L’orgoglio e la musica dei Cherokee – di Francesco Chiari

Di solito il termine Cherokee evoca l’omonimo brano, composto nel 1935 dall’inglese Ray Noble come parte della sua Red Indian Suite, reso celebre dalla versione dell’orchestra di Charlie Barnet incisa il 17 luglio 1939 e diventato un autentico banco di prova per Charlie Parker, che ci lavorò continuamente sopra fino a cristallizzarlo nel celebre KoKo del 26 novembre 1945. Qui invece vogliamo riferirci proprio all’etnia indiana americana dei Cherokee, la cui influenza nel Jazz e nel Rock si è rivelata profonda pur se non sempre visibile ad occhio nudo. Lo storico e pionieristico studio sui Cherokee di Grace Steele Woodward, uscito nel 1963, individua quattro tratti dei caratteri fondamentali di questo gruppo etnico, cioè umorismo, tenacia, adattabilità e aggressività: tocca ora a noi scovare questi tratti nei musicisti di totale o parziale origine Cherokee. Il primo, cronologicamente, che si può analizzare è il sommo contrabbassista jazz Oscar Pettiford, Cherokee per parte di padre (la madre era una Choctaw), al quale si deve un enorme merito – insieme ad altri, ovviamente: pensiamo solo a Walter Page o a Jimmy Blanton – per aver sganciato il suo strumento dal ruolo subalterno di accompagnamento ed avergli dato un ruolo autenticamente solista. L’umorismo di cui si parlava lo troviamo nella celeberrima versione di The Man I Love incisa da Coleman Hawkins nel 1943 per la Signature di Bob Thiele, futuro sommo produttore: qui Pettiford non soltanto prende un assolo di grande raffinatezza, ma nelle pause respira profondamente nel microfono, come se stesse suonando uno strumento a fiato! Siccome, sembra dirci, il bebop è regno assoluto dei fiati, mi adeguo anch’io… Un segno di adattabilità si può invece ritrovare nel fatto, confermatoci da Dizzy Gillespie, che Pettiford fu il primo bassista che nei suoi assolo non sentiva il bisogno di riaffermare continuamente la tonica del brano ma anzi, costruiva fraseggi che potevano terminare su qualunque nota della tonalità di base, procedimento questo che fu ampliato e a volte radicalizzato dai contrabbassisti venuti dopo di lui. Altro grande musicista in parte Cherokee è John Lewis, pianista e compositore famoso al grande pubblico come membro del Modern Jazz Quartet, ma in realtà musicista di enorme ampiezza creativa che seppe adattarsi agli sviluppi del jazz pur rimanendo sempre se stesso: dobbiamo a lui se la struggente ballad di Ornette Coleman, Lonely Woman, è entrata in repertorio, giacché Lewis seppe trovare, sotto quello che pareva un grande pasticcio sonoro, la struttura profonda che Coleman usava solo come riferimento di base e, la metamorfosi operata da Lewis, si ritrova sia nella versione col quartetto sia in quella, di suprema delicatezza, incisa col violinista svedese Sven Asmussen. In Lewis, come in Pettiford, troviamo anche un altro elemento reperibile nel DNA dell’etnia Cherokee, ossia la grande curiosità intellettuale, degno sviluppo dell’adattabilità di cui si parlava. Nel 2011 ebbi occasione di intervistare, per il Treviglio Blues Festival, Eric Bibb, nipote di Lewis, che mi disse “Quando mio zio sentì per la prima volta Charlie Parker alla radio, disse subito “Questa è la musica che voglio suonare!” Sempre nel jazz moderno, troviamo un altro Cherokee in Jim Hall, ossia l’uomo che – praticamente da solo – ha rivoluzionato la chitarra jazz nel dopoguerra, optando per sonorità meno rutilanti di quelle predilette da Wes Montgomery ma, nello stesso tempo, innervando ogni nota e ogni fraseggio di una potenza ritmica e di una sottile aggressività che lo hanno reso al contempo un modello ma ne hanno anche reso estremamente difficile copiare lo stile senza ridursi a semplice fotocopia sonora. Con Jim Hall il concetto di adattabilità raggiunge l’apice, se pensiamo che ha collaborato con Jimmy Giuffre, Sonny Rollins, Ornette Coleman, Gunther Schuller, Bill Evans… e direi che possiamo fermarci qui; a questo va aggiunto, come in Lewis, una grande semplicità nei confronti della propria arte: quando conobbi Hall al Malta Jazz Festival del 1996, mi divertivo a ricordargli tutte le collaborazioni che ho citato, e lui si limitava a sorridere e a ripetere “Oh, ma era tanto tempo fa”. Voglio dire, hai fatto la storia del jazz e non te la tiri per nulla; non è poco, direi. Nel canto jazz, soprattutto in quello femminile, la componente Cherokee si ritrova in alcune stiliste del tutto personali, ad esempio Mildred Bailey, Lee Wiley – lei stessa attribuiva all’origine indiana americana la sfumatura olivastra della sua pelle – e Kay Starr, quest’ultima davvero importante nel portare una colorazione più aggressiva e umorale nel mondo delle “songbirds” che cantavano nelle grandi orchestre: non a caso Kay Starr, quando era la diva della Capitol fra il 1948 e il 1954, era in grado di spaziare tra jazz, blues e country, in quest’ultimo caso nei grintosissimi e coinvolgenti duetti col