Little Walter: Il più piccolo… il più grande – di Gabriele Peritore

Marion Walter Jacobs è un bravo cantante e un eccellente musicista; suona la chitarra e soprattutto l’armonica. Così bravo come armonicista che quasi sempre trova un ingaggio in qualsiasi posto degli Stati Uniti si trasferisca, e ne ha girati tanti di posti, perché negli anni quaranta quelli bravi a suonare l’armonica come lui sono veramente in pochi… e Walter non è solamente bravo… è il migliore. Si è fatto le ossa sin da bambino, sin da quando è andato via di casa a dodici anni per confrontarsi con la vita; e quando si decide di affrontare il mondo da soli bisogna imparare in fretta. Tutti lo chiamano Little Walter… ma lui è già un asso nelle scazzottate e nelle sbronze a cuor leggero. Gira di notte e beve come una spugna… ed  è una spugna anche ad assorbire, a carpire il meglio da chi sa insegnargli qualcosa di valido per la sua arte. Ha perfezionato il suo stile osservando ed esibendosi con i vecchi bluesmen, incluso Sonny Boy Williamson II, Sunnyland Slim, Honeyboy Edwards. Ha soltanto quindici anni nel 1945 quando arriva a Chicago, la città in cui decide di stabilirsi. La windy city è ormai da tempo il luogo in cui il Blues sta trovando le sue più geniali evoluzioni tecniche. I più grandi musicisti di genere si esibiscono nei locali che accolgono un pubblico arrivato dal sud durante gli anni trenta, e si riunisce la notte per ritrovare i suoi suoni, i suoi ritmi, il suo movimento. A surriscaldare l’atmosfera di quelle notti già incandescenti si può assistere alle performances di Elmore James, Hound Dog Taylor, Bo Diddley, Howlin’ Wolf, Jimmy Rogers e, soprattutto, Muddy Waters. Probabilmente Walter è il più giovane di tutti, quindi il nomignolo “little” gli rimane attaccato addosso per sempre… ma è il più grande a suonare l’armonica e trova subito ingaggio presso la band di Floyd Jones, con cui registra i suoi primi demo. La sua attitudine è quella di dialogare con il suo strumento con gli altri musicisti della band, e rivaleggiare con loro nelle improvvisazioni quasi fosse un virtuoso jazzista. La sua bravura gli permette di fare ingresso in una delle più importanti band di Chicago di quel momento e poi del mondo, quella di Muddy Waters. Proprio in quegli anni il Blues vive una delle sue svolte epocali attraverso l’elettrificazione degli strumenti, soluzione che mette in maggior risalto la chitarra, costringendo però gli altri strumenti ad un ruolo marginale. Questa situazione procura a Walter una sgradevole insoddisfazione e un grave stato di frustrazione che sfoga nell’alcol e nelle botte. Fin quando qualcuno non trova il modo di elettrificare l’armonica. Little Walter non è il primo a fare questo passaggio, qualcuno lo ha anticipato, avventurandosi in tale impresa, forse Sonny Boy Williamson II ma, Little Walter è il primo e l’unico a fare dell’elettrificazione una forma di prosecuzione della propria armonica. Così, appoggia  un microfono per voce al suo strumento e lo chiude tra le mani, in modo tale che le sue improvvisazioni e i suoi virtuosismi arrivino all’ascoltatore allo stesso livello della chitarra; inoltre gioca con le distorsioni, che l’elettrificazione gli consente, esplorando nuove potenzialità per il suono dell’armonica che, grazie a queste inedite sfumature, si avvicina ulteriormente all’anima del Blues. Perché l’armonica proprio per la sua struttura povera, semplice e libera si è sempre prestata all’utilizzo per improvvisare sul momento, a intrattenere in maniera giocosa, ma adesso è in grado di sfoggiare il suo lato più oscuro e profondo, intonando i languori della disperazione in una forma sensuale e avvolgente. Proprio come è il Blues. Tutto il nuovo sound Little Walter lo riversa nel brano che, al momento dell’uscita, verrà chiamato Juke; il brano che gli consente di tirare fuori tutto il meglio di sé, costringendo Muddy Waters e i suoi musicisti a fare da supporto alle acrobazie dell’armonica. Juke è un brano trascinante, intenso, suadente… così si avvera il miracolo; è il primo brano strumentale e il primo brano per armonica in assoluto, ad arrivare al gradino più alto della classifica, e poi a oscillare nelle altre posizioni per oltre venti settimane. Questo brano, pubblicato nel 1952, inaugura il decennio magico di Walter Jacobs. Mette su una propria band e negli anni registra un successo dietro l’altro. Quelli composti di suo pugno come Off the Wall, o quelli che sceglie di reinterpretare come Blues With a Feeling, un vecchio brano di Rabon Tarrant. La sua casa discografica, la storica Chess Records, gli affianca un musicista di talento come Willie Dixon, che negli anni diviene uno stretto collaboratore, e per lui scrive nel 1955 My Babe, riarrangiamento di un classico Gospel che tocca aspetti musicali più umani, sentimentali e dolorosi. Si rivela un altro successo senza eguali. Nel 1958 Little Walter incide Key To Highway, un brano dedicato al vecchio amico e collega Big Bill Broonzy, deceduto qualche giorno prima. Anche questo brano è una pietra miliare del Blues e dell’armonica. Come sono fondamentali tutti gli altri brani da lui eseguiti. Potremmo citare tra gli altri Up The Line (1963), Shake Dancer (1964), o Blue And Lonesome (1965) ma, il carattere irascibile e passionale e l’abuso di alcol, come il repentino cambio dei gusti musicali degli anni sessanta, hanno portato il piccolo grande Walter a coprire un ruolo sempre più marginale nella scena musicale di quel periodo. Nonostante due tour di successo in Europa, durante il Blues Revival, e l’attenzione di band leggendarie come i Rolling Stones e i Led Zeppelin che si sono occupate di lui, il suo lento scivolare verso l’oblio non ha avuto più ostacoli fino alla sua morte. Si dice che una mattina del febbraio del 1968 sia stato trovato morto nell’abitazione della sua ragazza di quel momento. Si dice che sul referto medico abbiano scritto che si trattasse di trombosi coronarica, probabilmente dovuta all’aggravarsi di vecchie ferite. Si dice che quelle vecchie ferite si siano riaperte a causa di una rissa in cui è rimasto coinvolto la notte precedente in un locale malfamato di Chicago. Quello che non si dice è che nessuno lo ha riconosciuto e nessuno ha indagato su quella rissa lasciandola passare per una morte naturale che porta via la più grande armonica di tutti i tempi. Anche se aveva meno di trentotto anni la sua arte rimane eterna e il più importante punto di riferimento per chi vuole approcciare a questo strumento.

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