“Lo specchio” – di Cinzia Pagliara

Era in piedi, davanti allo specchio del bagno che in effetti aveva bisogno di una bella pulita. Da quanto tempo non lo puliva? Lo aveva mai pulito? “E allora, cosa hai da guardare, eh? Non ti piaccio? Beh, è strano, perché io sono come te. No, anzi: io sono te. Ridi, dai, ridi… deve essere questo il sorriso insopportabile di cui parlano. È vero, è insopportabile. È sprezzante. Anche i tuoi occhi. I tuoi occhi? Che poi sono i miei. Sono questi gli occhi che gli altri fissano? Impossibile. Qualcuno a me ha detto che poteva perdersi dentro i miei occhi. E allora, i miei occhi non possono essere i tuoi. I miei occhi, a volte, si sono commossi, si sono emozionati, hanno sorriso… ma non del sorriso che hai tu. Erano, come dirti? Felici, credo… e poi sei arrivato tu. Come sempre, come secondo la tua pessima abitudine. Arrivi per distruggere. Perché non mi lasci stare? Perché sei me, dici? E allora ti caccio io: vattene. VATTENE. Se posso decidere, io voglio essere occhi in cui ci si possa perdere… e poi le parole: sei tu che hai inventato tutte quelle storie? Ma che dici… un altro me? Che poi sarebbe anche un altro te… impossibile. Spaventoso. Quanti siamo? Quanti io sono io? Sono stanco, stanco. Oggi lei ha urlato. E aveva ragione, io lo so. Ma non ero io quello contro cui urlava. Eri tu. O forse lui. E io non capivo, e lei si è arrabbiata. Smettila di ridere, tu. Cazzo, mi hai rovinato la vita, tu e le tue ferite adolescenziali. Ok, non è andato tutto come volevi. Anzi, è andata proprio male. E allora? Credi di essere il solo a cui è successo? Sei la vittima sacrificale perché lo hai deciso tu. Perché sei un vigliacco. Perché così è più facile. Il mondo è pieno di gente ferita e di teorie psicoanalitiche che giustificano tutti e non fanno guarire. Devi avere le palle per andare avanti. Ma tu hai deciso di dire no per non dire si, perché così puoi girarti indietro e ripercorrere quello sputo di passi fatti e rimanere immobile. Ma guardati cazzo, GUARDATI. Non sei Dorian Gray tu. Si vede tutto il tempo che hai addosso. Si vedono la freddezza tagliente e il cinismo che uccide. Tu non sei me. Sei orribile. Lei oggi si è arrabbiata con me, ed io non ho saputo rispondere. Ci ho provato, ma che potevo dire? Io sapevo che aveva ragione,sentivo le lacrime nella sua rabbia e le avrei volute consolare e così stavo zitto, oppure dicevo assurdità. E lei si è arrabbiata di più. Mi continuava a ripetere.. “chi sei tu? Chi sei?”… ed io ti ho odiato. E ho odiato anche lui e le sue frasi da gran figo, la sua finta sicurezza ,la sua capacità di far male. Vi ho odiato perché, cazzo, se io non sono te e non sono lui … io CHI sono? Io NON sono. Io. Voi. Ho finto, abbiamo finto per troppo tempo, giocato per troppo tempo, ognuno un gioco e un ruolo diverso. Ma ora si paga pegno. Tu hai deciso di stare fermo no? Come sempre. Ti piace, si vede, e imbrogli perfino, lo so, così il dado ti fa cadere sulla casella “fermo un giro” che poi diventano due, tre, dieci. Tutta la vita. Lui invece continua a coprirsi di parole: alcune le copia, altre le inventa e poi ci crede, altre le sente e le riutilizza e fa casini e poi mette pezze e trova scuse e chiede scusa… ma non è mai colpa sua. No. Tu, lui e il vostro destino infame”. Si era mosso. Girava per casa, guardandola come se non fosse lui il proprietario. O forse era un lui che non era più lui. Quella casa gli somigliava: abiti ammucchiati (lavati? Mah,non ricordava… no… non lavati), scarpe come a segnare un percorso, calzini appesi alle spalliere delle sedie (lavati?… si… ad asciugare) un mucchio di giornali, cartoni, carte, un mucchio di plastica ,un mucchio di vetro (tutto in grandi sacche). “Non riesci ad essere puntuale neanche nel buttar via la differenziata… guarda la tua casa, la mia casa: una discarica. E anche tu, anche io: siamo da buttare via. Ma come ti senti, eh? Come TI senti… come MI sento.” Era di nuovo davanti allo specchio. “VATTENE. ANDATEVENE. Quanti siete? Quanti io sono io? Ho letto che sono figo, cliccano “mi piace”. Io non voglio essere cliccato. E forse non voglio nemmeno piacere. SPARITE. Basta, mi ritiro, non gioco più.” Si muoveva tra mucchi di pensieri e ricordi accatastati accanto al letto, ignorando il cassetto dove aveva ma quale lui lo aveva fatto?) rinchiuso ogni progetto, ogni verbo al futuro. “E invece sparisco io. Ma sì, così finalmente la smetto di far male e poi sentirmi sbagliato e poi inventare un altro io e poi sentirmi divorato da tutti i me che ho moltiplicato. Come si fa a sparire?Come si fa a finire? Io ho soltanto imparato a far finire storie, sentimenti, idee. Io ho soltanto fatto sparire gli altri, cancellandoli. Come si fa a … ?” Bip bip, il cellulare segnalava un messaggio: “Ti mando un sorriso per tenerti compagnia,se ti va.” Di nuovo di fronte allo specchio. “Vedi, tu che sorridi? Vedi?… questo messaggio è per me. E se ne vuoi uno anche tu, trova il coraggio di… essere…” Spruzzò dell’acqua, con forza, a cancellare, frantumandola, l’immagine riflessa. Non era più granché quell’uomo gocciolante, spezzettato e irregolare. Piuttosto insicuro in verità. Poi andò verso l’armadio, l’anta come sempre faticava ad aprirsi. “Deve esserci una camicia bianca qua dentro. Pulita.”

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