basso profondo Tennessee Ernie Ford (quello di Sixteen Tons), come ad esempio You’re My Sugar o I’ll Never Be Free, dove in effetti non sembra di sentire una cantante “bianca”, se ci passate la semplificazione, e dove si trovano puntuali consonanze con la splendida cantante afroamericana Dinah Washington, ben presto evidenziate anche nelle scelte di repertorio. Per quanto riguarda l’umorismo, basti citare il grottesco e insieme stuzzicante Rock’n’Roll Waltz, uscito nel 1955 per la RCA, con la storiella balorda dei genitori che tentano di ballare il valzer sui dischi dei figli che diventa grazie a Kay un piccolo capolavoro dell’assurdo, pregno di umorismo obliquo e surreale. (Detto per inciso, Kay Starr era anche perfettamente consapevole dello stato di emarginazione in cui era tenuto il popolo indiano americano, che – ricordiamolo – non ebbe il diritto di voto fino al 1922, molto dopo i neri, tanto da dichiarare al grande storico del jazz Gene Lees “Il popolo americano avrebbe voluto che noi scomparissimo e basta. E ci siamo quasi riusciti”). Se veniamo ora al mondo del Rock, troviamo due esempi, uno ben noto l’altro un po’ meno: Jimi Hendrix aveva la nonna materna Cherokee, e questo fattore genetico lo si vede benissimo negli zigomi alti, evidenti in ogni foto del chitarrista. In questo caso, le componenti di tenacia, adattabilità e aggressività non hanno bisogno di essere evidenziate per chi conosca appena appena la produzione del chitarrista, dilatata su tutti i generi musicali dell’area afroamericana non escludendone alcuno, nemmeno il Jazz: si ascolti, in quest’ultimo caso, Up From The Skies – dal secondo album “Axis: Bold As Love” – nel quale il batterista Mitch Mitchell, grande ammiratore di Philly Joe Jones (il batterista del quintetto di Miles Davis con John Coltrane), usa le spazzole per creare un’atmosfera musicale odorosa di hard bop e insieme del tutto coerente col mondo di Jimi. Il senso dell’umorismo è esemplificato da uno scherzo che Hendrix amava fare eseguendo dal vivo Purple Haze, quando invece di cantare “Scuse me while I kiss the sky” se ne usciva con “Scuse me while I kiss this guy”, lasciando sconcertati i suoi fan che invece conoscevano bene le ripetute storie di Jimi con le donne. Un esempio di influsso dell’etnia Cherokee lo si trova perfino in Elvis Presley: la sua bis-bis-bisnonna da parte di madre era appunto una Cherokee dal poetico nome di “Bianca Colomba del Mattino”, la quale nel 1818 sposò William Mansell, un soldato di Andrew Jackson nella guerra contro l’Inghilterra. Billy Smith, cugino materno del cantante, affermava che “Elvis sapeva di avere sangue indiano nelle vene. Gli piaceva: diceva che era da lì che aveva preso gli zigomi alti”. Non a caso nel film “G.I. Blues” – uscito da noi come Café Europa” – inserì questa battuta molto significativa: “Mia madre è Cherokee. Loro non stanno mica tutti seduti a fumare la pipa, sai!”. Un collega di Elvis, Johnny Cash, era anche lui convinto di avere ascendenze indiane americane, anche se per quanto ne sappiamo questo non è stato provato con certezza… ma comunque registrò album dedicati a questo gruppo etnico – non dimentichiamo la sua commossa versione di The Ballad Of Ira Hayes di Peter La Farge, storia dell’indiano Pima (Ira Hamilton Hayes) che piantò la bandiera americana su Iwo Jima, impresa oggetto di una delle più celebri fotografie della storia – e parlò apertamente a favore dei diritti degli indiani americani, tanto da ritrovarsi una croce incendiata nel giardino di casa ad opera del Ku Klux Klan, il che costrinse la famiglia a trasferirsi da Nashville alla California meridionale, come racconta la sua primogenita Rosanne Cash, lei stessa multiforme artista. Questa nostra indagine su una particolare etnia indiana americana – che si intreccia, come abbiamo visto, con altre della stessa origine – vuole essere solo un primo, sommario omaggio ad una delle tante componenti che formano il “melting pot” americano, ma che finora è stata solo in parte studiata: ci auguriamo di aver fornito qualche elemento nuovo e magari inedito, dal quale sarà possibile partire in futuro per estendere l’analisi sulle altre componenti dell’immaginario americano non ancora adeguatamente studiate, come è invece avvenuto – a titolo di esempio – per la comunità italoamericana.

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Un pensiero riguardo “L’orgoglio e la musica dei Cherokee – di Francesco Chiari

  • Agosto 16, 2018 in 10:06 am
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    nonostante le numerose “spinte in senso contrario” presenti anche nei giorni nostri, il “sangue misto” fisico o spirituale che sia, rappresenta sempre un ottimo carburante musicale e di idee…che, come ricordava qualcuno, “…are bullettproof!!!”….
    p.s. Jim Hall…stile e personalità da vendere….troppo spesso rilegato in “seconda fila”…ma solo da chi “no intiende”… ;-)….

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