Linguaggio d’odio… veicolo di morte – di Maria Elisabetta Ranghetti

Questi sono giorni dolorosi per il nostro paese: la tragedia di Colleferro è scioccante, qualcosa di inumano che riguarda tutti noi. Il sorriso di un giovane si è spento calpestato da una ferocia inspiegabile. Ho letto di tutto su quanto accaduto, riflessioni commoventi e frasi intrise d’odio. Il linguaggio pesa molto in questa vicenda così come in tutte le storie che leggiamo, belle o brutte che siano. Ci illudiamo che parole e azioni siano agenti separati, che se scappa una frase eccessiva non muoia nessuno; non abbiamo ancora capito che il linguaggio non è un semplice strumento comunicativo ma il sistema con cui plasmiamo il nostro pensiero e le nostre azioni.
Parole d’odio portano a pensieri d’odio che conducono a tragedie e la Storia lo insegna bene; si comincia col cambiare le definizioni per poi passare a bruciare i libri e infine le persone. La povertà linguistica induce a una semplificazione d’analisi che non è saggezza popolare. Linguaggio semplice non vuol dire banale, non è scadere nel qualunquismo e in azioni di pancia, ma è linearità di pensiero, lucidità che non occulta le sfumature. Si arriva al punto senza perdere una visione olistica. Da anni la rabbia è diventata parte integrante dell’eloquio di parlamentari, presentatori televisivi, gente comune. Siamo senza controllo, ma prima ancora senza consapevolezza di ciò che sta accadendo. Confondiamo l’analizzare una situazione col giustificarla, fatichiamo ad affrontare discorsi complessi perché non disponiamo di un adeguato linguaggio.
Andrea Camilleri parlava di analfabetismo di ritorno: molti non sanno più leggere un articolo di media complessità, faticano a capirne il senso. Le malelingue, l’odio verbale e la difficoltà di espressione sono problemi che troppo spesso sottovalutiamo: quando una parola prende il volo, non sappiamo dove e come approdi. Solo questo pensiero dovrebbe farci misurare ogni sillaba che esce dalle nostre labbra. Si sbraita ovunque, non ci si ascolta e ci si parla l’uno addosso all’altro. Tutto ciò ha dato vita a disvalori e ci ha resi incapaci di dialogare. Dobbiamo ricominciare da capo se vogliamo cambiare questa società malata a cui auguro, per un sano risveglio di coscienza, una notte come quella dell’Innominato di manzoniana memoria. Ripartire significa dare spazio alla cultura intesa come educazione alla vita perché, se la cultura non ci rende più consapevoli e umani, è solo sterile conoscenza. In primis dobbiamo prendere coscienza del nostro linguaggio, del peso che ha sui nostri pensieri.
Un ragazzo è morto a causa delle botte ricevute, in un clima di violenza e di mancato riconoscimento del valore della vita. La differenza tra l’essere umano e gli animali è data dalla mente, dalla coscienza e dal linguaggio che possiamo articolare per uccidere così come per dire sì alla vita. Sta a ognuno di noi fare l’una o l’altra scelta. Il mio augurio è che si scelga il dialogo, sia nelle alte sfere così come tra la gente comune e che sorrisi come quello di Willy non si spengano più nella violenza senza controllo delle nostre città.

Maria Elisabetta Ranghetti, scrittrice e blogger.
Laureata in Lettere moderne, esordisce col romanzo “Oltre il mare di Haifa” (Ed. Edikit 2015). “Corri più che puoi” (Edikit 2017) è il suo secondo romanzo. Entrambi sono stati presentati in Israele e narrano il conflitto mediorientale di cui è attenta osservatrice. “Un’ombra sul fiume(Edikit 2018), sui Troubles nord-irlandesi, è il suo terzo romanzo. “Tram 12 Gorizia calling(Edikit 2020) è il quarto libro e racconta il Villaggio Gorizia del comune di Baranzate (MI), il comune italiano più multietnico. Ha collaborato con Neos Edizioni con due racconti, “Il battito delle ore” (2018 per l’antologia “Natale a Milano – città di ordinarie follie“) e “Appuntamento al Vicolo” (uscito nel 2020 nell’antologia “Natale a Milano – Libro Verde“). http://elisabettaranghetti.com

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