Fabrizio De Andrè: “L’Indiano” (1981) – di Riccardo Panzone

Quello che non ho… “se vuoi arricchire Pitocle, invece di aumentarne le rendite sfrondane i desideri” diceva la saggezza popolare dell’Antica Grecia e, questo breve aforisma, potrebbe ben rappresentare l’emblema e l’etica di tutto ciò che rappresenta il concetto di decrescita felice
Quello che non ho è il pezzo che apre l’album omonimo di Fabrizio De Andrè (comunemente definito “L’Indiano”) pubblicato da RCA nel 1981. Attraverso otto testi di rara bellezza musicale, Faber racconta altrettanti episodi di vessazione che vedono protagonisti i popoli indigeni degli attuali Stati Uniti d’America intrecciati a racconti dei protagonisti della Sardegna più selvaggia, quella della terribile esperienza del rapimento di due anni prima (Canto del Servo Pastore). I destini di questi due popoli, entrambi fieri ed entrambi vittime della storia si mescolano in modo così intenso da confondersi nelle immagini e negli scenari di ambientazione tanto che, in alcuni passaggi, è difficile comprendere se ci si trovi nelle sperdute praterie Nordamericane o nella Barbagia più oscura… ma Quello che non ho, traccia di apertura dell’album è – opinione di chi scrive – molto di più: un vero e proprio elogio della rinuncia quale mezzo di resistenza e di rivolta
“Io sono tutte quelle cose inutili a cui riesco a rinunciare… io sono i sacrifici che riesco a sopportare”: questo sembra dire l’indiano protagonista della canzone di De Andrè, il quale fiero e con la schiena dritta non invidia i fucili, gli orologi, le camicie bianche del proprio nemico poiché “quello che non ho è quel che non mi manca”, tutto ciò di cui non si ha bisogno e che, invece, rende schiavi i propri interlocutori. La decrescita, intesa come esercizio alla rinuncia, diventa allora una forma di resistenza pacifica nei confronti del soverchiante imperialismo: come “L’Indiano” di De Andrè non ha paura di ciò che gli viene tolto e di cui non ha bisogno, così l’uomo attuale può affrancarsi dal giogo consumistico di banche e multinazionali attraverso un nuovo modo di rapportarsi con il concetto di bisogno. La nostra società è ebbra, ubriaca di denaro e successo quali mezzi di appagamento di un ego personale perennemente insoddisfatto. Un nuovo modo di vedere le cose, di concepire il mondo che ci circonda, dovrebbe essere in grado di spezzare le catene di ordine morale che legano l’uomo a ciò che possiede e a ciò che rappresenta agli occhi del prossimo. 
Liberarsi dell’ossessione dal denaro“sterco del diavolo”, dovrebbe essere il viatico verso la creazione di un “uomo nuovo”, figlio del proprio essere e non del proprio apparire. Un’interpretazione originale di questo pezzo datato del cantautore genovese potrebbe fare di Fabrizio De Andrè un precursore della decrescita materiale e conseguente crescita etica e morale, concetto all’epoca possibile ed oggi, al contrario, necessario, se rapportato a quel bisogno di transizione verso modelli più semplici e sostenibili di cui il nostro mondo necessità in modo così evidente. Infine è giusto ricordare, di questo bellissimo album, la delicata nota voluta da Faber stampata in alto a sinistra nella copertina interna del disco: “Tutte le canzoni sono di Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola”

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