Los Dug Dug’s “Los Dug Dug’s” (1971) – di Ignazio Gulotta

C’è un momento decisivo nella storia del rock messicano, precisamente l’11 e il 12 settembre del 1971, quando sulle sponde del lago Avandaro nei pressi della città di Valle di Bravo si svolse il Festival Rock y Ruedas de Avàndaro, evento che riecheggiò quanto era accaduto l’anno prima a Woodstock. In quei due giorni si esibirono alcune fra le più importanti band messicane dell’epoca, quali Los Yaki, El Amor, Three Souls in my Mind, Banda Peace and Love, El Ritual, Los Dug Dug’s. Il tutto venne trasmesso in diretta da radio e filmato da varie TV. Ma l’enorme partecipazione di giovani, qualcuno addirittura l’ha valutata in cinquecentomila, e l’atmosfera hippie che vi si respirava, fra libero amore, uso di droghe, giovani fanciulle a seno scoperto, opposizione alla politica e alla morale corrente, finirono per attirare le ire delle autorità politiche e religiose, disgustate in particolare dal set della Banda Peace and Love, molto ispirata a quel che accadeva nella non lontana California, che in due brani come Marihuana e We Got the Power lanciavano segnali di ribellione che non potevano essere tollerati.
Da quel momento in poi nel Paese latinoamericano si operò una feroce censura che rese davvero difficile la vita per i musicisti rock: a questa stretta fu dato il nome di Avàndarazo, a sottolineare come tutto ebbe inizio col festival. Un fenomeno questo che dal punto di vista della musica fu comune a tutte le dittature del continente, e coinvolse anche il Messico, paese in cui vigeva formalmente un regime democratico e non vide la sistematica e violenta repressione attuata in Cile, Argentina, Uruguay, dove però si stava affermando una gestione molto autoritaria del potere. Ricordiamo solo la feroce repressione del movimento studentesco in occasione delle Olimpiadi del 1968 culminata con la strage di La Plaza de las Tres Culturas. Il rock nei fatti venne bandito da tutti i media, i concerti furono vietati e la vita di musicisti e capelloni sottoposta a continui controlli polizieschi. E fu un peccato, perché il Messico aveva visto fiorire un buon numero di band di grande valore che avrebbero meritato una carriera ben più lunga. Bisognerà aspettare la metà degli anni Ottanta quando le maglie cominceranno ad allargarsi e anche nel resto del Continente, con la caduta dei regime militari, la musica potrà rifiorire. Per chi volesse approfondire consiglio la serie documentaria Rompas Todo disponibile su Netflix.
Fra le band che trionfarono ad Avàndaro ci furono anche i Dug Dug’s, che si erano formati nel 1963 a Durango. Furono la prima band messicana a eseguire cover di band angloamericane cantate in inglese, ebbero così un ruolo importante nel far conoscere gli stessi Beatles nel paese. Nel 1967 firmarono un contratto con la RCA e i loro set si fecero sempre più scatenati, e fu proprio a un loro concerto che un giovane americano, Frank Mangano jr., li notò e li convinse a tentare il successo negli States: problemi legali ed economici li costrinsero a ritornare a Città del Messico. Ma il desiderio di un successo oltre confine fece sì che Los Dug Dug’s fosse l’unica band messicana a cantare in inglese e proprio in questa lingua uscì nel 1971 il loro album omonimo di debutto, pochi mesi prima che anche loro si esibissero ad Avàndaro. Poteva essere l’occasione per la loro definitiva consacrazione ma le cose andarono diversamente, furono costretti come altre band a esibirsi in locali semiclandestini denominati hoyos funkie, location provvisorie, sempre pronti a sloggiare all’arrivo della polizia. Poi la svolta verso il progressive, il ritorno alla lingua madre e una carriera che è andata avanti fra mille difficoltà e intoppi fino a oggi, fra tour, apparizioni televisive e la cura delle ristampe della loro opera.
È il caso dell’opera di esordio omonima: a volte il disco è indicato come “Lost In My World 2“, dei Dug Dug’s: Il nome deriva dal nomignolo con cui il leader della band, Armando Nava, chiamava la città di Durango, che dopo l’uscita su RCA Victor nel 1971 ha avuto, a partire dal 1997, diverse edizioni in CD e vinile a cura di RCA, Sony, Axis, Ciruela Electrica. Il disco è un tipico prodotto dell’era psichedelica e dello spirito anarchico e libertario del flower power con le chitarre in evidenza, ben tre, e una sfavillante e inebriante sezione ritmica: immancabile uno sfavillante solo di batteria di Sergio Orrante in Let’s Make It Now, ispirato a quanto Michael Shrieve aveva fatto a Woodstock. Non so se, come dichiarano nel loro sito, i Dug siano stati la più grande band rock messicana, ma certo è che questo album a distanza di 50 anni suscita ancora eccitazione e febbri acide: da un lato per la capacità di creare melodie ipnotiche come avvolgenti nuvole di fumo, supportate da cori e tamburelli molto hippie e dall’altro per l’impatto carismatico e fiammeggiante di chitarre fuzz acidissime.
La tracklist prevede brani tendenti al folk, con melodie che si muovono fra Beatles e Byrds come Going Home, Who Would Look at Me?, quest’ultima sembra uscita da “Sgt. Pepper’s” e l’uso del flauto prelude alla svolta prog alla Jethro Tull del successivo album “Smog” (1972). Lost in My World inizia con il campionamento di un’esplosione e toni cupi sui quali le chitarre disegnano riff contagiosi e il canto riecheggia i toni satanici di Arthur Brown in un’atmosfera densa e sulfurea alla Atomic Rooster. Al contrario Eclipse sposa ritmi allegri e spensierati, così come il cantilenante e travolgente World of Love, vero inno “peace and love“. Da segnalare anche la malinconica e notturna Sometimes e poi It’s Over, in cui fanno capolino ritmi soul e I Got the Feeling che avrebbe potuto degnamente apparire fra le schiere della british invasion.

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