per sopportare meglio il dolore alla schiena. Il rock’n’roll è musica ibrida che affonda le sue radici nel blues, come nel country, che di per sé sono già mischiate. Musica che ti dà quel senso di divertimento e piacere puro, che diventerà con Elvis qualcosa di travolgente; ma è stato l’inquieto Hank Williams a inventare il rock’n’roll. Anche se era stato licenziato dal Grand Ole Opry, continuava a suonare dove capitava. Lui non aveva imparato le buone maniere, restava un uomo rude e vagabondo, testardo come un mulo. Quella sera aveva chiuso il concerto ed era risalito sulla macchina presa a nolo. Accompagnato dall’autista si era mosso per raggiungere l’Ohio, dove un nuovo spettacolo lo attendeva. Nella notte di quel capodanno del 1952 viaggiava seduto sul sedile posteriore. Per il dolore alla schiena passò qualche ora attraversata dall’angoscia, e anche da qualche pausa. Ad un tratto si tolse il cappello, ma quasi subito se lo rimise, stappò una lattina di birra e bevve in un fiato. Accanto a sé aveva la chitarra acustica, si sentiva stanco ma, nella penombra, intonò la melodia di quella canzone che stava scrivendo: I’ll Never Get Out This World. Il sonno lo reclamava, avrebbe potuto essere migliore, se avesse proceduto in un altro modo. Si drizzò sul sedile e guardò la strada. Se ne andò via così. Per sempre. Aveva solo trent’anni, ma il suo cuore stressato e distrutto da tutti quegli abusi aveva ceduto all’improvviso. Era sparito, forse come sperava, viaggiando sull’autostrada del peccato, perduto nella notte. Il giorno dopo era già leggenda.
“Cogli il mio avvertimento o maledici il giorno che hai corso lungo questa perduta strada”. (Lost Highway). 
Era una mattina gelida ma luminosa. Una mattina di dicembre, una come tante con il sole chiaro ma freddo. Avevo chiuso la porta di casa alle mie spalle ed ero uscito. Mi ero messo ancora una volta a confronto, avendo appreso che nessuno può sfuggire a se stesso, e alla cattiveria umana. L’avevo amata, perché negarlo? Sono entrato in un bar ed ho fatto colazione. Alla fine ciascuno di noi cade come gli pare. Tanto la verità resta sempre irraggiungibile… e non si può tornare indietro. Mai.

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