Los Pirañas: “Historia Natural” (2019) – di Ignazio Gulotta

Allacciate le cinture, si parte destinazione Bogotà, verso la ribollente scena musicale della capitale colombiana, dove la tradizione musicale del posto viene reinventata e stravolta da un manipolo di intrepidi e scatenati giovanotti armati di strumenti, fantasia e cultura musicale.
Los Pirañas sono un trio, una sorta di supergruppo formato da Eblis Alvarez, chitarra e computer, conosciuto per le sue straordinarie prove soliste col nome di Meridian Brothers, Mario Galeano, basso, membro del Frente Cumbiero e Pedro Ojeda, batteria e percussioni, conosciuto per il suo lavoro con i Romperayo. I tre si conoscono e suonano insieme fin dalle scuole superiori e “Historia Natural” (Glitterbeat Records 2019), è il loro terzo lavoro, un disco frizzante, carico di energia e follia che, senza mai un attimo di stanca, ci proietta in una girandola ritmica irresistibile. La formula è apparentemente semplice, potremmo definirlo un power trio tropicale con una base ritmica formidabile, un drumming vibrante al calor tropicale, fra cumbia, vallenato, salsa e gli infiniti ritmi attraverso i quali si sono espresse le popolazioni del paese, un basso muscolare a dettare il tempo e la chitarra. Ma è proprio il modo in cui Alvarez suona il suo strumento a diventare il tratto peculiare e distintivo della band, il suono delle corde è manipolato dal computer, producendo sonorità inedite, ora acide, ora acute, spesso sembrano suoni usciti da strumenti giocattolo o primordiali marchingegni elettronici, questo suono dona anche al disco un tocco ironico che non guasta per nulla.
Del resto chi ha ascoltato Meridian Brothers avrà apprezzato il modo disincantato e ironico con cui Alvarez ricicla l’immaginario popolare colombiano, approccio che ritroviamo anche in questo “Historia Natural”, proprio nel modo molto originale e personale di trattare la chitarra, dove l’elemento del gioco, il gusto dell’invenzione svolgono un ruolo fondamentale nella riuscita del disco. La musica è un’originale fusione fra ritmi latini tipici degli anni Cinquanta e Sessanta, alla Tito Puente, e il selvaggio e primitivo sound di band come i protopunk peruviani Los Saicos o gli psichedelici domenicani Kaleidoscope, il tutto riletto con un occhio alla club culture contemporanea. Se un aggettivo solo dovessi indicare per la musica di Los Pirañas direi irresistibile, funziona come una droga
dipendenza, il ritmo ti fa muovere, le trame e i riff della chitarra ti ammaliano e conquistano, galoppano fra paesaggi tropicali, onde dell’oceano e sobborghi urbani, in un continuo e cangiante trip psichedelico che ci rimanda a un immaginario dove si affastellano le variopinte orchestre latine, i film horror di serie B messicani, i deliri immaginifici ed esoterici di Jodorovski, il tropicalismo, la santeria, il sincretismo religioso fra cattolicesimo e animismo.
La band si colloca nell’ambito di quei musicisti che stanno facendo i conti con la tradizione latina per affrancarla dai cliché in cui è caduta e riproporla invece in un contesto diverso che dialoghi con le tendenze più sperimentali e d’avanguardia della scena contemporanea, ci riferiamo a band come i Sonido Gallo Negro, i Dengue Dengue Dengue, Fumaça Preta, Aboyami Afrobeat Orquestra, Bixiga 70. Allora non ci resta che imbarcarci sulla rutilante astronave guidata dai Pirañas e lasciarci trasportare in questo fiammeggiante e scoppiettante trip psichedelico tropicalista.

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